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Così il lockdown ha dimezzato i servizi e messo in ginocchio le comunità di recupero, che ora restano sole Il silenzio del governo, il vuoto nei decreti: «Non possiamo più andare avanti».

Droga, l’altra Italia dimenticata: servizi e comunità in crisi

di Redazione Web 08/06/2020

660mila, i ragazzi che hanno fatto uso di sostanze psicoattive illegali nel corso del 2018; 334, le morti per overdose nel corso del 2018: una vittima ogni 26 ore, per intendersi, con un raddoppio dei decessi fra le donne; 460mila, le persone che hanno bisogno di trattamenti terapeutici per una dipendenza conclamata. Da droga, da alcol ma anche da gioco d’azzardo. Ma di dipendenze non ne parla più nessuno o quasi.

Fragili, immunodepressi, a rischio. Eppure completamente dimenticati, proprio come prima che scoppiasse la pandemia. Se c’è un capitolo assente dalle agende del governo, per cui nessun protocollo scientifico di sicurezza è stato stilato e tanto meno immaginato, è quello delle migliaia di giovani con dipendenze. Figli d’Italia – studenti, disoccupati, al primo impiego – che hanno attraversato il deserto del lockdown assieme al loro incubo: chi nelle comunità, dove ad accompagnarli sono rimasti a titolo esclusivamente volontario (spesso del tutto privi di dispositivi di protezione) la maggior parte degli educatori e degli operatori; chi chiuso in casa, in astinenza, o alla ricerca disperata di droga sull’unico canale che è stato in grado di garantirla lontano dalla strada, cioè il web.

L’allarme consumi e servizi Dimezzati, causa quarantena generale, i servizi diurni e i Serd (che hanno garantito per lo più il metadone), azzerati i nuovi ingressi nelle comunità (messe ulteriormente in ginocchio, per altro, dal blocco economico), polverizzati i progetti in corso (tra cui la revisione della vecchia legge sulle dipendenze), nel campo della presa in carico dei più fragili fra i ragazzi ora si rischia di fare un balzo indietro di anni. Col risultato prevedibile – visto che lo spaccio invece continua, fiorente – che alla fine tornino proprio le sostanze a vincere. La situazione è allarmante. Nelle ultime due settimane casi di overdose si sono registrati un po’ ovunque lungo lo stivale, come atteso: le riaperture hanno portato con sé il ritorno sulla strada di tanti giovani restati in astinenza forzata durante il lockdown. E fuori dalle comunità, prima chiuse ed ora contingentate, la fila delle attese è aumentata all’inverosimile. Ma di allarmi il mondo delle comunità ne ha lanciati a ripetizione negli ultimi anni, inascoltato: i dati dell’ultima Relazione al Parlamento sulle droghe avevano evidenziato una drammatica crescita nei consumi, specie tra i minorenni, e un trend crescente di morti (in media uno ogni 26 ore).

Lo spartiacque Covid «Poi è arrivato il Covid e le strutture che accolgono questi “esseri in fuga”, non solo i tossicodipendenti ma sempre più spesso anche i malati psichiatrici, gli scarti, sono rimaste invisibili. Periferie troppo lontane dai riflettori». A prendere carta e penna qualche giorno fa sono stati Biagio Sciortino, presidente nazionale di Intercear-Rete dei coordinamenti regionali degli enti accreditati per le dipendenze, Luciano Squillaci, presidente nazionale della (Federazione italiana comunità terapeutiche (Fict), e padre Salvatore Lo Bue, presidente della Casa dei Giovani (Bagheria). Uno sfogo in una lettera aperta: «Nelle nostre strutture – evidenziano le comunità – si è capito subito che non bastava limitarsi a fare delle richieste ad autorità superiori, ma bisognava rimboccarsi le maniche e operare autonomamente delle scelte per salvaguardare i ragazzi ». E così è stato: «L’isolamento è stato scelto prim’ancora che baluginasse alla mente degli esperti nazionali» o che scoppiasse il ben più noto caso delle Rsa. «Grazie a questa decisione in parecchie centinaia di comunità terapeutiche italiane non si sono registrati casi di positività al Covid-19 e non perché, come dice qualcuno, i tossicodipendenti sono immuni: al contrario, l’uso di droghe abbassa le difese immunitarie».

I salvatori e i burocrati A San Patrignano, che si è chiusa al mondo esterno ai primi di marzo e che esce dall’emergenza senza nemmeno un caso di Covid su oltre mille ospiti, il problema è soprattutto quello dei nuovi ingressi: 4 a cicli di 14 giorni, visto che la Regione Emilia-Romagna almeno si è dotata di disposizioni ad hoc e chiede l’obbligo di una quarantena, per un totale di 8 al mese. Contro i 40, però, che nella norma bussano alla porta della comunità per chiedere aiuto. «Noi siamo fortunati – spiega il responsabile dei rapporti sitituzionali, Francesco Vismara – perché nella disomogeneità totale della gestione delle dipendenze a livello territoriale possiamo far conto su un struttura di coordinamento regionale che è arrivata almeno a stilare delle regole. A livello nazionale tuttavia si conferma che il nostro mondo è invisibile: il governo è totalmente assente, e lo è da ben prima del Covid». Sul tavolo di San Patrignano, come di tutte le altre comunità, c’è in particolare il nodo delle rette: «Il blocco degli ingressi di fatto diminuisce il fatturato delle strutture, che tuttavia devono mantenere requisiti rigidissimi per l’accreditamento, garantendo lo stesso personale, le stesse procedure, ora anche la sicurezza degli spazi. Il punto è che stiamo parlando di no profit: come lo recuperiamo, quel fatturato? Noi non facciamo business – continua Vismara –, non possiamo andare a credito mettendo in campo nuove strategie commerciali per il futuro. Noi salviamo i ragazzi, e lo facciamo al posto dello Stato, in una logica di sussidiarietà che di nuovo viene mortificata da cavilli giuridici e burocratizzazione delle procedure». Un meccanismo in cui la carne viva dei figli d’Italia, già lacerata dalla droga e dall’abuso di psicofarmaci (per cui si prevede per altro un picco di consumi nei prossimi mesi), resta – di nuovo – stritolata senza appello.

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