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La storia di Maria Cristina Cella Mocellin, una giovane mamma, morta a soli 26 anni nel 1995, per la quale la Chiesa ha avviato nel 2008 la causa di beatificazione

La santità della porta accanto

di Redazione Web 13/05/2020

di Alberto Zaniboni - La via della santità a volte passa attraverso semplici esistenze, in cui il quotidiano vissuto in profondità diventa il luogo in cui Dio riesce a manifestare il suo volto. Sembra essere questo il caso di Maria Cristina Cella Mocellin, una giovane mamma, morta a soli 26 anni nel 1995, per la quale la Chiesa ha avviato nel 2008 la causa di beatificazione.

Maria Cristina Cella nasce a Monza il 18 agosto 1969. La sua è una famiglia semplice, di onesti lavoratori, impostata a sani principi cristiani, che abita a Cinisello Balsamo, in provincia di Milano. Fin da piccola Cristina viene introdotta nell’oratorio della sua parrocchia di residenza, la Sacra Famiglia di Cinisello Balsamo. Qui frequenta il catechismo, guidato dalle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida che, nella figura di Suor Annarosa Pozzoli, le forniscono una prima decisiva formazione ai sacramenti dell’iniziazione cristiana. Molto significativa è una frase pronunciata in una lezione di catechismo da Suor Annarosa, che segnerà tutta l’esistenza della Serva di Dio: «Dio non ci ha salvato con una fetta di panettone, ma con la vita del suo unico figlio». Ella sperimenterà la via del dolore fin da giovanissima e imparerà a convivere e ad amare la sofferenza, considerandola una strada privilegiata per incontrare Gesù.

Cristina si dedica già da adolescente alla cura dei bambini in oratorio e perfeziona con grande cura la sua formazione cristiana.
A partire dalla preadolescenza inizia a compilare un diario spirituale che accompagnerà tutte le fasi della sua esistenza. Si tratta di un piccolo quaderno che raccoglie tutte le meditazioni e le sue conversazioni con quel Dio che l’affascina e con il quale dialoga in maniera intensa.
Durante gli anni del liceo matura una scelta vocazionale che la vedrebbe indirizzarsi verso la vita consacrata. Attratta dall’esempio delle suore educatrici della sua parrocchia, le piacerebbe in futuro diventare una suora della Carità, ma l’incontro fortuito con Carlo Mocellin a Valstagna, in provincia di Vicenza, al termine di una vacanza passata presso la casa dei nonni materni, sconvolge i suoi progetti e la costringe a ripensare la propria vocazione. Dopo un lungo dibattito interiore, Cristina coglie le vie del fidanzamento e poi del matrimonio come ugualmente ricche e capaci di portarla all’incontro con Dio, meta e desiderio profondo del suo cuore.

All’età di 18 anni, un solo anno dopo il fidanzamento con Carlo, incontra per la prima volta l’esperienza del dolore, in maniera dura ed inattesa. Un sarcoma alla coscia sinistra, comparso al ritorno da una vacanza in Canada, la costringe ad un calvario particolarmente duro tra gli ospedali: tre cicli di chemioterapia la tengono lontana per molti mesi dagli studi e dalla vita normale. L’esperienza di grande sofferenza ha però la capacità di cementare l’amore con Carlo, che fa la spola tra Veneto e Lombardia per esserle vicino. È quello il momento in cui il loro amore assume il respiro dell’eternità: i due giovani si giurano amore per sempre e iniziano a progettare la loro vita futura.
Cristina guarisce completamente e riesce a terminare gli studi liceali con ampio profitto.
La sua vita subisce da questo momento un’accelerazione improvvisa. Il forte desiderio di sposarsi con Carlo fa bruciare tutte le tappe, cosicché il 2 febbraio 1991, Carlo e Cristina festeggiano la loro unione davanti a Dio.
Cristina va a vivere in Veneto a Carpané, il paese del marito e prosegue i suoi studi universitari a distanza (è iscritta al terzo anno di Lingue Straniere presso l’Università Cattolica di Milano).

