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’Ndrangheta all’assalto dei tour operator e dell’agroalimentare

La scalata dei Piromalli: «Ripulitemi sulla ricerca Google»

di Redazione Web 30/01/2017

«Io vorrei che quando uno clicca il mio cognome su Google, la gente non veda le notizie negative». A parlare è Antonio Piromalli. Il figlio di don Pino “facciazza” è attento a quello che succede sul web e sui social network a tal punto – per quanto emerge da un’intercettazione – da essere restio a voler utilizzare programmi di messaggistica istantanea.
«Se lui avesse WhatsApp, gliela invierei (una foto, ndr), ma Antonio non possiede cellulare», spiega Pasquale Guerrisi a Rocco Dato per sintetizzare l’estrema attenzione alle comunicazioni condivisa da tutti gli affiliati: anche da Teo Mazzaferro, che ha il compito di gestire le tensioni sul territorio calabrese. All’interno della masseria-covo del clan, dialogando con un altro indagato, Mazzaferro critica i passi falsi proprio di Guerrisi, sodale del giovane Piromalli: «Ma hai visto a Pasquale cosa ha scritto su Facebook? “Tagga” le persone, è inguaiato».
Gli uomini del clan di Gioia Tauro vogliono far inabissare - anche su internet - tutte le informazioni riguardanti la propria ‘ndrina. Quel cognome, Piromalli, deve diventare invisibile. Eppure secondo il generale dei carabinieri del Ros, Giuseppe Governale, «Basta ascoltarlo per capire il “concetto”».
Ma quale sarebbe l’antifona da comprendere al volo? «La ’ndrangheta punta a trasformarsi da organizzazione mafiosa a principale agenzia criminale del pianeta». Un’azione camaleontica descritta dal procuratore capo di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario.
I Piromalli, in questo, rappresentano un vero e proprio esempio di “governo” del malaffare, uno 'stato parallelo' con deleghe precise per lo sviluppo degli affari illeciti della ’ndrina. Lo fanno grazie ad Alfonso Annunziata, che da mercataro diventa il magnate dell’abbigliamento al sud Italia. O come i Bagalà, muratori a giornata, trasformati in una holding degli appalti pubblici, come sostiene la Dda nella recente operazione “Cumbertazione”. Non prestanome, ma soggetti che sarebbero pienamente inseriti alle dinamiche criminali. Non i soli: assieme ad Annunziata e Bagalà, ci sarebbero anche Matteo Oliveri e Nicola Comerci. La vecchia guardia, i compari di don Pino “facciazza”, che assieme ai cugini Mazzaferro e D’Elia,per i Piromalli sarebbero i delegati agli affari interni alla Calabria.
Ma c’è una «’ndrangheta che vuole diventare imprenditoria», secondo la Direzione nazionale antimafia; per farlo utilizza forze nuove: su tutti Francesco Cordì, cognato di Antonio Piromalli e reggente della cosca durante gli anni di detenzione di Pino “facciazza” e del figlio.
Cordì opera con Nicola Rucireta, che per conto dei Piromalli “gestisce” la ‘ndrina in Basilicata e Puglia. I due hanno la passione per il turismo, essendo – tra l’altro – «capaci di interloquire con esponenti di rilievo delle più significative catene di resort, quali “ClubMed”, “Valtur” e “Alpitur”». A Marina di Pisticci, Otranto, Simeri Crichi, Ostuni, Marilleva e Rocca Pietore, il settore ricettivo è cosa loro. Se i villaggi turistici rappresentano una nuova fonte di riciclaggio, sono tanti altri i settori di drenaggio dei denari del narcotraffico. Lo sa bene, secondo gli investigatori, Alessandro Pronestì. A lui, Antonio Piromalli, affida il compito di filtrare i rapporti all’interno dell’Ortomercato di Milano, ma anche di agevolare quelli con i marchi francesi dell’outfit da “piazzare” nei propri centri commerciali di Udine, Lecco e Peschiera Borromeo.
Ma sul business dell’agroalimentare, accanto a Rosario Vizzari, riferimento del clan in America con “agganci” nel Fbi, l’altro ago della bilancia è Giorgio Cataudella, che gli inquirenti definiscono «saldo e imprescindibile punto di riferimento». È Cataudella, il basista siciliano nel mercato ortofrutticolo di Vittoria (Ragusa), che avrebbe aperto la rotta rumena dei Piromalli a Timisoara e Ojara (Romania).
Il grande trait d’union della cosca sono, però, le donne della famiglia, a cui è delegata la comunicazione anche con il 416bis, dove è detenuto il patriarca, Pino Piromalli che non perde occasione per tenersi aggiornato sull’andamento dell’attività economica della cosca. Nel 2015, pochi mesi dopo il ritorno in libertà del figlio Antonio, il padre-boss si raccomanda con la moglie di intercedere con lui: «Piano piano si mette, non deve avere fretta», specificando che il silenzio fa bene agli affari, «che non si pensi Antonio di attaccare alla grande come faceva lui». Vecchi e nuovi codici di ‘ndrangheta. Nel veicolare i “pizzini” contenenti le informazioni, oltre alla disponibilità dell’azienda privata di trasporto “Lirosi”, non mancano al clan anche i giovani “portavoce”, come Carmelo Bagalà che per conto loro era un «contatto caldo» in Spagna. Una regia criminale spaventosa, dietro alla quale – secondo il ministro dell’Interno, Marco Minniti – è confermata «l’esistenza e l’operatività di una componente riservata con funzioni strategiche». Su questo aspetto 'crosscriminale' si sta dirigendo l’attenzione degli organi inquirenti.

Davide Imeneo/Federico Minniti - Pubblicato su Avvenire.

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