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Il capogruppo del Partito Democratico in consiglio comunale scrive a L'Avvenire di Calabria

«Più Diritti, più Italia»

di Redazione Web 06/02/2017

di Antonino Castorina * -  Le condizioni in cui si trovano le carceri italiane, nonostante i grandi sforzi perpetuati da molti direttori e gli interventi legislativi intervenuti negli ultimi anni che hanno contribuito notevolmente a migliorare la permanenza in carcere dei detenuti, necessita, secondo il mio punto di vista, di maggiore attenzione e valutazioni da parte di esperti di diritto, di specialisti del settore, delle istituzioni locali e del coinvolgimento del mondo del volontariato, al fine di individuare collegialmente soluzioni mirate non solo a recuperare il detenuto al contesto sociale e civile ma anche a fronteggiare il problema del sovraffollamento.
La necessità di migliorare le condizioni di vita dei detenuti, garantendo un’assistenza sanitaria adeguata e migliori condizioni igieniche, non deve essere interpretata e valutata come un’intenzione atta a trasformare l’istituto penitenziario in un centro ricreativo di ristorno, ma come una esigenza invece di inquadrare il carcere come una struttura afflittiva e rieducativa al tempo stesso.
Creare le condizioni per riuscire a rieducare il carcerato e prepararlo ad un suo positivo inserimento nel contesto sociale e lavorativo una volta scontata la pena, deve rappresentare una prerogativa importante e necessaria cui la struttura penitenziaria deve puntare. È da parecchio tempo che nel nostro paese si discute sulla necessità di apportare miglioramenti alle condizioni di vita dei detenuti, ma su questo aspetto, tranne poche eccezioni, dobbiamo ammettere che nelle strutture carcerarie non c’è molta omogeneità.
Tanti ancora i problemi che ogni giorno i direttori delle strutture penitenziarie devono fronteggiare. La presenza, ad esempio, di detenuti tossicodipendenti e sieropositivi, pone inevitabilmente, grossi problemi di gestione poichè le loro condizioni di salute necessitano di interventi sanitari mirati che la sola detenzione non solo non risolve, ma addirittura aggrava.
Sappiamo che ogni detenuto, al netto della causa che lo ha portato in galera, presenta problemi e esigenze che vanno affrontate nell’ottica del recupero personale e del reinserimento sociale, questa è la scommessa che si deve dare lo Stato : più diritti più Italia.
La necessità di individuare percorsi e strategie di intervento in grado di migliorare la loro permanenza dentro una struttura carceraria, unitamente alla esigenza di realizzare interventi e iniziative volte a modificare comportamenti, credenze e abitudini culturali, soprattutto nei giovani detenuti, dove si registrano maggiori potenzialità di recupero, deve configurarsi come una prospettiva su cui condensare grande interesse.
È vero che in questi ultimi anni le norme di legge hanno contribuito a migliorare le condizioni dei carcerati, ma i presupposti per giungere ad una applicazione omogenea in tutte le strutture penitenziarie di percorsi e progetti mirati ad associare alla pena da scontare una strategia volta al recupero e al possibile inserimento sociale e lavorativo, trova ancora molte resistenze. Nelle mie funzioni di rappresentante istituzionale ho avuto continuamente modo di visitare diverse strutture carcerarie e dal colloquio con i detenuti le esigenze rappresentate sono sempre le stesse: il problema del sovraffollamento; una maggiore attenzione ai problemi inerenti l’assistenza sanitaria; migliorare le condizioni igieniche dentro le celle e il sostegno a potersi inserire nel contesto sociale e lavorativo una volta scontata la pena.
Teorizzare che l’orientamento afflittivo-punitivo della pena debba essere inquadrato in un contesto di relazioni sociali, culturali e lavorative volte a recuperare il detenuto, non vuole significare e tradursi in una manifestazione e/o tendenza da parte dello stato di diventare magnanimo nei confronti di cittadini che hanno commesso reati, ma vuole invece partire dal presupposto che il carcere debba riconsegnare alla società, una volta scontata la pena, cittadini autenticamente recuperati e non delinquenti che continueranno a commettere reati e continueranno a ritornare nuovamente in carcere.
Puntare l’attenzione verso la realizzazione di interventi riabilitativi, in modo omogeneo e non occasionale, attraverso il coinvolgimento di personale specializzato in grado di valutare, prima di tutto, la personalità del detenuto e individuare un percorso di recupero attraverso procedure mirate, dovrebbe diventare la base da cui partire per riuscire nei propositi di recupero.
Organizzare corsi di formazione professionale all’interno della struttura carceraria in aderenza con lo sviluppo tecnologico della società oppure tirocini formativi all’esterno della medesima struttura, assume sicuramente un importante significato pedagogico e sociale poiché questi percorsi portano i detenuti a poter meglio interagire con un contesto sociale e un sistema di relazioni interpersonali che saranno di grande aiuto e sostegno per un loro positivo inserimento sociale e lavorativo una volta scontata la pena.
All’interno delle strutture carcerarie ci sono detenuti che scontano la pena con rassegnazione perché consapevoli di aver violato la legge, altri che trovano nella lettura un’importante alternativa e valvola di sfogo, mentre altri trovano nella fede un valido sostegno.
L’esperienza acquisita nel visitare spesso le carceri, mi ha portato a comprendere che la fede, per molti detenuti, assume un’importanza fondamentale, un valore imprescindibile e profondamente intimo che unitamente alla figura del cappellano è nei fatti una forma di “Libertà”. Quest’ultima figura non è vista dai detenuti solamente come un confessore, ma è vista come una persona cui spesso vengono confidate segreti, speranze, pentimenti e stati d’animo che magari ad altri non vengono confidati e/o espressi. E’con loro che i detenuti stabiliscono un dialogo profondo e diverso rispetto agli operatori sociali messi a disposizione dal carcere forse perché le funzioni di questi ultimi, essendo espressione dell’istituzione carceraria, suscitano diffidenza.
Garantire ai detenuti un’assistenza sanitaria adeguata e migliori condizioni igieniche all’interno delle celle, unitamente all’affermazione di iniziative volte ad un loro recupero e reinserimento sociale, oltre ad assumere un grande rilievo civile, rappresenta un agire che si dimostra rispettoso dei principi sanciti dall’articolo 27 della Costituzione Italiana. E attorno a questi propositi e a questi obiettivi che a mio avviso si deve sviluppare un ampio e articolato dibattito tenuto conto che la realtà carceraria, nonostante i positivi interventi legislativi, rimane ancora un realtà disomogenea e con tanti problemi irrisolti.
Le istituzioni a vario livello devono essere in prima linea e istituendo ove è possibile la figura del Garante dei Detenuti ma anche interagendo con gli istituti detentivi con la presenza e l’organizzazione di appuntamenti che possano dare dignità e valore al dettame costituzionale che ci offre un indirizzo chiaro su come agire.

* Consigliere Metropolitano Reggio Calabria
Coordinamento Nazionale Anci Giovani

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