Dieci mesi dopo il matrimonio nasce il primo figlio, Francesco, che sarà seguito dopo solo un anno e mezzo da Lucia. Sono anni di serenità e gioia, in cui la giovane famiglia sperimenta un amore pieno e straordinariamente ricco. Pochi mesi dopo la nascita di Lucia, nell’autunno 1993, Cristina resta incinta di Riccardo ma, sfortunatamente, al sorgere della gravidanza corrisponde la ricomparsa di un nuovo sarcoma alla medesima gamba che cinque anni prima l’aveva così duramente segnata.
Superato lo sconforto iniziale, Cristina e Carlo iniziano un grande itinerario di preghiera, personale e di coppia. Davanti all’oncologo entrambi si mostrano decisi nel voler salvaguardare innanzi tutto la vita del bambino che Cristina ha in grembo. Ella subisce quindi un’operazione locale, atta ad asportare il tumore, ma attende ad iniziare le cure chemioterapiche, per non danneggiare la vita del feto.

Riccardo nasce a luglio del 1994 ed è un bel bambino vispo e pienamente sano.
Per Cristina inizia ora una nuova battaglia con il suo fisico malato. Purtroppo le cure non riservano però l’esito di cinque anni prima. Alcune metastasi raggiungono i polmoni e per lei inizia un calvario fisico particolarmente duro. Ad esso corrisponde però un cammino di abbandono a Dio totale, in cui Cristina si consegna nelle mani del Padre che sempre ha amato e cercato lungo tutta la sua esistenza.
Il 22 ottobre 1995 Cristina sale al Cielo lasciando un messaggio di amore e fiducia in Dio profondissimo, che verrà raccolto da molte persone che l’hanno conosciuta ed assistita.
Nel 2005 le Edizioni San Paolo pubblicano il suo Diario spirituale, intitolato “Una vita donata”, curato dal sacerdote Don Patrizio Garascia. A questa pubblicazione seguiranno la biografia “Cara Cristina…” (2009) e l’Epistolario completo “È veramente l’Amore che fa girare il mondo!” (2017) a cura del prof. Alberto Zaniboni.
Nel 1995 nasce anche l’Associazione Amici di Cristina Onlus che, da 25 anni, promuove la cultura della vita e perpetua il ricordo di Maria Cristina organizzando incontri e testimonianze in tutta Italia (cfr. il sito all’indirizzo: https://www.amicidicristinaonlus.it/)

Colpito dalla profondità della sua testimonianza di fede autentica, il vescovo di Padova, monsignor Antonio Mattiazzo, l’8 novembre 2008, ha aperto la causa di beatificazione di questa giovane donna. La fase diocesana del processo si è conclusa con una grande celebrazione nella chiesa parrocchiale di Valstagna (VI) il 18 maggio 2012.
Due anni dopo è partita la fase romana che si è conclusa il 27 luglio del 2018, con la deposizione della Positio presso la Congregazione delle Cause dei Santi a Roma.

Alcuni testi significativi

l’11 novembre 1984 inaugura così il suo Diario:

Progetto di vita

Voler assomigliare sempre a Gesù!
Dio mi dice: “Ti sento, ti comprendo, ti attendo, devi essere tu però ad aprirti.”
Sono sicura che a me Dio chiede qualcosa di diverso che agli altri ragazzi/e;
proprio per il mio carattere “speciale” mi sento chiamata,
prima che ad agire come lui vuole,
a cambiare me stessa e per far questo c'é solo un modo:
lasciare indietro il mio “vecchio io” per andare verso gli altri.
Una risposta a questo mi viene dall’odierno ritiro:
devo liberarmi dai condizionamenti
che mi inducono a comportarmi nel modo che non è quello più giusto.
Devo cioè imparare a vivere tenendo presente il più grande maestro di vita: Gesù. Nell’amore e non nella discordia, portando la mia croce con gioia e nella sofferenza accettando la volontà di Dio e i compagni così come sono.

