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Dalle Eucaristie con fedeli divisi per gruppi di riferimento o in fasce d’età a un uso maggiore di rete e social

Messe, garantire la sicurezza senza impoverire la domenica

di Redazione Web 19/04/2020

Alla fine la parola chiave potrebbe essere proprio “comunità”, vissuta, abitata con pazienza, da intendere come il volto pacato dell’affetto. Un atteggiamento che significa condivisione, nei momenti lieti come nel distribuire i sacrifici. Anche per le Chiese la “fase 2”, il passaggio dall’emergenza alla lenta riconquista della normalità, non sarà facile.
E così il dopo, quando la voglia di quotidianità, l’impressione di essere ormai a un passo, si scontrerà ancora con il dovere della sicurezza. Un gap, una distanza che probabilmente apparirà più evidente proprio nell’Eucaristia domenicale, autentico cuore della vita della parrocchia. È quella la cartina di tornasole della salute di un popolo, è lì lo specchio della sua fede. Lo dimostra la grande fantasia messa in campo dai parroci nell’emergenza, per evitare la dispersione dei fedeli.

Dal Nord al Sud è stato un susseguirsi di celebrazioni sui tetti delle parrocchie, di dirette streaming, di foglietti distribuiti nei condomini o via Internet. E poi le preghiere dal cuore dei cortili, i pellegrinaggi solitari lungo le vie dei paesi, gli esercizi spirituali sui canali social. Gesti figli di quella creatività pastorale tante volte lodata da papa Francesco come segno di vera Chiesa in uscita che va incontro alla sua gente là dove abita. Adesso però si tratta di coniu- gare queste tante esperienze, uniche o quasi, con la logica voglia di ritorno al passato, con il desiderio dei fedeli di riappropriarsi delle proprie abitudini, mentre ancora il rischio contagio non si è spento. Come garantire ad esempio una partecipazione ai riti domenicali nei tempi forti dell’Anno liturgico senza pregiudicare il rispetto delle distanze di sicurezza? La risposta, crediamo, chiamerà in causa ancora una volta i parroci, la loro disponibilità al sacrificio, nel senso, ad esempio di un aumento delle Messe in calendario. E più celebrazioni significa un maggior numero di preti coinvolti là dove ce ne siano, dove sono meno qualche deroga al Codice di diritto canonico come già accade in molte unità pastorali, magari l’impegno di qualche “emerito” ancora attivo.

E poi una distribuzione dei fedeli all’Eucaristia per gruppi di appartenenza, o per fasce d’età, nel segno di esperienze ampiamente consolidate soprattutto tra i giovanissimi. Ma anche il resto della vita parrocchiale dovrà ripensarsi. Dalle riunioni organizzative ai consigli pastorali, dal catechismo alla formazione degli animatori, torneranno utilissime le esperienze maturate nelle ultime settimane. Nessun dubbio che il futuro dei nostri luoghi di fede passa anche dal “virtuale” da rendere sempre più simile, nel calore della partecipazione e nella vivacità della presenza, alle liturgie “live”. Più complesso il discorso legato ai funerali da restituire al più presto ai parenti, come già sottolineato e denunciato in un’emergenza popolata da troppi morti senza nessun caro accanto. Non si tratta di snaturare un bel niente, tantomeno i sacramenti come la Confessione anche se magari si farà un più largo uso della mascherina. Qui la volontà è quella di restituire al popolo la sua vita di fede. La normalità? Forse sarà quando torneremo a scambiarci un segno di pace. Quella pace che ora dovrà ispirare il lento, paziente cammino delle nostre comunità. Con lo sguardo avanti, ma senza dimenticare come vivevamo prima.

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