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Una rete fittissima di fiancheggiatori anche tra le forze di Polizia.

Le 'ndrine e i contatti con gli agenti Fbi

di Redazione Web 28/01/2017

Antonio Piromalli viveva a Milano. Piuttosto che un 'capo-bastone' aveva vestito i panni dello scaltro imprenditore. Basso profilo, pochi contatti con i reggenti in Calabria e un mondo di affari. La dote criminale dei Piromalli, indubbiamente, rappresenta una delle massime espressioni della ’ndrangheta, come stabilito dalla Cassazione nel processo 'Crimine'. La 'proprietà' del Porto di Gioia Tauro ha consentito ai Piromalli di stabilire nuove rotte in cui drenare gli affari illeciti del narcotraffico. Anche nell’operazione 'Provvidenza', coordinata dai pm De Raho, Paci e Di Palma, si evidenzia come i sodali del clan fossero a conoscenza delle indagini a loro carico, come ad esempio Pasquale Guerrisi e Girolamo Mazzaferro, erano soliti 'bonificare' gli uffici e le autovetture di loro proprietà. Lo conferma il collaboratore di giustizia, Antonio Russo: «Mommino (Girolamo Piromalli, classe 1980, ndr) nella Polizia aveva un uomo che gli dava le notizie in anteprima ». Una 'talpa'.
Ma, quando si parla dei Piromalli, bisogna sempre guardare molto più in alto. Secondo gli inquirenti, Antonio Piromalli «ha contatti con Vizzari», ritenuto 'testa di ponte' della cosca Piromalli negli Usa. Tramite quest’ultimo ha avuto «cognizione dell’esistenza di un’indagine a loro carico», tanto che Vizzari, «che chiaramente dispone di 'agganci' in ambito istituzionale (nel Fbi) gli aveva riferito di essere stato 'consigliato' di non tornare in territorio italiano». Rosario Vizzari è un personaggio-chiave nell’operazione 'Provvidenza': 48enne calabrese, da 20 anni residente in America. Un soggetto apicale della ’ndrina a tal punto che quando Antonio e Pino 'facciazza' Piromalli si incontrano di persona, dopo sette anni che non si vedevano, parlano proprio di lui. Accade in carcere il 24 dicembre 2016, dove il padre- boss è rinchiuso al 416 bis, ma per il figlio, Antonio, l’argomento Vizzari è troppo importante e va affrontato. «L’altro giorno l’ho chiamato e mi ha detto: 'Antonio ora se ne sono andati'», spiega Piromalli al padre riferendo della telefonata con Vizzari. «Io gli ho detto 'ma chi?' e lui: 'sono stati tre giorni qua dentro'».
Il riferimento è a un’imponente perquisizione subita negli uffici dello stesso Vizzari a New York, che fa scattare l’allarme tra i sodali circa un’indagine a loro carico. Un’intuizione che poi viene resa esplicita dalla telefonata tra Rosario Vizzari e Antonio Piromalli come emerge dal racconto di quest’ultimo al padre nella sala-colloquio del carcere in cui è rinchiuso. «Prima che se ne andassero c’era il capo del Fbi – spiega Piromalli jr riportando le parole riferite da Vizzari – che gli ha detto: 'io ti dico una cosa, non andare mai in Italia. Se vai e ti fanno qualche mascalzonata chiamami a testimoniare perché – prosegue – sulla vostra pelle vogliono fare carriera' ». Parole inequivocabili che trasmettono ai vertici della ’ndrina di Gioia Tauro la certezza di essere nel mirino degli inquirenti dell’antimafia italiana sui quali, secondo quanto riporterebbe Vizzari nella conversazione, contenuta nel decreto di fermo, con Antonio Piromalli – il presunto 'capo del Fbi' non nutrirebbe grandissima stima: «'Vogliono insegnare a me il mio mestiere, quindi guarda a che cosa arrivano a fare...'».
Nonostante questo episodio però dall’America arriverebbero rassicurazioni sempre dal presunto 'capo del Fbi' amico di Vizzari come ha premura di spiegare Antonio Piromalli al padre Pino 'facciazza' nel colloquio della vigilia di Natale appena trascorsa. «Continuate a fare quello che state facendo» sarebbe stato il consiglio degli agenti americani. Un’imbeccata che ha fatto accelerare la conclusione delle indagini giunta a poco più di un mese da quell’incontro in cella tra Antonio e Pino Piromalli. L’affermazione è pesantissima, ma non trova riscontro in un’attività inquirente, anche se il comandante dei carabinieri del Ros ha richiesto la massima collaborazione del Fbi sul caso. Non si può escludere che Antonio Piromalli, pensando di essere intercettato nel colloquio con il padre, si sia voluto creare un alibi o abbia voluto allargare i sospetti su altri. Così come si può ipotizzare una messinscena di Vizzari per depistare le indagini.
C’è dunque una nuova ’ndrangheta da scoprire, quella degli assetti criminali internazionali. Le carte dell’operazione 'Buena Ventura' fanno emergere come sia prassi delle ’ndrine quella di stringere alleanze con i gruppi eversivi dei territori come le Farc, forze rivoluzionarie colombiane. Fonti investigative riferiscono di un’anomalia nelle tratte dell’olio contraffatto e delle clementine dei Piromalli: ci sarebbe stata una sosta, in un porto della Turchia, dopo il travaso delle merci a New York. Dal Porto di Gioia Tauro, oltre al narcotraffico, si sposta così il più grande supermarket illegale di armi del Mediterraneo, come accertato da decine di interventi di sequestro e confisca.

Davide Imeneo/Federico Minniti - Pubblicato su Avvenire.

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