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L'analisi del Terzo Settore alle parole del procuratore Cafiero De Raho

«In realtà c’è poca fiducia nello Stato»

di Mario Nasone 20/01/2017

Il quadro desolante che emerge dall’intervista al procuratore De Raho è corretto, ma parziale. L’analisi è perfetta nella descrizione del vero e proprio «patto scellerato» che ha portato imprenditoria e pezzi della politica alla formazione – fin dagli anni ‘80 – di un blocco di potere che di fatto ha governato la città e condizionato pesantemente il suo sviluppo. Però alcuni aspetti importanti mancano nell’intervista. Intanto il ruolo della magistratura. Cafiero De Raho ha dato tanto, soprattutto negli ultimi anni, con dei colpi pesanti alla criminalità organizzata, individuando finalmente anche il livello politicomassonico che negli anni era stato appena scalfito. C’è quindi una responsabilità nella magistratura e a dirlo è proprio uno dei pm “in prima linea”, come Raffaele Cantone: «Ci sono testimoni che sono andati dieci volte ai processi e dieci volte sono stati rimandati indietro. Ci sono uffici giudiziari che danno risposte, e altri che non lo fanno». La magistratura è fatta al 99% da persone perbene, ma le mele marce ci sono; come ci sono persone perbene in politica.
Reggio, con alcuni magistrati coinvolti e condannati in vicende mafiose, ne è un esempio.
Anche sul ruolo dei cittadini, rappresentati nella loro totalità come soggetti che accettano passivamente questo sistema, va fatta chiarezza. Certamente c’è una minoranza di persone colluse alle cosche, ma quello che prevale è la paura, la rassegnazione e soprattutto la sfiducia verso lo Stato. Anche qui, una altro pm Nicola Gratteri ci sostiene nel ragionamento: «Spesso la gente non denuncia e comunque non collabora perché non si fida di noi. La maggior parte dei calabresi non sono ‘ndranghetisti, ma individualisti».
Mi sarebbe piaciuto che il procuratore avesse citato alcune esperienze positive.
Penso sul fronte della lotta al racket ed all’usura l’esperienza della campagna Reggio Libera Reggio, che ha coinvolto decine di imprenditori e commercianti che hanno detto no alla schiavitù del pizzo.
Come Tiberio Bentivoglio, che ha scelto di ribellarsi e denunciare. Tra le storie di riscatto, penso al lavoro di tante associazioni ecclesiali e laiche nell’utilizzo dei patrimoni accumulati con la violenza e il malaffare e tolti alla ‘ndrangheta.
Certamente questo non basta.
Possiamo e dobbiamo fare di più anche come comunità di credenti facendo scelte coraggiose. Ce lo hanno detto i nostri vescovi con la nota pastorale del settembre 2015 in cui elencano in modo concreto le azioni che le diocesi, le parrocchie e le associazioni potrebbero fare come segni concreti di un vero risveglio delle coscienze. Come spronava a fare don Italo Calabrò quando diceva che per raccogliere queste sfide «serve un cristianesimo militante e non alienante, disponibile a pagare di persona. Il Vangelo è questo, non le interpretazioni in termini sdolcinati e sentimentalistici che se ne danno. È amore forte, che redime disarmando, che redime illuminando, che redime offrendo alternative».

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