Dal Diario, 21/2/1986
Dio solo!
Signore voglio solo Te!
amo solo te!
cerco solo te!
Cosa importa soffrire nella vita se dietro l'angolo ci sei tu che mi attendi
per darmi la gioia immensa?
Cosa importa nella vita se lo sconforto ci prende, quando la tua mano è stretta alla mia?
Cosa importa se tutti vanno per la loro strada ed io sono sola,
se ci sei Tu che anche nelle ore più tristi, mi gridi:
«Non aver paura Cristina, io sono con te sempre»?.
Cosa importa morire per un’umiliazione o un inganno,
quando Tu sei la Bontà e la Verità?
Signore solo tu vali! Solo tu conti!
Te solo!
Aiutami a spendermi per te: solo tu sei ciò che vale!
Aiutami a soffrire per te: Tu solo hai dato la vita per me!
Aiutami ad ascoltarti prima che a parlare: solo Tu hai parole di vita eterna!
Tu solo e il resto... non ha importanza.

Dal Diario, 12 dicembre del 1986. Al fidanzato Carlo.

Compagni di cammino
Io e te: compagni di cammino!
Diamoci la mano, teniamoci stretti per camminare verso Colui che più ci ama.
Regaliamoci il cuore: il nostro Amore sia rivolto verso Colui che più ci ama.
Doniamoci la vita: ogni gioia, ogni sofferenza abbia come unico riferimento
Colui che per Amore nostro ha gioito e sofferto.
Io e te: compagni di cammino, non meta l'uno per l'altro!
Due mani che si stringono, due cuori che si sfiorano, due vite che si incontrano!
Io ti amo, tu mi ami,
ma il nostro amore è contenuto nell'amore del nostro Dio:
è per questo che vuol essere vero, saldo, puro, profondo...

Lettera dall’ospedale all’amica Isabella Pezzani, del 15/10/1987
Carissima Isabella,
colgo l’occasione di scriverti in questo momento di quiete, difficile da trovare con tutto quello che ho da fare in ospedale! (dormire, mangiare, andare in bagno, dormire, mangiare, andare…). A parte gli scherzi, sono felice di scriverti, in quest’atmosfera particolare: ogni esperienza insegna e devo ammettere che sto imparando molto.
Non posso dire di essere serena completamente (non so ancora che cosa ho, quanto dovrò restare qui), ma cerco di esserlo, o almeno di sembrarlo soprattutto per tranquillizzare gli altri, in modo particolare i miei genitori che stanno bene se io sto bene!
In secondo luogo è importante superare anche questo momento, vincere ogni tentazione di lasciarsi andare di fronte allo sconforto, convinta che “è in queste situazioni difficili che si dimostra di aver carattere” (come mi dice Carlo).
Qui si impara tanto, prima di tutto ad amare la vita!
Questa è stata la mia prima riflessione quando ancora il 2/10 ho saputo che probabilmente dovevo andare all’ospedale. Quante persone che lottano per vivere, perché la vita è bellissima e bisogna amarla perché è il dono più grande che ci è stato fatto: grazie quindi ai nostri genitori, ma soprattutto a Colui che non solo ci dona la vita ma ci aiuta a “coltivarla”.
La seconda cosa che ho imparato vivendo in quest’ambiente, per certi aspetti bello, è l’aiuto reciproco: pensa che la mia compagna di letto, sebbene sia molto malata (è stata appena operata di un tumore non so se al fegato, stomaco o intestino) e soffra veramente tanto, si preoccupa di me e mi incoraggia a mangiare e ad avere fiducia.
Non è facile stare qui dentro, non si sa come comportarsi con quelli più malati, si vorrebbe aiutarli, ma sembra di aver pietà di loro offrendo un aiuto.
L’aspetto “morale” è il più difficile; ci sono delle volontarie che tirano un po’ su il morale soprattutto a coloro che non hanno i parenti qui, perché magari arrivano dal meridione.
Sono felice, anche se ho paura, sicura di essere circondata da tante persone che mi vogliono bene, tra le quali ci sei tu (in modo particolare e unico). Perciò ti ringrazio della tua amicizia che ogni giorno sono sicura che aumenta, condividendo con me ogni minuto anche se sei lontana.
Ti ringrazio in modo particolare per la tua disponibilità nel rendermi costantemente informata su ciò che avviene a scuola: so che è un impegno non indifferente, ma spero di poterti ricambiare.
Infine, la cosa più difficile da dire: ti chiedo di pregare, non tanto perché io guarisca, quanto perché abbia sempre la forza di dire “sia fatta la tua volontà, Signore, non la mia, perché il tuo volere è amore, il mio egoismo!”. Inviandoti un grandissimo bacione (contraccambiando il tuo che mi hai mandato nel tuo caro biglietto) ti abbraccio forte, forte.
tua amica
Cristina

