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Post-Covid ed economia, un modello? Chiara Lubich

«Se non ora, quando?» Parafrasando il titolo del libro di Primo Levi proviamo a capire come il sistema produttivo (capace di grandissime disparità) va cambiato

di Domenico Marino 28/05/2020

L’epidemia di Covid 19 sembra volgere, almeno in Italia e almeno per ora, al termine. Ma questa epidemia ci lascia molti problemi di natura economica e molte sfide ancora da affrontare. Il mondo si è scoperto fragile, ma sempre più interdipendente, i confini e i muri sono diventati vestigia del passato. Il virus ha passeggiato sulle certezze dei governi e sulla loro sicumera che ogni paese potesse risolvere i suoi problemi al suo in- terno. Solo con un approccio globale e solidale possono affrontare le nuove sfide che la nostra fragile civiltà dovrà vincere in futuro. Virus, migrazioni, riscaldamento globale, povertà sono alcune delle sfide con le quali dovremo confrontarci e che potremo vincere solo se li guarderemo con una visione più ampia e con una apertura mentale nuova. La fine dell’epidemia e la fine dell’emergenza sanitaria ci faranno cominciare a considerare il problema, spesso sottaciuto in quest’ultimo periodo, della crisi economica e della recessione che si avrà nei prossimi mesi. Non è a mio avviso tanto preoccupante la perdita di Pil che molti stimano nell’ordine del 10%. Questa perdita potrà essere facilmente colmata con tassi di crescita sostenuti nei prossimi anni, cosa che si verifica spesso dopo le grandi tragedie.

Quello che è preoccupante è invece la crescita della diseguaglianza. La crisi porterà ad una sorta di darwinismo sociale ed economico che vedrà i ricchi e quelli che stanno bene risollevarsi e ripartire forse anche con maggiore forza. I poveri e i deboli, invece, rimarranno indietro e verranno schiacciati da un’economia sempre più competitiva e crudele. Le risorse che sono state messe in campo e che saranno messe in campo nei prossimi mesi da parte dei governi saranno ingenti, ma il rischio è che di queste ingenti risorse possano beneficiare maggiormente quelli che ne hanno meno bisogno e che, invec, proprio i più deboli rimangano esclusi dai loro benefici.

Il rischio che corriamo è quello di ritrovare tra qualche anno un’economia che ha assorbito il colpo dal punto di vista economico, ma che ha ampliato le distanze sociali fra ricchi e poveri. E questa considerazione vale sia a livello di paesi, ma anche a livello di cittadini. Il divario fra il Nord e il Sud del mondo crescerà, come crescerà anche il divario tra ricchi e poveri nei paesi ricchi. Da tutto ciò scaturirà una crescita esponenziale delle diseguaglianze e delle ingiustizie sociali.

La stessa guerra tecnologica per la scoperta di un vaccino, giocata essenzialmente al tavolo dei 10 paesi più ricchi e industrializzati, porterà ad ulteriori diseguaglianze e ad ulteriori ingiustizie nel momento in cui si dovrà scegliere a chi dare la priorità nell’accesso al vaccino.

Quale può essere, dunque, la via per evitare questo drammatico aumento della diseguaglianza nel mondo? Forse una risposta è quella di riscoprire il valore dell’economia solidale, di un’economia che riparte dagli ultimi e che ha come obiettivo quello di combattere la diseguaglianza e l’ingiustizia sociale. Una intuizione felice di una delle donne più grandi del XX secolo, Chiara Lubich, ci può fornire la chiave di volta per progettare un’uscita virtuosa dalla crisi post covid. Questa intuizione ha il nome di Economia di Comunione. Chiara Lubich contrapponeva l’economia del dare all’economia consumista dell’avere e lanciava l’idea di produrre per condividere. E di utilizzare in profitti in parte con il reinvestimento nell’attività e in parte con la condivisione con i più poveri. Applicare questa filosofia del produrre per condividere al vaccino sarebbe un atto di grande responsabilità sociale, ma anche applicare questa filosofia alla fase di ripartenza sarebbe fondamentale. Chi si rialza per primo si volge indietro e aiuta anche gli altri a rialzarsi. È questo lo spirito di un’economia solidale e che non vede nel profitto l’unico obiettivo da raggiungere.

Scriveva Chiara: «A differenza dell’economia consumista, basata su una cultura dell’avere, l’economia di comunione è l’economia del dare. Ciò può sembrare difficile, arduo, eroico. Ma non è così perché l’uomo fatto ad immagine di Dio, che è Amore, trova la propria realizzazione proprio nell’amare, nel dare. Questa esigenza è nel più profondo del suo essere, credente o non credente che egli sia. E proprio in questa constatazione, suffragata dalla nostra esperienza, sta la speranza di una diffusione universale dell’economia di comunione». Per superare la crisi e per evitare la crescita esponenziale delle ingiustizie possiamo trovare nella forza di questo messaggio le motivazioni per pensare a modelli nuovi e innovativi di politiche di sviluppo. Usciremo dalla crisi solo se sapremo sorreggerci a vicenda, se creeremo le condizioni per uno sviluppo solidale, se non lasceremo nessuno indietro. La sfida post covid è anche quella di dare un volto più umano all’economia.

* docente di Politica economica

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