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Il ministro alle Pari Opportunità e alla Famiglia è intervenuta in diretta sulla fan page facebook del settimanale diocesano

Bonetti a L'Avvenire di Calabria: «Reggio, laboratorio educativo»

di Redazione Web 02/07/2020

Un contributo mensile per ogni figlio fino a 21 anni. Questa la sintesi della proposta di legge sull’assegno universale. Ne ha parlato il ministro alle Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, nel corso di una diretta sulla fan page Facebook de L’Avvenire di Calabria, intervista da Federico Minniti.

Finalmente si è capito che è ora di investire sulle famiglie?
Il Family Act parte da un presupposto: le famiglie, in quanto bene comunitario, sono un soggetto capaci di contribuire al Bene comune. Per questo colloca le politiche familiari nelle politiche d’investimento. Stiamo, infatti, investendo in umanità. Non vanno, quindi, intese semplicemente come un capitolo di costo: ci sono i temi del lavoro, della custodia, della prossimità.

Partiamo dall’assegno unico. In cosa consiste?
L’assegno unico e universale è per tutti i figli. Mese dopo mese, le famiglie riceveranno un bonus per ogni figlio (con maggiorazioni dopo il terzogenito) fino ai 21 anni. Per quanto riguarda i disabili, ci saranno altre maggiorazioni e non c’è limite d’età. Dobbiamo passare dalla logica assistenziale a quella della semplificazione degli attuali sostegni vigenti. Ha un carattere universale perché va a tutti i figli. E di stabilità: l’obiettivo è quello di aiutare le famiglie ad attivare quelle progettualità necessaria anche per organizzare le proprie scelte di vita.

Non c’è il rischio di perdere dei diritti acquisiti?
Le misure attuali in vigore non sono di accesso per tutti. L’assegno universale cosa fa? Riorganizza tutte queste misure in un’unica erogazione mensile, dalla nascita ai 21 anni. Questo avverrà in modo diretto o sotto forma di defiscalizzazione. È una misura che semplifica e aiuta la progettazione delle scelte in tema di economia familiare: ciascun nucleo saprà, in modo univoco, su quanti soldi potrà fare affidamento. Vi è, poi, il sostegno alle spese educative sostenute dalle famiglie. Quindi la defiscalizzazione e decontribuzione dei libri di testo e delle rette delle scuole. Ma anche itinerari educativi «non formali» come lo sport, la musica e il teatro. Vanno premiate le scelte di valore delle famiglie che, attraverso questi percorsi, costruiscono cittadinanza.

Quali sono gli altri “pilastri” del Family Act?
Riforma dei congedi parentali, promuovendo una nuova parità di genere, specialmente rispetto ai papà. Attenzione, la novità è culturale: il congendo parentale è un esercizio di responsabilità, oltre che un diritto del lavoratore. Un esempio concreto? Parliamo della possibilità avere dei permessi retribuiti per i colloqui scolastici. A questo si aggiunge una maggiore armonizzazione dei tempi di lavoro, in particolare rispetto all’occupazione femminile. Occorre incentivare l’assunzione di donne: anche in questo caso serve soffermarsi su un aspetto. La maternità non può e non deve essere un elemento che allontana la donna dal mondo del lavoro. Infine, altro tema è la promozione di protagonismo e autonomia dei giovani: auspichiamo di sostenere le giovani coppie attraverso il sostegno per l’affitto della prima casa.

Servono, però, sette miliardi...
In realtà, i conteggi che sono stati fatti ci dicono che le abrogazioni porteranno a un risparmio di quasi 15 miliardi di euro. Vorrei fare una precisazione: questa riforma si inserisce all’interno di una revisione epocale del sistema fiscale italiano. Si liberaranno risorse: pagare tutti di meno per pagare tutti. Sul lungo periodo queste cifre avranno una restituzione di carattere economico sia come produzione del Pil, ma anche come ristrutturazione del Welfare. Il Family Act è un progetto che reperisce nuove risorse: promuovendo il lavoro femminile, aumenterà il potere di spesa nel Paese. Lo stesso se parliamo di deducibilità delle spese domestiche o il sostegno per i costi educativi: tutto questo non fa altro che liberare potenzialità di lavoro, oggi sommerso oppure impossibilitato per ristrettezze economiche. È vero, stiamo utilizzando tantissime risorse, però è giunto il momento di comprendere come è l’unico modo per trasformare queste cifre da ipoteca sul futuro dei nostri figli a investimento sul loro presente.

Parliamo di quanto finora fatto. Come si sostiene la ripartenza?
Il lockdown rischia di aprire ferite insanabili nei nostri ragazzi. Questo lo si sta evitando, soprattutto, grazie alla rete – così attiva nel nostro Paese – del Terzo Settore. Sono una ricchezza straordinaria per l’Italia: per questo abbiamo voluto fortemente riaprire i centri estivi. Abbiamo dovuto riorganizzare le regole, investendo risorse importanti: parliamo di 150 milioni nel Decreto Rilancio di cui 135 sono stati già ripartiti tra i Comuni; 15 milioni saranno destinati al contrasto alla povertà educativa che è una delle sfide che non possiamo non affrontare con tenacia. Altri 35 milioni li abbiamo messi in un bando, EduCare, per promuovere dei percorsi innovativi in ambito educativo: il nostro Paese può diventare un laboratorio pedagogico nel contesto dell’educazione non formale.

Come il progetto “Play”, partito dalla Calabria, grazie a Unicef e Csi?
Ritengo che siano esattamente queste le proposte di novità che dobbiamo sostenere e promuovere. Questa generazione di bambini e di giovani hanno vissuto l’esperienza più drammatica della storia della Repubblica: vanno accompagnati in questo percorso per trasformare la crisi in opportunità. Il Capo dello Stato ha riconosciuto il grandissimo valore dello sport e del gioco nella crescita delle nuove generazioni. Per settembre, l’auspicio è che anche nel tempo della ripresa scolastica vanno sostenute le famiglie con offerte educative non formali diffuse su tutto il territorio nazionale.

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