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Tra virus e smart working è boom di attacchi hacker

Non c’è dubbio che la pandemia ha sollevato il tema della sicurezza informatica dei dati

di Andrea Giacobino 04/06/2020

L’ultima a essere colpita in pieno Covid–19 è stata EasyJet. Il maxi attacco hacker ai danni della compagnia low cost britannica già alle prese con l’impatto della pandemia sull’aviazione civile ha visto sottratti i contatti mail e altre informazioni di viaggio di 9 milioni di passeggeri e per oltre 2.200 clienti, l’accesso ha riguardato anche i dettagli sulle carte di credito. Dopo l’attacco di due anni fa a British Airways e la diffusione di WannaCry, si assiste all’ennesima offensiva informatica in territorio di Londra.Visti i numeri, si tratta di uno dei maggiori attacchi cyber subiti dalle compagnie aeree, da anni al centro di attenzioni da parte dei criminali dello spazio informatico. L’accesso da parte degli hacker in attacchi di questo tipo ha superato i 9 milioni solo nel caso di Cathay Pacific Airways, la compagnia aerea di Hong Kong che nel 2018 rivelò l’accesso di hacker ai dati (compresi dettagli su passaporti e carte d’identità) di 9,4 milioni di passeggeri.

Ma non c’è dubbio che la pandemia ha sollevato il tema della sicurezza informatica dei dati, via via che è aumentato il ricorso alle tecnologie digitali per garantire in tutto il mondo la continuità di molte attività aziendali. Del Covid–19 i criminal hacker ne hanno approfittato a livello tecnologico e a livello sociale. Spesso, infatti, le soluzioni adottate dalle aziende per garantire l’accesso da remoto ai dipendenti erano vulnerabili o c’erano errori di configurazione. Inoltre i personal computer aziendali, operando fuori dal perimetro di protezione aziendale, sono ed erano completamente esposti ad attacchi diretti e indiretti attraverso l’interconnessione di dispositivi casalinghi che hanno spesso un livello di sicurezza non “ottimale”. L’uso poi dei computer personali condiviso, magari condivisi, ha minato l’integrità e confidenzialità dei dati gestiti senza contare che i livelli minimi di sicurezza a livello di antivirus e di impostazione dei browser non corrispondevano sicuramente a quelli definiti a livello azienda. Infine la fame e frenesia di informazioni e notizie ci ha spinto a cliccare su link ingannevoli con il rischio di aver scaricato e installato inconsapevolmente malware e virus sui nostri dispositivi: in una rete domestica interconnessa il rischio è di aver infettato e compromesso tutti i device presenti nella nostra abitazione.

Accenture, Cisco, Crowdstrike, Deloitte, McAfee, Microsoft, Okta, Palo Alto, Splunk e WmWare sono fra le aziende leader mondiali nella cybersecurity. Ma il paese più avanti su questo settore strategico per il futuro è Israele, anche per ragioni di difesa. Basti pensare che proprio lì nel solo 2018 le somme destinate al finanziamento pubblico–privato di questa industria sono state di oltre un miliardo di dollari, in crescita del 22% rispetto al precedente budget. E nello stesso anno in Israele sono state fondate 66 nuove società di cybersecurity con un aumento del 10% sull’anno prima. L’industria cibernetica israeliana è riuscita ad arrivare a coprire un ruolo di primo piano nel panorama internazionale grazie a una combinazione di fattori degni di attenzione, riassumibili in una forte sinergia tra esercito e università e il mondo collegato delle oltre 450 startup del settore. Un modello purtroppo poco ripetibile in Italia sia per la scarsa elasticità normativa, sia ancora per la assoluta scarsezza dei finanziamenti, sia ancora per una certa miopia degli investitori, che mirano al “prodotto” e non al nuovo “sistema”. E così il nostro Paese resta marginale in uno dei grandi business pe rispondere a una delle grandi esigenze del futuro già iniziato.

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