accedi | registrati | 6-7-2020

Mafia e religione, è ora di togliere le mani sporche di sangue dai riti. «Non cedere mai alle tentazioni» esorta la guida diocesana vibonese

Monsignor Renzo racconta Natuzza: «Simbolo di fede ''generosa''»

di Davide Imeneo 07/06/2020

Prosegue il nostro viaggio nelle diocesi calabresi. Oggi abbiamo incontrato monsignor Luigi Renzo, vescovo di Mileto–Nicotera– Tropea.

Qual è il frutto di questi tre anni di cammino sinodale nella sua diocei?
Quello che stiamo vivendo è il primo Sinodo come Chiesa unita di Mileto– Nicotera–Tropea e devo dire che l’esperienza è per tutti un esaltante momento di crescita come Chiesa solidale che cammina insieme «in stile sinodale», cioè in ascolto reciproco e del Signore avendo nel cuore il desiderio e la volontà di sentirci tutti – sacerdoti e laici – strumento vivo e vitale nelle mani del Signore per presentarci al mondo di oggi come «una Chiesa lieta di testimoniare il Vangelo».

Pietà popolare, reputa che ancora sia necessario un percorso di purificazione?
La Pietà popolare più genuina è per la nostra gente una ricchezza vitale ed una forza intima capace di aggregare e di accogliere. Saputa valorizzare purificandola da ciò che non le appartiene nella sua autenticità, può rappresentare ancora oggi non solo un fascino culturale e sociale, ma anche un grosso alleato nel rinnovamento della catechesi e della vita cristiana. Può svolgere tranquillamente quel ruolo catalizzante dell’identità cristiana vera nel nostro territorio. E non è poca cosa in una cultura come la nostra frantumata ed evanescente, profondamente bisognosa di vangelo e di speranza. Ma questo richiede un cammino di conversione e quindi di purificazione dell’inutile.

Riguardo alle processioni, secondo lei in che modo bisogna intervenire?
Occorre prima di tutto avere il coraggio dell’annuncio del Vangelo senza cedimenti. Le processioni sono profondamente radicate nell’animo popolare e, come nel passato, possono continuare ad essere un mezzo efficace per esaltare la propria appartenenza ed identità religiosa. È per questo che è più che mai necessario liberarle e purificarle dalla zavorra della spettacolarità fine a se stessa e da tutti quegli altri ingredienti che poco hanno a che fare con una sana manifestazione pubblica di fede. La processione col suo incedere insieme agli altri dà il senso di una fede che cammina senza lasciarsi incartapecorire nel «si è fatto sempre così». Una fede che non si ricrea e non si rinnova anche visibilmente diventa stagnante e non dice più nulla di Vangelo, «acqua zampillante per la vita eterna». Come intervenire? A mio avviso, è necessario educare il popolo a sentire e fare come propri i modi di capire e di esprimere i contenuti della propria fede assumendoli dal Vangelo e non dalle esigenze di mercato.

C’è, poi, il problema della mafia. Perché, secondo lei, i mafiosi strumentalizzano la fede e le sue forme esteriori?
Chi ha connaturato in sè la smania del potere e del possesso non si ferma nemmeno davanti ai valori più sacri, pur di dare sfogo alle proprie malefiche e diaboliche manie. Tutto in lui si deve trasformare in strumento e arma per esaltarsi e mostrare spavaldamente la propria superiorità malata e farneticante. Non si ferma e non si fa scrupolo nemmeno di strumentalizzare e sfruttare la religione ed i sentimenti religiosi più profondi della gente, anzi questo lo esalta ancora di più. Senza che questo possa ritenersi senso religioso. È l’opposto! Come ovviare? Non cedere alle loro manie e perversioni. Ogni debolezza è una sconfitta e per uno ‘ndranghetista è autocelebrazione di sè e del proprio ruolo idolatra. Non possiamo consentirlo.

La Provvidenza ha donato alla sua diocesi un grande esempio di spiritualità ed umiltà: Natuzza Evolo. Cosa dobbiamo imparare da questa donna di Dio?
Natuzza è l’esempio di un cristianesimo popolare autentico che va al sodo, cioè alla ricerca di un’esperienza diretta di Dio–amore, facendosi a propria volta strumento di amore e di carità verso i più deboli e bisognosi. Con l’umiltà più profonda di una mamma ci insegna a fidarci di Dio seguendolo fin sulla Croce. Lei è per tutti modello di fede generosa, di obbedienza devota alla Chiesa, di amore totale all’umanità, particolarmente per quella più provata dalla vita. È questo l’insegnamento silenzioso che ci ha lasciato.

Secondo lei, dopo l’epidemia Covid, cambierà la pastorale della Chiesa? Lei che idea si è fatto a tal proposito? Ha qualche progetto in mente?
È facile e spontaneo oggi, mentre siamo ancora nel vivo della pandemia con le costrizioni che obtorto collo abbiamo dovuto accettare, riconoscere che in fondo il coronavirus ci ha cambiato dentro facendoci riscoprire il senso di una maggiore vicinanza al prossimo. Tutti, è vero, ci stiamo sentendo più fratelli, più pronti anche a sacrificarci e ad immedesimarci nella sofferenza degli altri. Il rischio magari è che, passata la tempesta, tutto ritorni come prima, dimenticando presto i nostri buoni propositi. Cosa fare come Chiesa perchè questo non avvenga e perchè questa grossa opportunità umanizzante non vada sprecata? Mantenere gli stessi ritmi, non di paura e di «distanza sociale», ma al contrario di attenzione e vicinanza all’altro senza perdersi e smarrirsi nuovamente nel vortice delle cose da fare. Oggi la famiglia ha ripreso a risentire la gioia dello «stare insieme», i giovani hanno verificato la bellezza del mettersi a disposizione e a servizio di chi soffre: credo che puntare maggiormente sulla famiglia e sui giovani può dare alla Chiesa il suo volto di madre, capace di educare a trasfigurare le nostre relazioni nell’esercizio della carità evangelica. Alla nostra società caratterizzata da una cultura laicista e liquida, possiamo unitariamente dare un messaggio di speranza proponendoci come Chiesa «casa e scuola di comunione e di umanità».

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