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Scrittore e insegnante romano, è fondatore con la moglie Anna Luce Lenzi della Penny Wirton, una scuola gratuita di italiano per immigrati

Al via gli esami, Affinati: «in aula si costruisce una comunità»

di Redazione Web 17/06/2020

di Gigliola Alfaro* - Oggi hanno preso il via gli esami di maturità, in presenza, anche se gli studenti sosterranno solo un orale, senza scritti, dopo lo stop alla frequenza in classe dai primi di marzo per l’emergenza coronavirus. Di questo periodo così difficile per la scuola, vissuto con sofferenza da docenti e allievi, parliamo con Eraldo Affinati, scrittore e insegnante romano, fondatore con la moglie Anna Luce Lenzi della Penny Wirton, una scuola gratuita di italiano per immigrati.

Professore, oggi iniziano gli esami di maturità, diversi da tutti gli altri per l’emergenza Covid-19. Sarà anche la prima volta che i ragazzi tornano a scuola dopo il lockdown: quanto è importante questo aspetto del rientro a scuola anche se in un momento particolare come gli esami?
«Sarà importante per i ragazzi ritrovare i propri insegnanti e anche per tutti noi vederli nuovamente in presenza: come un nuovo sole che sorge, ci darà la speranza necessaria. Non dovremmo mai dimenticare che ogni generazione ricomincia da capo nell’esperienza dell’apprendimento. Questi studenti rappresentano l’avanguardia del ritorno autunnale, quindi saranno doppiamente protagonisti: diventeranno i primi testimoni della drammatica stagione da tutti appena vissuta e potranno anche essere fonti preziose per i coetanei che li seguiranno».

Quanto è pesato ai ragazzi, secondo lei, non vivere insieme le emozioni e le fatiche che accompagnano all’esame di Stato? E quanto è stato difficile per i professori motivarli a distanza?
«Il mancato contatto quotidiano nei tradizionali spazi scolastici è stata una ferita spirituale per questi giovani che hanno dovuto subire l’isolamento coatto nel momento anagrafico della maggiore apertura verso gli altri. Allo stesso tempo, credo possa averli resi più forti e consapevoli della qualità del rapporto umano che è venuto a mancare: se non lo dimenticheranno, saranno migliori. I docenti hanno fatto un lavoro straordinario che spero possa essere giustamente valorizzato: se non avessero tappato i buchi mantenendo, in un modo o nell’altro, la consuetudine didattica e affettiva interrotta, si sarebbe creato un vuoto incolmabile».

Quest’anno scolastico è stato segnato dall’emergenza. Quanto è stato complesso per i professori “buttarsi” da un giorno all’altro nella didattica a distanza?
«Bisogna distinguere: molte scuole erano già preparate con un corpo docenti ben formato e pronto ad agire, altre hanno dovuto fare di necessità virtù chiamando i professori a un imprevisto sforzo supplementare. In ogni caso abbiamo comunque registrato un’accelerazione tecnologica che dovremmo mettere a frutto, rendendola strutturale, quando torneremo, come ci auguriamo, alla vera scuola con la presenza fisica di tutti i suoi protagonisti».

È stato subito evidente che le lezioni a distanza hanno creato maggiori disuguaglianze tra gli studenti. I docenti hanno potuto, in qualche modo, cercare di ovviare a questo?
«Purtroppo il divario digitale ha mostrato una disuguaglianza sempre più evidente tra gli studenti. In varie zone del Paese la mancanza di reti wi-fi efficienti e di spazi domestici adeguati ha tagliato fuori troppi di loro. Alcune categorie in particolare hanno sofferto la chiusura degli istituti: penso ai bambini, più di altri bisognosi di contatto fisico nella relazione con l’ambiente circostante, agli studenti che erano già a rischio dispersione, ai ragazzi che avevano il sostegno e ai giovani immigrati. La buona volontà per superare gli ostacoli comunque c’è stata. Nelle scuole Penny Wirton per l’insegnamento gratuito dell’italiano ai minorenni non accompagnati, ospiti nei centri di accoglienza della Caritas, e non solo, ci siamo attrezzati organizzando lezioni giornaliere on line mediante video chiamate e, quando possibile, piattaforme digitali».

Cosa è mancato soprattutto a docenti e studenti?
«Il riscontro diretto che soltanto la scuola in presenza può dare. Non ci si può limitare alla distribuzione di tecniche e concetti, pure essenziali.
In aula si costruisce una comunità, si impara a diventare adulti, si misurano le proprie attitudini e i propri limiti. E tutto questo non è stato possibile realizzarlo a distanza».

Cosa possiamo imparare da questo periodo così difficile anche per la scuola?
«Dovremmo riflettere sul sentimento di coralità che è nato nei mesi scorsi: il fatto di esserci sentiti tutti a rischio, uniti dalla comune fragilità. Abbiamo capito che non basta proteggere se stessi; per essere sani e felici dobbiamo assumerci la responsabilità gli uni degli altri. A mio avviso, specialmente noi educatori dovremmo lavorare su questa consapevolezza per rafforzare ciò che ci unisce, a prescindere da quello che ci divide. A livello didattico il momento drammatico della pandemia ha invece aiutato a scoprire gli ingranaggi della valutazione creando le premesse per un rapporto ancora più autentico fra studenti e docenti. Di fronte all’emergenza l’atto stesso dello studio ha avuto la possibilità di rivelarsi nella sua vera essenza: non un semplice compito da svolgere per ottenere un bel voto, bensì la strada maestra per conoscere se stessi e il mondo».

Quali sono i suoi auspici per il prossimo anno scolastico?
«Tutti vorremmo tornare in classe come prima del Covid-19: questo è l’auspicio. Ma in realtà nessuno può dire cosa accadrà dal punto di vista sanitario: se ci sarà una seconda ondata in autunno, molti dei ragionamenti che stiamo facendo adesso saranno impraticabili. Dovremo giocoforza essere pronti, se richiesto dai contagi, a realizzare una forma di didattica mista, in presenza e a distanza. Solo di una cosa abbiamo certezza, come da sempre sono convinto: la necessità di stanziare risorse straordinarie per rafforzare l’istruzione. Prima o poi, in un modo o nell’altro, magari con il sostegno attivo dell’Europa, la crisi economica verrà fronteggiata, se non superata, ma il futuro delle prossime generazioni, cioè della pianta umana, dipenderà molto dalle scelte che siamo chiamati a fare oggi a favore dei nostri figli».
*Agensir

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