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Fase 2. Il Sud frenato, mentre Conte pensa all'immunità di gregge

L'equipe guidata da Vittorio Colao e il Comitato tecnico-scientifico parlano lingue diverse. Così la politica trova una soluzione cerchiobottista che non accontenta nessuno

di Federico Minniti 27/04/2020

La «mini» Fase Due presentata dal Governo Conte a reti unificate è l'esempio lampante di una politica improntata al «meno peggio». In questi (quasi) due mesi di quarantena nazionale, Conte è stato il «meno peggio» di Salvini, Meloni o Renzi; così come - nel paragone internazionale - ha rappresentato il «meno peggio» rispetto a Johnson, Trump o Bolsonaro. Almeno questo è quello che i sondaggi sull'appeal del Premier fanno intravedere. Ma la logica del «meno peggio» ha coinvolto - in un vortice saturniano - la politica stessa che ha ceduto il passo a Comitato tecnico-scientifico (CTS), Commissari speciali e Task Force. Le intelligenze italiane (tanto acclamate quanto la retorica dei "cervelli in fuga") hanno supplito - nelle scelte - chi è chiamato a guidare il Paese. Un Governo «per sostituzione» che, mutuando i principi matematici, ha sollevato Conte&Co dalle incognite introducendone di nuove.
 
A farne le spese è il Mezzogiorno del Paese che vede azzoppato qualsiasi barlume di ripresa (non è ancora chiaro come l'Italia tornerà a correre, slogan indossato a più riprese da Conte, ma mai declinato nei dettagli) poiché «ostaggio» delle pressioni del triangolo industriale sul Governo. Conte, accettando i diktat di Colao di cui parleremo tra poco, ha lasciato intendere che la credibilità internazionale passa da un cambio di passo. Ma a quale costo per le regioni economicamente più arretrate? Perché ci scandalizziamo quando un giornalista ci definisce "inferiori" e non muoviamo un dito quando lo sviluppo del nostro territorio rimane legato al palo dell'interesse dei poteri industriali del Nord Ovest?
 
Così, al netto di alcuni passaggi a vuoto della conferenza stampa del 26 aprile (tra cui l'incredibile restrizione sulla libertà di culto di cui parliamo quì), c'è un'incognita introdotta dal duopolio Comitato tecnico-scientifico/Task Force che sostituisce - in toto - le certezze accumulate durante la quarantena nazionale. Conte, a più riprese, ha parlato di una ripartenza «a rischio calcolato» introducendo la possibilità concreta di un innalzamento della curva epidemiologica riscontrabile già dal terzo giorno successivo al 4 maggio. Insomma, seppur annacquato in salsa italiana, si parla di «immunità di gregge». Un allineamento - secondo le forze produttive del Nord sempre più necessario - del Belpaese verso l'Anglosfera che trova, però, tante resistenze (tutte annidiate sull'efficacia o meno del Recovery Fund, strumento di solidarietà politica, ma privo di contenuti finanziari). Col rischio di curare la Salute pubblica con ricette di macro-economia.
 
L'invasione di campo del CTS sembra palese. Un esempio? Siamo tutti ormai esperti nel capire che gli effetti del 7-8-9 maggio sono riscontrabili ai comportamenti maturati tra il 20 e il 24 aprile. Conte afferma testualmente: «La curva del contagio potrà risalire in alcune aree del Paese: questo rischio c'è e dobbiamo assumercelo. Dobbiamo affrontarlo con metodo e rigore». E ancora: «Vogliamo tenere la situazione sotto controllo: le Regioni dovranno costantemente informarci sull'andamento della curva epidemiologica. Pervenendo tutti questi dati, il Ministero della Salute, l'Istituto Superiore di Sanità e il Comitato tecnico-scientifico saranno nelle condizioni di elaborare le situazioni critiche. A tre giorni dall'adozione di questo decreto, si indicheranno quelle che sono le soglie sentinella. Avremo così la possibilità di intervenire e di chiudere il rubinetto».
 
Ecco il perché la Fase Due è una «mini» ripartenza. Da un lato, il CTS ha ceduto alla pressioni delle riaperture anche in quelle aree in cui tutt'oggi si registrano dati in calo, ma tutt'altro che tendenti al famigerato indice di contagiosità R0 (su tutti il caso Lombardia); dall'altro si preannuncia la possibilità di serrare le fila ben prima della scadenza dell'ultimo Dpcm che dovrebbe decorrere il 18 maggio. Insomma il principio della riapertura «a rischio calcolato» invocato dalla Task Force, guidata da Vittorio Colao, fortemente somigliante alla tanta vituperata «immunità di gregge» è misurata col bilancino di un Comitato tecnico scientifico che, nel periodo che intercorre tra il 4 e il 18 maggio, si gioca la propria credibilità.
 
Se i dati in alcune regioni (in testa la Lombardia) non caleranno, dovremo (tutti) porci il problema sull'efficacia del lockdown imposto dall'8 marzo al 4 maggio. Nella morsa tra le tesi di CTS e Task Force ne esce stritolato un Paese in cui si ripartirà, col freno a mano tirato, in modo omogeno in tutte le aree seppure la mappa del contagio descrive un'Italia divisa a metà. Il «meno peggio» della politica, ancora una volta, ha scelto di non scegliere. La Fase Due ricalca il triste stile cerchiobottista senza, quindi, produrre gli effetti sperati (e necessari). Specialmente al Sud, dove l'economia era già a rischio paralisi.

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