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Nata trentadue anni fa, oggi è all’interno di un bene confiscato alla ’ndrangheta

A «Villa Falco», vi raccontiamo una familiarità iper-contagiosa

di Federico Minniti 09/06/2020

L’Area Grecanica ci riserva temperature estive, seppure sono i primi di giugno. Siamo in località Annà di Melito Porto Salvo e citofoniamo alla Casa Famiglia “Francesco Falco” che ospita persone con problemi psichiatrici. A risponderci è Concetta Toscano, responsabile della struttura della Piccola Opera inaugurata il 18 maggio 1988 da don Italo Calabrò, il sacerdote che ha anche celebrato le sue nozze: «Sono stata fortunata», ci dice sorridendo Concetta.

Dopo i saluti, è subito tempo di termoscanner, igienizzazione delle mani e autocertificazione. Non dimentichiamoci che siamo nell’epoca del Coronavirus. Eppure l’epidemia – seppure restringendo (e di molto) le attività esterne alla struttura – non ha assolutamente infettato il clima di famiglia che si respira a “Villa Falco”, come la conoscono tutti. «Da un decennio ci siamo trasferiti quì – ci dice Concetta – che è un bene confiscato alla mafia»: una scelta di campo netta (e non potrebbe essere altrimenti) che è confermata anche dall’ingresso alla Casa Famiglia in cui campeggiano i nomi di alcune vittime della criminalità organizzata. «Una volta è venuta una signora per dirmi grazie. Era la moglie di una delle vittime, Francesco Giorgino. Spesso e volentieri porta i suoi nipotini a vedere quello strano “pre- sepe” in cui tra i protagonisti c’è il loro nonno», ci confida Concetta.

«Innamoratevi degli ultimi» recita un cartello all’interno della casa. La responsabile ci accompagna in giardino. Ad attenderci ci sono ospiti e operatori. Tutti attendono l’intervista, qualcuno si è detto disponibile a parlare. Per nulla impauriti da taccuino e registratore iniziano a raccontarsi. Davide, che vive da 8 anni a “Villa Falco” è particolarmente loquace: «Questo tempo mi ha permesso di riavvicinarmi ai miei genitori; ho avuto paura per loro e ho capito quanto siano importanti per la mia vita». «È stato duro – spiega Fabio – perché abbiamo dovuto interrompere i rapporti con l’esterno, però abbiamo fatto tante attività».

Giardinaggio e cucina sono le novità. Giuseppe Romeo, operatore della Piccola Opera, ci spiega meglio: «Nei giorni di festa abbiamo avviato dei laboratori culinari; ad esempio, il 2 giugno abbiamo preparato delle brioche insieme ai ragazzi; mentre all’esterno, dopo aver dato una bella pulita, abbiamo piantato diversi alberi di kiwi: speriamo diano presto i loro frutti».

Parlavamo di novità, perché sono rimasti invariati i laboratori artistici e teatrali (di cui parliamo in un altro articolo di questa pagina, ndr) seppure limitati soltanto agli ospiti. Mancano, infatti, le “incursioni” dei volontari, familiari e amici di “Villa Falco”». Una realtà sempre proiettata verso l’esterno che, da qualche giorno, ha riaperto i cancelli per permettere agli ospiti di uscire a piccoli gruppi.

Passare qualche ora in questa Casa Famiglia, però, ti da sollievo. È tangibile l’affetto a tal punto da essere contagioso. In questo caso, però, un contagio che fa bene. «Devo dire che mi sento fortunato. Non potrei chiedere di meglio alla vita e a Dio», commenta Davide. Nei suoi occhi si vede un mare di speranza, ancora più profondo di quello che costeggia l’orizzonte che si scruta dai balconi della Casa Famiglia di Melito Porto Salvo.

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