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L'intervista al vescovo Donato Oliverio, che ci parla del dialogo tra due mondi

Eparchia di Lungro, «La bellezza dell’unità nella diversità»

di Davide Imeneo 09/06/2020

Continuiamo le nostre interviste ai presuli calabresi. Oggi proponiamo il nostro dialogo con Donato Oliverio, eparca di Lungro, diocesi cattolica di rito bizantino, una comunità «chiamata a testimoniare, assieme alle altre diocesi della Calabria, la bellezza dell’unità nella legittima diversità. In quanto realtà ecclesiale in piena comunione con il successore di Pietro, e con lo sguardo da sempre rivolto all’oriente cristiano».
Qual è la peculiarità dell’Eparchia di Lungro?
Oggi l’Eparchia sente forte la sua vocazione ecumenica, insita nella sua storia, e si spende in molti modi affinché arrivi quanto prima l’atteso giorno della piena unità tra oriente e occidente. L’attenzione al dialogo ecumenico è una delle peculiarità della nostra Eparchia, la quale sin dagli anni del concilio Vaticano II, ha dato vita ad una recezione ecumenica che tutt’ora porta i suoi frutti. È grazie a questa attenzione all’ecumenismo se ancora oggi la Calabria organizza i convegni ecumenici regionali: un momento di grazia in cui le chiese di Calabria, con la presenza di relatori inviati dal patriarca di Costantinopoli, si incontrano per riflettere sull’unità dei cristiani.
Il dialogo tra questi due mondi, quello bizantino e quello latino, può ancora fare dei passi avanti?
Le chiese cattoliche orientali hanno un ruolo importante di mediazione, ovvero devono rendere partecipi i cristiani di occidente del patrimonio liturgico e spirituale dell’oriente cristiano. La nostra spiritualità, le nostre sfumature teologiche, la musica, la liturgia, costituiscono quelle differenze che si affiancano, senza contraddizione, alle peculiarità della Chiesa latina e stanno a riflettere la libertà dello Spirito Santo di manifestare la molteplicità dei suoi doni celesti. Un dialogo sempre più stretto e sincero e un sempre maggior contatto tra le diocesi di rito latino e l’Eparchia di Lungro potrà giovare e arricchire l’intera realtà ecclesiale calabrese. Questo è anche il consiglio che il patriarca Bartolomeo ha donato alle chiese di Calabria, durante la sua visita nella Eparchia.
A settembre lei ha accolto il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo...
È stato un evento di grazia. Abbiamo avuto l’occasione, noi, figli di un popolo che dovette abbandonare la propria terra di origine, di rileggere la nostra storia, fatta di uomini e donne, che hanno creduto e trasmesso la fede cristiana in esilio dalla propria terra e che mai avrebbero sognato che il patriarca di Costantinopoli sotto la cui giurisdizione si trovavano prima di lasciare la loro patria, un giorno sarebbe venuto a ricordare loro che nonostante le diversità teologiche una madre non dimentica mai i propri figli. Durante quei giorni di incontro, in cui ciascuno ha avuto la grazia di conoscere l’altro, senza sospetto, abbattendo antichi muri, ciò che più ha toccato il nostro cuore sono stati i momenti di preghiera comune e di convivialità. Così come Papa Francesco ci ricorda spesso, l’unità è un cammino comune in cui si prega assieme e si lavora assieme. L’unità dei cristiani? Si fa camminando.
L’eparchia di Lungro è costituita principalmente dalle comunità italo–albanesi. Secondo lei, ad oggi, c’è una perfetta integrazione di queste comunità nel tessuto sociale italiano? Vi è un perfetto arricchimento reciproco tra le due realtà. Siamo la testimonianza vivente di come la diversità esista e tuttavia non costituisca motivo di discriminazione o divisione. L’integrazione che il nostro popolo ha vissuto nella propria esperienza di vita pone ancora più forte l’accento su ciò che più che mai oggi è necessario: il dialogo che vuol dire mettersi in cammino con l’altro, per conoscerlo meglio, mettendo da parte ogni pregiudizio e con il desiderio di costruire ponti e non muri. Questo è il dialogo ecumenico. 
Sul fronte dell’ecumenismo è stato fatto tanto, soprattutto dopo il Concilio. Dal suo punto di vista come giudica questo cammino?
Il cammino dell’unità è un cammino impervio, spesso non facile, tuttavia dobbiamo percorrerlo. Dico questo non perché sia la moda del momento o perché sia un argomento caro a papa Francesco. No. Lo spendersi per l’unità dei cristiani è ciò che ogni cristiano deve fare, «perché il mondo creda che tu mi hai mandato». In un tempo in cui assistiamo alle tante iniziative ecumeniche da ogni parte – è di qualche giorno fa la lettera di Papa Francesco al cardinale Kurt Koch in occasione dei 25 anni della Ut unum sint – vorrei insistere sulla necessità di una formazione ecumenica a tutti i livelli, non solo nei seminari, dove purtroppo ancora oggi in alcuni casi manca l’insegnamento dell’ecumenismo, ma anche nelle diocesi e nelle parrocchie. Soltanto con una formazione ecumenica del popolo di Dio, affidata a persone specializzate e competenti, potremo creare una sensibilità ecumenica. È proprio per questo che come diocesi stiamo pensando, da tempo ormai, alla creazione di una scuola di formazione ecumenica, con l’auspicio che, a partire da queste esperienze locali, possano avviarsi processi che sanino le ferite e le divisioni e che cancellino lo scandalo di noi cristiani che, così come agli albori del movimento ecumenico, rischiamo di testimoniare a volte un Cristo diviso.

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