accedi | registrati | 19-9-2020

Durante il lockdown i cappellani sono stati un ponte con il mondo fuori, dice l'ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane

Riprendono le messe nelle carceri, l'analisi di don Grimaldi

di Redazione Web 11/06/2020

di Gigliola Alfaro* - Anche in carcere si torna a celebrare la messa. Dal 1° giugno, come prevede una circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), sono state autorizzate le celebrazioni eucaristiche con la partecipazione dei detenuti. «Sono ripartite le messe anche se timidamente per la difficoltà di gestire questi momenti liturgici nell’emergenza – racconta don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane -. Già precedentemente, qualche direzione aveva dato il permesso per delle messe sempre nel rispetto delle norme di sicurezza» ma «per il momento entrano solo i cappellani, i diaconi e le religiose».

Don Raffaele, viene regolamentata la partecipazione alle celebrazioni, come nelle chiese all’esterno?
«Certamente, oltre al rispetto di tutte le misure di protezione e sicurezza, il numero dei detenuti che può partecipare alla messa dipende dalla capienza delle cappelle nelle singole carceri. Per agevolare la partecipazione si stanno celebrando messe negli spazi aperti, come i campetti o i luoghi di passeggio».

Al momento, in carcere i volontari non possono ancora entrare?
«No, se non quelli che svolgono progetti o specifiche attività. Io auspico che a fine mese sia concesso ai volontari di tornare in carcere, come ho chiesto espressamente al Dap. Nel periodo della pandemia, senza il supporto dei volontari e con la difficoltà per gli stessi cappellani a entrare nelle sezioni, i detenuti hanno vissuto un maggior disagio. Le sofferenze che abbiamo condiviso tutti durante il lockdown nel carcere sono state amplificate.
Soprattutto pensiamo a quei detenuti, che sono poveri, stranieri, senza fissa dimora, senza famiglia. Il mio augurio è che quanto prima possano riprendere, con le dovute precauzioni e in sicurezza, quelle attività che fanno sì che il carcere sia un ambiente di un possibile riscatto e dove c’è l’opportunità di crescere in questo tempo di prova. Perciò, spero che quanto prima possa ritornare in carcere ad operare il mondo del volontariato che, insieme con cappellani e religiosi, dà un grande supporto ai detenuti. Ci sono volontari ben preparati, motivati, che fanno tanto bene».

Cosa hanno potuto fare i cappellani durante i periodi più bui dell’epidemia in Italia?
«In tutto il periodo di blocco i cappellani hanno cercato di essere, comunque, come potevano, vicini agli operatori. In effetti, quello che i cappellani hanno potuto concretamente fare è dipeso dalle direzioni delle carceri. In alcune realtà, dove si è scelta una linea più rigida per contrastare l’emergenza, i cappellani hanno potuto fare poco, nel senso che non potevano incontrarsi con i detenuti né entrare nelle direzioni. Si è trattato, comunque, di un metodo adottato anche per ridurre le possibilità di contagio, insieme ad altre misure di protezione prese. Ed effettivamente i numeri dei casi sono stati molto bassi. Se il contagio si fosse diffuso nelle carceri sarebbe stata una rovina. D’altra parte, basti pensare, proprio all’inizio della pandemia in Italia, alle manifestazioni incontrollabili di violenza nelle nostre carceri. Laddove l’ambiente era più tranquillo e la direzione ha permesso di fare di più, i cappellani hanno potuto avere anche qualche colloquio personale con i detenuti per sostenerli umanamente, moralmente, spiritualmente. Poi, attraverso gli operatori del carcere, venivano informati delle necessità materiali dei detenuti, soprattutto dei più bisognosi, che non avevano la possibilità di ricevere pacchi dalle famiglie. I cappellani hanno provveduto a fornire indumenti e prodotti per l’igiene personale. L’emergenza ha visto un grande impegno da parte dei cappellani e io li ringrazio per tutto quello che hanno fatto in questo momento di grave difficoltà».

Le carceri italiane cronicamente soffrono per il sovraffollamento, un problema ancora più serio con l’emergenza coronavirus…
«Paradossalmente, chi avrebbe potuto usufruire dei domiciliari in questa occasione, avendone i requisiti, spesso non ha potuto farlo perché ad esempio era senza domicilio. Alcune associazioni hanno preso a cuore casi come questi e hanno offerto un domicilio dove stare, ovviamente però sono stati casi limitati. La maggior parte non ha potuto usufruire dei benefici previsti».

Come hanno vissuto i detenuti la sospensione dei colloqui con i familiari durante la fase 1 dell’emergenza?
«Nel periodo del lockdown le direzioni si sono attrezzate con tablet per permettere le videochiamate. I detenuti hanno potuto rivedere così le loro case: per certi aspetti, quindi, è stato anche positivo. La pandemia in tanti ambienti ci ha mostrato un modo nuovo di lavorare: ora sono ripresi i colloqui con i familiari, ovviamente con le dovute precauzioni, ma se nelle carceri si usassero più spesso questi nuovi strumenti di comunicazione sarebbe ideale perché si faciliterebbero i rapporti con i familiari che abitano lontano o che non hanno i mezzi economici per affrontare il viaggio e, quindi, non facilmente possono andare a trovare i loro congiunti detenuti».

Quali sono oggi le maggiori richieste da parte dei detenuti?
«Dai più poveri vengono richieste di beni materiali, perché mancano di tutto. Poi, in generale, viene chiesto un supporto psicologico e morale.
In questo periodo i cappellani hanno fatto da ponte con i familiari per rassicurarli delle condizioni di salute dei loro congiunti chiusi in carcere».

Nel lockdown siamo stati tutti in “prigione”, anche se nelle nostre case: questo ha potuto in un certo senso aprire di più alla comprensione di quanto si vive in carcere?
«Il confinamento in casa ha permesso a molte persone di confrontarsi con la vita dei detenuti. Spero, perciò, che quello che abbiamo vissuto come “tempo sospeso” non sia dimenticato in fretta, ma abbia toccato in profondità il cuore di tutti quanti noi, percependo la sofferenza di tanti detenuti e aprendoci maggiormente alla solidarietà. Questo, credo, riguarderà, però, soprattutto le persone più sensibili e non chi è chiuso nel proprio egoismo e bada solo ai propri interessi».
*Agensir

Partecipa alla discussione

Esegui il login
Copyright 2016-2020 ©avveniredicalabria.it | Tutti i diritti sono riservati | Responsabile: Davide Imeneo
Arcidiocesi di Reggio Calabria - Bova | Via Tommaso Campanella, 63 – 89127 Reggio Calabria
Credits Web Agency a Reggio Calabria - Arti Creative