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All'improvviso, il lockdown e la paura superata con la fede: ecco il suo racconto dei giorni più difficili

Maddalena, prof reggina trasferita a Bergamo durante il Covid-19

di Redazione Web 25/05/2020

di Maddalena Di Prima * - Superfluo forse, ma essenziale è il dire, come questo “morbo”, che attanaglia le nostre esistenze, abbia prodotto nuove forme di coesistenza. Per far fronte all’attuale pandemia, sono state poste in essere delle inaspettate e, talvolta decisamente inattuali, limitazioni ad alcune nostre libertà personali fondamentali di valore costituzionale. Il divieto di assembramento ha comportato la sospensione delle attività didattiche, il divieto di spostamento fisico tra una Regione ed un’altra, la misura dello “stare a casa”. L’introduzione di queste misure proibitive ha creato una realtà drastica, diversa, a tratti crudele e percepita come ingiusta poiché impensabile al giorno d’oggi. Nessuno si aspettava una circostanza simile, eppure, la stiamo vivendo, la stiamo vincendo.

Ciascuno di noi a modo proprio, in solitudine o in compagnia, costretto, all’interno delle proprie mura domestiche (e mi riferisco ai più fortunati!) è stato indotto a ripensare a se stesso, nel proprio intimo, facendo leva ora su capacità e passioni ora sugli affetti e sulla spiritualità. Come reggina trasferitasi a Bergamo da poco più di un anno, iscritta come uditrice ad alcuni corsi dell’ISSR della città per perfezionare gli studi, non è stato facile. Il focolaio dell’epidemia stava a pochi chilometri dalla mia nuova residenza, ma non ho permesso alla paura di prendere il sopravvento, inizialmente. Il perenne squillo del cellulare mi riportava alla realtà, a prendere contezza, attraverso il suono incessante delle sirene, della presenza di ambulanze nelle strade adiacenti alla mia abitazione; al pensiero dei miei cari a Reggio, dei miei studenti, delle lezioni interrotte e di come si sarebbe potuto far fronte a tutto ciò.

L’incalzare di questi pensieri mi ha trascinato in un vortice che, solo in un secondo momento, mi ha consentito di guardare ai mesi precedenti, a farne tesoro, quali fonte inesauribile di forza e speranza, facendomi soffermare sulla voglia di proseguire il cammino intrapreso. Per aspera ad astra. L’epidemia ha, inevitabilmente, prodotto e proiettato i suoi effetti anche sulle culture religiose che, audacemente, sono riuscite, attraverso l’uso della tecnologia e di internet, a rimanere accanto ai propri fedeli. La Chiesa cattolica italiana ha sospeso la partecipazione fisica alle sacre liturgie, sollecitando i credenti alla condivisione delle iniziative di raccoglimento guidate dai Vescovi.

Parimenti, altrettante ristrettezze sono state formulate in ambito islamico, sulla base di un famoso detto del Profeta che riporta la condotta da adottare in occasioni come queste: “Se venite a sapere che scoppia un’epidemia in un luogo, non soggiornatevi; se vi ci trovate, non lasciatelo per sfuggirvi”. Il modo in cui si è cercato e si continua ad indagare una possibile soluzione per combattere l’inaspettato virus ha fatto sì che le leggi statuali abbiano condizionato ed influenzino quelle religiose, creando ingerenze, contrasti ma anche convergenze e senso comune di responsabilità condivise. Lungi dal trarre conclusioni sulle normative positive adottate in merito, da cristiana ed islamista mi sembra opportuno tentare di porre al servizio le mie conoscenze nell’interpretare i fenomeni in atto. Aldilà dei grossi problemi che la pandemia ha creato da un lato, dall’altro sembra aver riunito le religioni: non potendo, nella loro diversità, fornire risposte specifiche in modo univoco, tutte hanno egualmente optato per limitare, contenere ed arginare i danni dell’infezione tramite i servizi online e i momenti di raccoglimento collettivo in streaming.

Tutto quanto sta accadendo, peraltro, intende ricordarci l’idea della fratellanza umana universale per la pace nel mondo e la convivenza comune, promossa da Papa Francesco e dal grande Imam di al-Azhar nel Documento di Abu Dhabi del 2019. La quarantena ci ha indotti ad enfatizzare sentimenti negativi, tuttavia, al contempo, ci ha offerto ampiamente l’occasione per ritrovarci in famiglia, meditare su noi stessi e riflettere sugli effetti provocati sulla nostra vita e sulle nostre comunità. Il Pontefice ha spesso sottolineato come questa piaga ci abbia indotti a ricordare la nostra debolezza, a meditare sulla fugacità dell’esistenza umana su questa terra. Dobbiamo sentirci tutti marinai trasportati dalla stessa barca, la vita. Chiunque, nessuno escluso, durante questo periodo di segregazione ha fantasticato sul proprio ritorno alla normalità, sui possibili cambiamenti da apportare alla propria vita, su come continuare a relazionarci con i nostri cari, sul ruolo che si vuole avere nella società di oggi e di domani. Ecco, forse questo senso di ‘fratellanza’ deve essere una presa di coscienza della nostra “adamità”: essere uguali nella nostra diversità, eliminare la disuguaglianza per viverla in nome dell’identità e dell’unicità di ciascuno. Come tradurre nella vita quotidiana questi concetti? Attraverso la responsabilità e l’impegno.

Il Covid ha fatto invertire la rotta della barca, ma bisogna capire come riprenderne il timone e virare verso la meta: educare, nel senso etimologico del termine, ‘trarre fuori’, passioni e competenze di ognuno. Durante questo periodo di isolamento ho avuto modo di pensare, di pormi domande, di riflettere, di studiare. Ho ripensato alla fortuna che mi è stata concessa (volontà di Dio?) nell’insegnare elementi di lingua araba e islamistica al nuovo prestigioso corso di laurea specialistica -indirizzo dialogo interculturale e interreligioso nell’area del mediterraneo- all’ISSR  di Reggio Calabria, al calore della relazione instauratasi con le mie studentesse ed i miei studenti, al contatto umano avuto, in termini di strette di mano ed abbracci (tanto agognati in questo momento), alla condivisione di momenti in cui l’insegnamento si intrecciava ad esperienze di vita e viceversa; perché le domande sono sempre tante, le risposte sono frutto della conoscenza e dell’esperienza, non possiedono quasi mai il carattere dell’assolutezza.

Con queste consapevolezze, credo sia essenziale rimirare al futuro, con rinnovata fiducia verso gli individui, il senso di responsabilità individuale ed istituzionale trasposti nel quotidiano. Nel mio caso, ciò si tradurrà nell’indirizzare tutto l’impegno e le energie nel miglioramento delle mie competenze d’insegnamento, alla luce della didattica della religione cattolica.

*Docente di Islamistica e Lingua araba (ISSR di Reggio Calabria)

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