accedi | registrati | 10-7-2020

Un fragile ed inquieto rapporto. «Rivedere l'idea di sovranità»

Patti Lateranensi, l'8 giugno 1985 la ratifica dell'accordo

di Redazione Web 08/06/2020

di Vincenzo Varone - Giugno è un mese importante per la storia della disciplina dei rapporti tra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano: il 7 giugno 1929 venne ufficialmente sancita la sovranità dello Stato Città del Vaticano. I Patti Lateranensi, che presero il nome del Palazzo di San Giovanni in Laterano dove furono sottoscritti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica nel 1929 (e resi esecutivi con la l. numero 810/129), hanno posto fine alla così detta “questione romana” e consentito negli anni, alla Santa Sede, di essere neutrale e allo stesso tempo di accreditarsi come soggetto internazionale, a servizio del bene comune. Invero, nel territorio italiano, che nasce dalle ceneri di un contrasto forte tra due sovranità, si rivela una storia tribolata dei rapporti tra giurisdizione ecclesiastica e giurisdizione civile, nell’interpretare ed applicare il binomio sovranità–giurisdizione. Il richiamo necessario è al famigerato articolo 34 del Concordato, a cui si accompagna la frase di Pio XI: «Per avere questo articolo 34 del Concordato saremmo andati a trattare con Belzebù in persona», esso rappresenta l’architrave del Concordato italiano, del riconoscimento della esclusività della giurisdizione ecclesiastica in alcuni ambiti, dell’affermazione di una sovranità, quella della Chiesa, che si pone in posizione privilegiata. Da lì ci sarebbero voluti circa 40 anni perché lo Stato riuscisse ad inserirsi nelle maglie di un automatismo della giurisdizione ecclesiastica. Verso la fine degli anni ’70 la disciplina concordataria venne messa in discussione perchè ritenuta non più conforme ai principi costituzionali, grazie ad una progressiva erosione, ora in sede scientifica ora, soprattutto, in sede giudiziaria, da parte della giurisprudenza della Corte costituzionale italiana. Tutto ciò potrebbe destare meraviglia se si considera che il riconoscimento della duplice sovranità, della Chiesa e dello Stato, si rinviene proprio nel dettato costituzionale (nell’articolo 7 della Costituzione per l’appunto) ma le seduzioni giurisdizionaliste ebbero il sopravvento. Il tema della revisione del Concordato, dunque, accese allora il dibattito politico perché esso ebbe una precipua valenza nell’ottica dell’affermazione della laicità dello Stato. Proprio in quegli anni, infatti, si andava delineando il principio della laicità dello Stato come «supremo dell’ordine costituzionale»: così si pronunciò definitivamente il giudice delle leggi in una importante senza la numero 203 del 1989. Prevalse, dunque, l’esigenza di un bilanciamento normativo delle due G Vista sulla Basilica di San Pietro sovranità, della Chiesa e dello Stato. Giugno è un mese importante per la disciplina concordataria: l’8 giugno del 1985 veniva ratificato l’accordo di modifica dei Patti lateranensi fra Italia e Città del Vaticano, sottoscritto l’anno precedente. Però, a distanza di 56 anni dalla stipula dei Patti, venuto meno il dogma dell’esclusivismo giuridico statale, ci si sarebbe aspettati che fosse definitivamente fugato il rischio dell’esaltazione della sovranità a scapito della libertà della persona. Certo l’approccio che rinveniamo è quello della laicità dello Stato, del divieto di discriminazione dei cittadini per motivi religiosi e di culto che implica, nella visione più perfetta, non una indifferenza dello Stato dinanzi al fenomeno religioso, bensì un’attività del medesimo per la salvaguardia della libertà di religione. Eppure, trascorsi altri 35 anni da allora ci troviamo di fronte all’evidenza di quanto fragile ed inquieta sia, e continui ad essere, la storia dei rapporti tra giurisdizione ecclesiastica e giurisdizione italiana. Forse semplicemente perché il principio personalistico dovrebbe essere inteso per come semplicemente è: strumento di servizio a presidio delle scelte della persona nell’assoluta consapevolezza dell’importanza del fenomeno religioso e delle sue ricadute in campo politico–sociale; non già espressione di un potere autoritativo che si traduce nella preoccupazione politica di evitare l’espansione di valori confessionali. Occorre, quindi, rivedere il concetto stesso di sovranità. Questa è la sfida della cultura giuridica in primis. Principio e fine di ogni istituzione, che opera a servizio dell’umanità, è la naturale dignità e responsabilità di ogni persona umana. Diviene auspicabile, allora, la riapertura del dialogo diplomatico tra Stato italiano e Chiesa cattolica, unicamente per la promozione integrale della persona, e ragionare in termini diversi significherebbe ritornare a quel giurisdizionalismo che la storia dell’umanità ha archiviato da tempo.

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