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Adesso ci vuole attenzione e cura alle tante famiglie che ritorneranno a vivere la dimensione comunitaria

Le parrocchie nella Fase 2, l'opinione di don Giacomo D'Anna

di Redazione Web 28/05/2020

di Giacomo D'Anna - Anche la Chiesa riparte con la sua “Fase2” per l’ordinaria vita pastorale. La fase uno è stata contrassegnata inequivocabilmente dal cosiddetto “lockdown” e anche la Chiesa con le sue numerose comunità parrocchiali non poteva non adattarsi e accogliere, sebbene un po’ obtorto collo, tutte le indicazioni ministeriali per il bene della salute pubblica e per la salvaguardia della vita umana dei fedeli del popolo di Dio e di tutti gli uomini di buona volontà. La scelta non è stata così scontata e indolore ma ha provocato una difficoltà enorme per diversi motivi, riassumibili, a mio avviso, essenzialmente in due. Da una parte la sofferenza del distanziamento sociale che ha interrotto drasticamente la vita pastorale e associativa della comunità cristiana. Dall’altra la paura di poter essere “noi–Chiesa” motivo di contagio e dunque di incremento della pandemia. Non mi soffermo ad analizzare in modo approfondito le due suddette tematiche, sebbene, in particolare sulla prima, è particolarmente forte per me, la voglia di ricordare l’essenziale natura sociale della Chiesa, che fonda la vita e la missione della stessa. Sarebbe spontaneo chiedersi come poter essere e definirsi Chiesa– popolo/famiglia di Dio e non soffrire per il non poter stare insieme, pregare insieme, lavorare insieme, vivere insieme, non solo spiritualmente, o se vogliamo seguendo le innovazioni della tecnica moderna, solo virtualmente, ma anche e soprattutto “fisicamente?” Ma anche la seconda difficoltà ci tocca da vicino: se la Chiesa è comunità d’amore, tanto da essere, non poche volte, confusa per una istituzione più o meno benefica e caritatevole, una sorta di Onlus o di Ong, come non avere a cuore la salute e la serenità di tutti gli uomini? Da qui la scelta da non pochi contestata e denunciata, di una Chiesa che è apparsa troppo accondiscende nei confronti dello Stato, una Chiesa quasi asservita al governo, del quale ha preso pedissequamente quanto da esso indicato.

A me piace sottolineare, invece, come elemento di grande maturità di fede e testimonianza di dialogo e sinergia con tutte le altre istituzioni politico–sociali, questa capacità di vivere e accettare dette sofferenze. Come non prendere coscienza e ringraziare Dio per tutta l’opera caritativa della Chiesa, svolta in particolare con grande coraggio e generosità da tutte le Caritas diocesane e parrocchiali e attraverso le mille forme di associazionismo cattolico e comunità religiose, che hanno dato una superlativa testimonianza di servizio e di carità per tutti. Ma la Chiesa non è tanto una sorta di istituzione di beneficenza, ma ha il compito fondamentale di trasmettere la fede e di annunciare il Vangelo, obbediente al comando che chi l’ha pensata, voluta e istituita, Gesù Cristo. Ma come fare per superare l’obbligo indiscutibile e perentorio del distanziamento sociale? Non c’era che un modo solo, quello di far ricorso ai più moderni mezzi della comunicazione sociale.

Con tutti i rischi e pericoli connessi al mondo di questo importante settore del mondo contemporaneo, bisogna riconoscere tuttavia che la tecnologia ci è venuta molto in aiuto e ci ha permesso di raggiungere moltissima gente, attraverso i vari canali media che vanno da quelli classici come Radio e Tv, ai Social. Ecco perché centinaia e centinaia di sacerdoti, non ultimo il sottoscritto, su sollecitazione dei fedeli più giovani e tecnologici, ci siano improvvisati “preti social” e dopo aver vinto le primitive personali resistenze e titubanze ci siamo lanciati a trasmettere quotidianamente tutte le celebrazioni liturgiche. Al primo posto naturalmente la messa in streaming, ma non sono mancati altri momenti di spiritualità, come le trasmissioni di adorazioni eucaristiche, via crucis (non dimentichiamo che il periodo del lochdown è conciso con l’annuale nostra quaresima), i riti delle Settimana Santa, le celebrazioni solenni pasquali, rosari, novene e quant’altro. Anche i catechisti, gli educatori Acr, i capi–scout e i responsabili dei gruppi giovanili, non hanno fatto mancare la loro presenza, sempre virtuale, per far sì che i ragazzi e i giovani loro affidati, potessero sentire la presenza spirituale del Signore e la cura pastorale dell’intera comunità parrocchiale.

Finalmente comunque, sebbene solo da da pochi giorni, siamo entrati nella cosiddetta “Fase 2”, con la riapertura delle nostre chiese e la possibilità delle celebrazioni con il popolo. Momento molto atteso e desiderato, ma che già nel suo incipit, non è scevro da difficoltà e problematiche, che vanno comunque affrontate e risolte con calma, serenità e grande equilibrio. Noi siamo fiduciosi e ottimisti, che tutti faremo la nostra parte. Mi pare opportuno, infine, fare un’ultima raccomandazione: guai a perdere di vista che la Chiesa resta sempre e comunque comunità accogliente e luogo di pace, ambiente di fraternità e di amore, dove non si va per allontanare, giudicare e condannare la gente che sbaglia, ma con umiltà e pazienza, sa riprendere, incoraggiare e guidare anche i più ostinati e distratti.

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