5/12/1994 lettera a suor Annarosa
Carissima Suor Annarosa,
le parrà strano ricevere una mia lettera, ma spero di essere ancora nei suoi pensieri anche se sono lontana e se ci sentiamo poco. Lei è sempre nei miei, perché è stata lei, insieme ai miei genitori, ad infondere in me quell’Amore per Dio e quindi per gli altri che anima (anche se molto in piccolo, o almeno spero) la mia vita. E in questi giorni quest’Amore si è risvegliato: ho saputo che devo essere ancora operata, e subito, il timore e lo sconforto hanno lasciato il posto all’accettazione e all’abbandono, nella fiducia che comunque vadano le cose, Lui mi ama e mi ama e continua ad amarmi.
Ho sempre in mente le sue parole: in una lezione di catechismo (avrò avuto 11-12 anni) ci disse che «Dio non ci ha salvato con un panettone, ma con la vita del suo unico figlio» (sono le sue testuali parole) e questa frase l’ho sperimentata nella mia vita: forse sembrerò superba, ma penso che Dio voglia continuare a salvare il mondo anche attraverso la mia sofferenza, e se lo riterrà giusto, anche attraverso la mia vita. E peccherò ancora di superbia nel sentirmi prediletta da Dio, che ha scelto me (e come me tanti altri) per aiutarlo a salvare il mondo. Per questo ho fiducia in Lui. “Lui sa”, sa tutto, sa ciò che è meglio per me e per tutti, e lo ringrazio, perché sebbene nel dolore, mi offre la sua mano, il suo conforto, la salvezza del suo Infinito Amore.
Vorrei che tutti sapessero che sono serena, tranquilla e fiduciosa perché offro a Dio, l’unico custode sicuro di tutti i tesori, ciò che ho di più caro, la mia vita, come ho offerto a Lui i miei figli, fin dal primo attimo della loro vita, e come abbiamo offerto a Lui il nostro amore, mio marito ed io.
Ho voluto comunicare a lei i miei pensieri perché so che può capirmi, come mi ha sempre capita; perché la sento amica e tra noi c’è sempre stato uno scambio reciproco di riflessioni, e perché vorrei che pregasse per tutti i miei cari perché anche loro godano della mia serenità.
Con fiducia ed amicizia. Cristina

Lettera dell’1/6/1995 a Suor Annarosa
Carissima Sr Annarosa,
nonostante la salute sia precaria (sto facendo la chemioterapia e penso che dovrò continuarla perché non tutto si è riassorbito) sono felice!
Se dicessi ad una qualunque persona queste parole rimarrebbe più che meravigliata, ma forse lei mi può capire. È difficile spiegarle ciò che provo, ma forse le parole di una lettera che mio marito mi ha scritto (sa, le cose importanti è più facile scriverle che dirle a voce) può aiutarmi:

“...ho capito che più ci avviciniamo a Dio, più pensiamo al bene che ci vuole e più possiamo amarci e amare... abbiamo una mano buona e generosa che ci aiuta, la mano della Madonna, lei non ci lascia mai soli, perciò Cristina, io e te in questo momento abbiamo ricevuto una grande Grazia, per noi è arrivato il momento di crescere, proprio grazie alla nostra sofferenza che ci fa pensare, che ci fa capire con gli occhi della fede che Dio ci ama, che Dio ci vuole con Lui e che la Madonna intercede per noi presso il Padre... a Lui si può arrivare conoscendo il dolore... la croce. Accettiamo perciò con fede la nostra croce, accettiamo la volontà di Dio perché comunque ci vuole bene: un giorno capiremo tante cose.

