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DdL Zan, una legge che imbavaglia

La proposta di legge depositata in Parlamento contro l’omotransfobia risponde a una logica culturale precisa. Una ideologia insinuante, che guarda alla società non in modo organico e comunitario, ma in termini fortemente conflittuali, segmentati e individualistici. Come

di Francesco Bonini 06/07/2020

La proposta di legge depositata in Parlamento contro l’omotransfobia risponde a una logica culturale precisa. Una ideologia insinuante, che guarda alla società non in modo organico e comunitario, ma in termini fortemente conflittuali, segmentati e individualistici. Come sottolineato nella nota della Presidenza della Cei del 10 giugno, l’ordinamento giuridico italiano già offre garanzie di tutela in questo ambito. Aggiungere norme a norme, parole a parole, in realtà non ha un obiettivo di “ordine pubblico”. Ma di ordine culturale.

Non mancano le strizzatine d’occhio alle diocesi italiane, ma il testo unico appena depositato in Commissione alla Camera non modifica il senso della nuova e controversa proposta di legge contro, tra l’altro, omofobia, lesbofobia, bifobia, transfobia. Una proposta di legge che risponde ad una precisa logica culturale.

Una ideologia insinuante, egemone in determinati spazi e fasce sociali, che guarda alla società non in modo organico e comunitario, ma in termini fortemente conflittuali, segmentati e individualistici. L’idea di tutelare le minoranze e comunque chi è più debole per questa strada non convince, prima di tutto proprio per un motivo culturale. Lo aveva sottolineato con parole pacate, ma molto chiare, ed attualissime la presidenza della Cei nella sua nota. È chiaro ed indiscutibile che «le discriminazioni – comprese quelle basate sull’orientamento sessuale – costituiscono una violazione della dignità umana, che – in quanto tale – deve essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni».

La legislazione italiana tuttavia già offre le opportune garanzie: «un esame obiettivo delle disposizioni a tutela della persona, contenute nell’ordinamento giuridico del nostro Paese, fa concludere che esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio». Si applichino le leggi dunque. Aggiungere norme a norme, parole a parole, in realtà non ha un obiettivo di “ordine pubblico”. Ma di ordine culturale. Non ci sono lacune da colmare, non c’è alcun vuoto normativo.

Questo disegno di legge in effetti non vuole (solo) punire, quel che si deve punire e si può fare con le disposizioni attuali. Come tutte le leggi vuole (soprattutto) educare. Introduce e certifica definizioni dell’identità di genere e degli orientamenti sessuali chiaramente orientate a parametri fortemente ideologici.

Ed allora su questo bisogna vigilare, pacatamente ma con attenzione. È questo il motivo per cui una nuova legge su questi temi non serve: «una eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui – più che sanzionare la discriminazione – si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione, come insegna l’esperienza degli ordinamenti di altre Nazioni al cui interno norme simili sono già state introdotte. Per esempio, sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma – e non la duplicazione della stessa figura – significherebbe introdurre un reato di opinione. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso».

È questo il vero nodo, un nodo culturale, dunque sociale e civile. Questa legge non è necessaria per punire chi giustamente deve essere punito. E non è opportuna per educare ad una malintesa ideologia gender. Bisogna piuttosto continuare ad educare al rispetto di tutti e di ciascuno. Opera faticosa certo e complessa, per cui però tantissimi si spendono con passione e disinteresse. E devono continuare a farlo nella libertà.

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