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Intervista esclusiva a don Pino Caiazzo, sacerdote di Crotone eletto Arcivescovo della provincia lucana

“Il Vescovo è servo di tutti, così mi preparo al mio servizio a Matera”

Sarà ordinato Vescovo da Mons Graziani il 2 Aprile al Pala Milone di Crotone

di Gaetana Covelli 29/02/2016

Mons. Pino Caiazzo, Arcivescovo di Matera In una breve sosta a Crotone, mia città di origine, ho avuto la gioia di incontrare nel tiepido pomeriggio di sabato 20 febbraio, don Pino Caiazzo, caro amico e sacerdote vicino al mio percorso di crescita sin dai primi anni d’infanzia. Parroco amato, ora eletto da Papa Francesco quale Arcivescovo della Diocesi di Matera-Irsina. Ho dialogato un po’ con lui e in uno scambio “fraterno” don Pino ha voluto dedicare parte del suo tempo prezioso anche ai lettori del nostro settimanale diocesano. Ecco il racconto del nostro colloquio

Don Pino carissimo, nell’esprimerti la gioia mia e di tanti, che da sempre ti siamo vicini, vorrei chiederti: come hai vissuto “dentro”, nel silenzio, la nomina ad Arcivescovo di Matera?
Il primo sentimento è stato un sentimento di sorpresa e insieme di preoccupazione. Da anni sono parroco in un quartiere di periferia della città di Crotone e quando a Roma, tra l’altro, mi hanno detto che sarei diventato Arcivescovo di Matera - una città così importante - ho provato sentimenti contrastanti. Ho pensato: io, parroco da 30 anni, abituato a stare in mezzo alla gente, a celebrare in mezzo alle strade, ad annunciare il Vangelo nei punti più disperati del territorio, ad entrare nelle case, a condividere gioie e dolori, a lottare per i diritti della gente,… sarò in grado, conoscendo anche i miei limiti, di portare avanti un compito così fondamentale? Poi, come se lo Spirito Santo mi rimproverasse, ho sentito dentro di me: non devi fare altro che continuare quanto hai sempre fatto.

Da 30 anni ormai sei parroco nella periferia di Crotone, a contatto quotidiano con i problemi della gente, con le sue ferite, con i silenzi, con le attese.
Alla gente domenica scorsa, durante la messa ho detto: “voi siete la mia vita”. In 30 anni ho dato tutto me stesso, non mi sono risparmiato. Ricordo i primi cinque anni vissuti in un sottoscala. Spesso celebravo da solo perché nessuno voleva essere presente in quel tugurio. Pregavo e chiedevo a Dio che portasse a compimento la sua opera in quella povertà e oggi la gente non si riesce a contenere. Ho condiviso i drammi delle famiglie, ho celebrato per le strade del quartiere, mi sono fidato di Dio e oggi, Lui mi chiama ad evangelizzare in una terra non mia: la Basilicata.

Qualche giornalista sui quotidiani ti ha definito come il prete che celebra più funerali per morti di tumore. Mi sembra un giudizio non solo riduttivo, ma perfino un po’ banale… Io ti ho sempre visto come il prete dell’accoglienza, vicino ai drammi della gente e della tua città.
Sinceramente anch’io sono rimasto stupito da questa descrizione espressa da alcuni quotidiani. Ho lottato da parroco per la bonifica del territorio, ho denunciato le discariche a cielo aperto, i disservizi, le ingiustizie e insieme alla gente ho fondato dei comitati di quartiere per stimolare le istituzioni. Tanti i giovani, gli uomini e le donne morti per tumore in questa parrocchia, ma in 30 anni non ho certamente celebrato soltanto funerali. Potrei dire che la gente ha sempre visto nella Parrocchia, “la fontana del villaggio” come amava definirla Papa Giovanni XXIII.

