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L’approfondimento di monsignor Morosini sull’impegno del vescovo, ora venerabile, nel contrasto alla criminalità

Una Lettera Pastorale sull'azione di Ferro contro la 'ndrangheta

di Redazione Web 30/06/2020

Monsignor Giuseppe Fiorini Morosini, arcivescovo di Reggio Calabria – Bova, ha scritto una Lettera pastorale in occasione del Decreto pontificio di riconoscimento delle virtù eroiche del Venerabile Servo di Dio, monsignor Giovanni Ferro, arcivescovo di Reggio Calabria e vescovo di Bova.

In particolare, monsignor Morosini – in due intensi capitoli della sua Lettera pastorale – si concentra sulla la lotta alla mafia come fatto «rilevante nell’azione pastorale di monsignor Ferro». Il presule somasco definiva la ‘ndrangheta «come il frutto della decadenza dell’azione sociale e politica per cui trovano libero il passo quegli individui oscuri, che si uniscono a congiurare ai danni della società» (1958). Quando si recava per l’amministrazione delle Cresime nelle parrocchie dei territori della diocesi in odore di mafia – come leggiamo negli atti del processo canonico –, «non temeva di pronunciare parole di esplicita condanna», scrive Morosini. Nella Lettera pastorale del febbraio 1957, dal titolo Alle radici del male, si legge: «Che dire dell’onore che talvolta ancora si dà a uomini violenti, volgari e mafiosi, la cui pericolosa e oscura attività noi abbiamo sempre severamente condannata e che vogliamo vedere definitivamente sparire con l’energica azione degli onesti e con l’isolamento di ogni superbo disonesto. E i delitti d’onore, con quali parole potremmo stigmatizzare? È mai possibile che un delitto possa riparare un’ingiustizia?».

Dieci anni dopo, in seguito a una lunga e dura esperienza sul campo, il vescovo piemontese d’origine, ma calabrese scrive: «La sicurezza che ostentano nelle loro criminose imprese ordite nelle tenebre e compiute spavaldamente anche alla luce del sole, poggiano sugli incerti e deboli interventi di autorità responsabili». Ma con umiltà, Ferro sa riconoscere anche le responsabilità della Chiesa in genere e quelle proprie. Monsignor Ferro non si fermò solo ad una sterile denuncia, ma affrontò la questione cercando anche di indicare alcune cause del fenomeno e di offrire dei rimedi. Nella lettera di tutto l’Episcopato calabro del 1975 vennero indicate le situazioni dove il cancro della ’ndrangheta aveva le sue radici: «Causa del nuovo impulso alla mafia è proprio la crisi morale e ideologica di una società consumistica materiata di edonismo, in continua, affannosa, e non di rado cinica, ricerca del facile guadagno e dell’immediato successo».

Alle parole egli faceva seguire i fatti, nel senso che assunse iniziative concrete. «Tra queste iniziative voglio segnalarne – scrive Morosini – una, che, con grande lungimiranza, mi sembra abbia anticipato quella che agli occhi di tutti oggi appare, e lo è in realtà, un passo decisivo dello Stato nella lotta contro la ‘ndrangheta. Riporto direttamente la testimonianza di suor Maria Grazia Gallingani: “Monsignor Ferro volle che accogliessimo gli adolescenti che appartenevano a famiglie mafiose residenti nella zona dell’Aspromonte. Con la collaborazione di sacerdoti, educatori ed assistenti sociali li seguì di persona perché fossero sottratti dall’influenza nefasta della mafia”».

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