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Chi era davvero don Italo Calabrò? Ecco un racconto a puntate, scritto da Mario Nasone, sulla vita del prete reggino

Don Italo Calabrò e le lotte tra i banchi: «Non delegate mai»

di Mario Nasone 13/06/2020

Nel memorabile discorso pronunciato a Washington il 28 agosto 1963, Martin Luther King dichiarò il suo sogno: «I miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere». Anche don Italo Calabrò quando iniziò nel 1968, cinque anni dopo, la sua lunga marcia per i diritti degli ultimi, dei più diseredati, aveva un sogno, quello che ha voluto lasciare scritto nel suo testamento, «amate coloro che incontrate sulla vostra strada, nessuno escluso mai, è questo il comandamento del Signore».

Il suo sogno era quello di liberare i malati di mente dal lager dell’ospedale psichiatrico che aveva cancellato la loro vita e la loro dignità; di dare una famiglia ed un futuro ai bambini abbandonati negli istituti di assistenza; di strappare da un destino di morte e di violenza i ragazzi delle faide e della ‘ndrangheta. E ancora un lungo elenco di vite da scarto a cui curare le ferite, ragazze madri, anziani soli, disabili segregati in casa, giovani caduti nella droga. Un sogno di una Chiesa e di una comunità civile inclusiva, capace di dare un posto ed una opportunità a tutti, senza distinzioni, un progetto ambizioso che don Italo da subito ha voluto proporre e condividere con i giovani di quel tempo, con i primi volontari che accettarono di seguirlo con molta incoscienza e improvvisazione ma anche con l’entusiasmo di chi si sentiva chiamato a contribuire alla costruzione di un mondo più giusto. In questo percorso si è messo in gioco come prete e come educatore.

Tutto iniziò quando don Italo era insegnante di religione a scuola, al “Panella” di Reggio Calabria. Era una scuola popolare, molti studenti venivano dalla provincia, la maggior parte erano figli di operai. Eravamo alla fine degli anni Sessanta e anche a Reggio Calabria si avvertivano i fermenti della contestazione sociale. La protesta partì proprio dal “Panella”, l’Istituto tecnico industriale dove don Italo insegnava, allora la più popolosa e popolare scuola superiore della provincia: oltre tremila studenti, duecento insegnanti, costretti per mancanza di strutture adeguate ad un turno continuo dalle 8 alle 18.

Una scuola difficile dove l’insegnante di religione era talvolta il più bersagliato da battute pesanti ed approcci duri. Ma dove don Italo sapeva muoversi con forza e abilità. Uno dei suoi riferimenti era l’esperienza di don Milani, che cercava di adattare alla realtà della scuola pubblica e dell’insegnamento della religione.

Per gli studenti quell’energico prete era più che un insegnante, per di più di una materia marginale a livello curriculare come la religione: era il punto di riferimento con il quale affrontare anche i problemi personali, l’unico con il quale si poteva discutere anche di affettività e di temi sociali. E più è veemente era la loro critica alle istituzioni e alla Chiesa, più costante si faceva la sua attenzione e maggiore il suo desiderio di ascolto e di dialogo. Ma quella di don Italo non è era una presenza accomodante e facile. A quei giovani pronti alla contestazione egli rilanciava una proposta di impegno diretto e personale. A chi rimproverava alla Chiesa inerzie e anacronismi egli rispondeva con un invito alla responsabilità personale e sociale nel cuore dei problemi. Con loro affrontava i temi più vari e vicini alla loro condizione giovanile, l’amicizia, l’affettività, conosceva i cantautori di quel tempo, le canzoni di De André, raccontava le storie di personaggi simbolo del cambiamento, cattolici e laici: Martin Luther King, Gandhi, Follerau, Don Milani.

E soprattutto incitava a non delegare, a lottare e reagire sempre. In quell’anno, in tutta Italia, tutte le scuole venivano occupate dagli studenti. Incitava i suoi ragazzi a partecipare al movimento, a battersi per i loro diritti, quando necessario anche a incitare ad occupare la scuola, i palazzi del potere per ottenere la soluzione dei problemi che ostacolavano il loro diritto allo studio. Tutti dovevano poter rappresentare le proprie rivendicazioni, anche quelli che avevano posizioni più estremiste. Tra queste c’era anche Lotta Continua che nel 68 aveva molto seguito tra i giovani. Quando si trattò di comporre la delegazione che avrebbe incontrato il Prefetto, fu posto il veto proprio su Lotta Continua, irricevibile in Prefettura per la sua matrice ideologica. Fu don Italo che dialogò con loro giungendo al compromesso: in delegazione, egli stesso avrebbe rappresentato Lotta Continua.

Nessuno avrebbe potuto negare l’accesso a un prete, ma tutti dovevano essere rappresentati, anche le anime più radicali, tutti dovevano avere voce. Don Italo ha investito molto sui giovani. Soffrì molto quando fu costretto a lasciare l’insegnamento. Lui ha davvero voluto bene i suoi giovani. Nel rapporto con lui ognuno aveva la sensazione di essere unico.

Riversava attenzioni su tutti, aveva questa abilità, di attraversare le vite delle persone. Con un gruppo di loro dopo il diploma inizia la sfida della condivisione di vita con i poveri dell’ospedale psichiatrico e con i minori abbandonati del Brefotrofio provinciale, dell’orfanotrofio di Prunella di Melito Porto Salvo, del carcere minorile. Nascono così la Piccola Opera Papa Giovanni e il Centro Comunitario Agape e poi i Centri di accoglienza della Caritas diocesana per realizzare il suo sogno di una Chiesa e di una società dove nessuno fosse escluso. Ma quale è stato il segreto del suo successo, la sua capacità di attrarre i giovani spingendoli a fare scelte di vita impegnative? Fondamentale è stato il suo rapporto personale con ogni giovane e poi con tutti quegli adulti a cui chiedeva di spendersi a favore di quelli che facevano più fatica. L’altra sua caratteristica era quella di dare fiducia, responsabilità anche a chi era ancora giovanissimo ed in formazione, rischiando tanto, ma facendo sentire tutti valorizzati e protagonisti. (1. Continua)

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