Pastore “attento” e felice “annunciatore” del Vangelo. Così potremmo definirti, se volessimo farlo in una sintesi estrema. Giungerai Vescovo in una città che nel 2019 sarà la capitale europea della cultura. Pensi che la Chiesa di oggi abbia più bisogno più di Vescovi-Padri o di Vescovi capaci di inserirsi negli scenari del mondo?
Il Vescovo deve essere soprattutto padre e deve esserlo in tutte le situazioni. Le periferie? No, non possiamo intenderle soltanto come situazioni urbanistiche delicate, come territori da raggiungere, come luoghi che stanno ai margini. E i drammi che l’uomo si porta dentro? Le solitudini, i dolori, le angosce, le paure…? Queste, piuttosto, sono le “periferie” da raggiungere. Il motto che io ho scelto è, infatti: “Mi sono fatto servo di tutti”. Desidero essere un Vescovo vicino alla gente. Il fatto, poi, che Matera sia stata nominata Capitale europea della cultura mi stimolerà a collaborare sinergicamente con le istituzioni nel rispetto delle competenze. Una Chiesa che non promuove la cultura e non risponde alle attese del territorio, è una chiesa arida.

Hai scelto il 2 aprile come data della consacrazione episcopale. Vuoi spiegarci perché?
Questa data è importante per tre motivi. Ricordiamo San Francesco da Paola, Patrono della Calabria; poi la morte di Giovanni Paolo II e infine, la festa della Divina Misericordia. Ho scelto, quindi, il 2 aprile perché affido il mio cammino a due grandi santi e alla misericordia di Gesù. Inoltre, il mio stemma episcopale avrà tre stelle. Certamente il riferimento primo è la Santissima Trinità, ma ricorderà anche le tre Vergini che accompagneranno il mio ministero: il dolce volto della Madonna Greca prima (Patrona di Isola Capo Rizzuto); della Madonna di Capo Colonna fino ad oggi (Patrona di Crotone), della Madonna della Bruna (Patrona di matera) da questo momento in poi, che con la sua mano, come una freccia, ci indica la Via da seguire, il Figlio, Gesù, benedicente.

Quali difficoltà hai incontrato negli anni del tuo ministero sacerdotale?
La difficoltà più grande è stata quella della solitudine. I laici ci sono, ma poi hanno la loro vita, mentre i confratelli preti dovrebbero vegliare sulla solitudine dell’altro. Spesso ci si isola e un prete che si estranea, è un prete che si perde, che si brucia. Con il tempo ho capito che dovevo essere io a compiere dei passi perché la comunione si realizzasse.

Anno della misericordia, anno per te di un nuovo inizio. Cosa ti sentiresti di dire ai sacerdoti che dedicano tanto tempo ad ascoltare la gente?
Papa Francesco ha già detto e scritto tanto a riguardo. Io penso che indipendentemente dall’anno della misericordia, un prete deve essere sempre pronto all’accoglienza, al perdono. La gente ha bisogno di sentire l’abbraccio benedicente del Padre. Ricordi qual è il gesto che io compio alla fine di ogni messa domenicale? Mi fermo all’ingresso della Chiesa e benedico uno per uno i presenti. La vita dei miei parrocchiani è stata anche la mia vita…

Un’ultima domanda. La Chiesa di Crotone ha generato 5 vescovi negli ultimi anni: Mons Bregantini, Mons Graziani, Mons Cantafora, Mons Staglianò, Mons Caiazzo. Quale memoria “sacra” porterai con te?
Siamo cinque Vescovi figli di Mons Agostino che ricordo con gioia e commozione. Il 10 ottobre 1981, in questa basilica cattedrale, Mons. Giuseppe Agostino, mi ordinava presbitero. In questa stessa chiesa riposano le sue spoglie mortali. Spero di sostare in silenzio davanti alla sua tomba. Ricordo ancora, quando mi disse: “Devo erigere una nuova parrocchia. Ho pensato di mandarti insieme a Don Pietro Pontieri, che sarà il parroco. Un giorno sarà la porta della città di Crotone”. Aveva visto giusto. Io sono originario di Isola Capo Rizzuto, un piccolo paesino della provincia che ha generato 12 sacerdoti. Certo, Crotone è la città che mi ha visto crescere, è la città che amerò sempre. “Siete la mia vita”, ripeto ancora alla mia gente.

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