Quando rileggo questa lettera (di cui queste poche righe sono solo una parte) mi vergogno di chiedere al Signore qualsiasi altra cosa; per noi il miracolo c’è già: se Lui ci ama e noi ci amiamo nient’altro conta. Tutto il resto viene in più, compreso i nostri figli: Lui che è provvidenza, sa quanto li amiamo e se ne fa carico.
Sembrerebbe strano, ma anche nel nostro piccolo, a modo nostro, stiamo vivendo quelle parole che mi hanno sempre affascinata: “Dio solo!”. Che il Signore ci dia la grazia di amarlo sempre come sentiamo in questo importante periodo.

Lettera del 10 luglio 1995 al marito Carlo
A volte penso a quando mi si diceva che, per capire qual è la tua vocazione, bisogna essere obiettivi e giudicare se quel che abbiamo scelto ci fa contenti, perché Dio chiamò ad essere felici.
Io penso proprio di non aver dubbi: sono nata per stare con te, perché questo mi fa felice più di ogni altra cosa, per avere dei figli con te, e per dar gloria a Dio in questa nostra felicità.
Non ti capitano mai dei momenti in cui ti sembra di scoppiare di gioia? Ti parrà strano, ma proprio in questo periodo così duro, ho provato spesso quella contentezza vera, perché viene dal cuore, e profonda e… “incosciente” magari agli occhi degli altri. Mi sento, o meglio “ci” sento, come i prescelti a gustare una gioia autentica che non è accessibile a tutti. Nonostante questi momenti difficili, non invidio nessuno, non cambierei la mia vita con nessuno.
È proprio vero che quando ci si spoglia di se stessi e si affida tutto a Dio, Lui ti riveste non con abiti comuni, ma regali, quando si dà tutto a Lui, si riceve davvero il centuplo già adesso, su questa terra. Sento che nel nostro piccolo stiamo già gustando dell’Eternità che sarà gioia vera e piena.

Dal Diario, 24 settembre 1995. Lettera al figlio Riccardo
Caro Riccardo,
tu devi sapere che non sei qui per caso.
Il Signore ha voluto che tu nascessi nonostante tutti i problemi che c’erano.
Papà e mamma, puoi ben capire, non erano molto contenti all’idea di aspettare un altro bambino, visto che Francesco e Lucia erano molto piccoli.
Ma quando abbiamo saputo che c’eri, t’abbiamo amato e voluto con tutte le nostre forze.
Ricordo il giorno in cui il dottore mi disse che diagnosticava ancora un tumore all’inguine.
La mia reazione fu quella di ripetere più volte:
«Sono incinta! Sono incinta! Ma io dottore sono incinta!»
Per far fronte alle paure di quel momento ci venne data una forza smisurata di volontà di averti.
Mi opposi con tutte le mie forze al rinunciare a te,
tanto che il medico capì già tutto e non aggiunse altro.
Riccardo, sei un dono per noi.
Fu quella sera, in macchina di ritorno dall'ospedale, che ti muovesti per la prima volta.
Sembrava che mi dicessi “grazie mamma che mi vuoi bene!”
E come potevamo non volertene?
Tu sei prezioso, e quando ti guardo e ti vedo così bello, vispo, simpatico,
penso che non c’è sofferenza al mondo che non valga la pena sopportare per un figlio.
Il Signore ha voluto ricolmarci di gioie:
abbiamo tre bambini stupendi, che se Lui vorrà, con la sua grazia,
potranno crescere come Lui vuole.
Non posso che ringraziare Dio, perché ha voluto fare questo dono grande che sono i nostri figli: solo Lui sa come ne vorremmo altri, ma per ora è davvero impossibile.
Grazie Signore.

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