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Mite e determinato visse con coraggio il tempo post-Concilio che contribuì a cambiare in modo radicale la Chiesa e la società di Reggio Calabria

Don Iachino racconta il 'suo' don Italo tra aneddoti ed emozioni

di Redazione Web 16/06/2020

di Antonino Iachino - Raccontare don Italo Calabrò, per chi gli è stato vicino per tanti anni, non è facile. Non si può sintetizzare in poche righe. Mi soffermerò pertanto quasi esclusivamente su alcuni aspetti della sua spiritualità sacerdotale. Don Italo è stato un prete impegnato, interessante, profondo, fedele. L’ arcivescovo monsignor Aurelio Sorrentino, che lo ha sempre avuto accanto come Vicario generale, in poche parole, dopo la sua morte, ci ha dato di lui il profilo umano e spirituale: «Sacerdote esemplare e sempre impegnato, fedelissimo alla Chiesa e ai vari pastori che si sono succeduti nella Chiesa di Reggio Calabria, umile e riservato, sensibilissimo a ogni sofferenza umana, d’intelligenza vivace, brillante nella conversazione, sempre proteso in avanti».

Appena ordinato sacerdote l’arcivescovo Lanza lo ha chiamato nella su segreteria. Per 27 anni è stato accanto al Venerabile arcivescovo, monsignor Giovanni Ferro, che ha avuto in lui il collaboratore intelligente e disponibile, capace di saper cogliere i segni dello Spirito che si manifestavano nella sua instancabile azione pastorale e trasformarli in concrete risposte di accoglienza, coinvolgendo i giovani, i tanti laici e il presbiterio. Poi per tredici anni è stato accanto all’arcivescovo Sorrentino come Vicario generale.

Subito dopo la chiusura del Concilio Vaticano II si è creato attorno all’arcivescovo un gruppo di lavoro, animato da don Italo, che ha coinvolto subito sacerdoti, religiosi e laici per studiare gli insegnamenti e le direttive conciliari e curarne fedelmente l’attuazione, con gradualità, prudenza e intelligenza. Con don Italo hanno collaborato intensamente don Domenico Farias, don Lillo Spinelli e la professoressa Maria Mariotti.

Insieme, accanto all’arcivescovo, hanno saputo accogliere e attuare la primavera del Concilio senza facili entusiasmi ma nella traduzione concreta della vita ordinaria della Chiesa e del rapporto col mondo.

Hanno profeticamente e sapientemente parlato, scritto, testimoniato il loro ministero da educatori ed animatori instancabili del rinnovamento della Chiesa locale e dell’evangelizzazione da veri padri e fratelli, dialogando e collaborando specialmente con i laicato cattolico e anche con i non cattolici, con tutte le categorie sociali e i diversi ambienti cittadini.

La nostra diocesi è stata fra le prime d’Italia a realizzare gli organismi di partecipazione pastorale, previsti dal Concilio: il Consiglio Presbiterale, Pastorale e il Consiglio per gli affari economici.

In quegli anni difficili, di rinnovamento, ma anche di ricerca di novità, don Italo ha saputo orientare lo sguardo della Chiesa locale, sul mondo dei poveri, sulla scelta preferenziale dei poveri nello spirito conciliare. Negli incontri mensili da lui promossi, a cui liberamente tutti i sacerdoti erano invitati a partecipare, frequentati dalla quasi totalità del presbiterio, si parlava di poveri , di iniziative di accoglienza, di coinvolgimento delle comunità cristiane per rispondere adeguatamente alle situazioni di bisogni emergenti, di volontariato , di educazione alla pace, di obiezione di coscienza e di servizio civile, di lotta alla criminalità organizzata, ma anche di verifica dell’attuazione della riforma liturgica, e in modo particolare del servizio alla Parola attraverso l’omelia.

Mi piace anche ricordare i tanti incontri con sacerdoti e laici per trovare concrete risposte da dare alle vecchie e nuove povertà presenti sul territorio , spesso raccolte dall’Arcivescovo nelle quotidiane visite alle parrocchie più ai margini. Don Italo ribadiva continuamente che la pastorale catechistica e liturgica doveva rendersi visibile nella pastorale della carità e che operatori pastorali dovevano essere riconosciuti tutti coloro che lavoravano al servizio dei poveri.

La caratteristica della sua spiritualità, che ha sempre cercato di condividere nella sua azione pastorale, era la considerazione della vita come dono e missione d’amore. Diceva: «Dobbiamo recuperare la dimensione della vita come dono, dono che Dio fa a noi attraverso i nostri genitori. Siamo stati tutti concepiti con un atto di amore! La vita che è in forma diversa secondo la varietà delle situazioni in cui ci troviamo, dev’essere considerata un dono: dono alla propria sposa, dono ai propri figli, alla propria comunità, al territorio in cui si vive, dono di consacrazione totale per i preti, per le suore, ma sempre di consacrazione anche per la vita coniugale, del lavoro, dell’insegnamento, di ogni altra attività. Tutta la vita è dono di Dio, è dono che noi facciamo agli altri».

«Stare con gli ultimi significa condividere la loro situazione. La condivisione, se è sincera, deve essere anche lotta con gli ultimi e per gli ultimi. Io mi sentirei fallito come uomo, come cristiano, come prete se dovessi arrivare alla conclusione: io non lotto con gli altri». Diceva inoltre: «Se i beni della Chiesa non li mettiamo a disposizione delle necessità dei poveri, non sono benefici ma malefici della Chiesa». «Noi amiamo perché Dio ci ama per primo. E quello che noi riusciamo a donare è sempre grazia, dono di Dio da restituire ai fratelli, perché niente ci appartiene, tutto è dono di Dio». Don Italo a Dio e ai fratelli ha donato tutto ciò che aveva.

Rinvigoriva il suo cammino attingendo grazia e sapienza dall’Eucaristia e dalla preghiera, che apriva e chiudeva la sua giornata. L’Eucaristia non è solo dolcezza, intimità, raccoglimento. È slancio, condivisione, esigenza di giustizia, voglia di fraternità: Fonte di vita cristiana per don Italo, che è stato un sacerdote esemplare, apostolo di carità, testimone fedele, aperto alle nuove istanze del nostro tempo.

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