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Itinerari di arte, storia, cultura o di fede. Nel tempo libero sempre più persone scelgono di mettersi in viaggio a piedi: un turismo di prossimità e responsabile

Benessere, lentezza, spiritualità. La vacanza di chi è in cammino

di Redazione Web 23/07/2020

Come affrontare la prima estate post coronavirus in modo sano, ragionevole e creativo? Rifuggendo incolonnamenti e assembramenti, tutto l’armamentario del mondo vecchio e mettendoci in cammino lungo i Cammini. Sono dieci, cento e ancor di più. Sono innumerevoli e ovunque, e non c’è regione italiana che non ne abbia, adatti a ogni gamba. Non solo i Cammini classici e popolari, come – restando in Italia – i tanti tratti della Via Francigena, ma molti altri Cammini, noti, riscoperti e da inventare.

L’invito esplicito proviene dalle prime settimane di quarantena, ha per titolo “rESTATEincammino” ed è proposto dall’Ufficio nazionale Cei per la pastorale del tempo libero, del turismo e dello sport” diretto da don Gionatan De Marco. Il coronavirus, leggiamo, è un acceleratore del cambiamento, una sorta di «macchina del tempo» che ci proietta in un’epoca nuova, da vivere senza paura: «Ogni attività di socializzazione e di inclusione sarà chiamata a ripensarsi e rinnovarsi per poter rispondere ai nuovi bisogni dell’uomo e della società». Da qui la proposta dei Cammini, «laboratorio di benessere attraverso un’educazione non formale alla lentezza, alla responsabilità, alla bellezza e alla convivialità». C ose nuove? Chi già cammina, poco o tantissimo, sorride: tutto ciò già esiste, ma adesso sta crescendo e le occasioni si moltiplicano. Camminare lungo itinerari di arte, storia, cultura e spiritualità è quanto di più ragionevole ci sia per assaporare un territorio e la sua gente, senza limitarsi a consumarlo. Lo sa perfettamente don Paolo Giulietti, arcivescovo di Lucca, dove ha fatto il suo ingresso arrivando da Perugia a piedi. Una passione remota, nata ai tempi del Seminario leggendo della Gmg di Santiago di Compostela e del Cammino più antico e famoso. «Una passione» ammette e, come tutte le passioni, con un suo tocco di beata, geniale follia che solo gli appassionati come lui, forse, possono comprendere. Santiago, con la Confraternita di Perugia che da 30 anni promuove pellegrinaggi. La via Lauretana, la Terrasanta, meglio in gruppo ma rigorosamente «senza aiutini», zaino in spalla... salvo casi particolarissimi. Che cosa suggerire a chi vuole cominciare ma, comprensibilmente, è titubante? «A te la scelta – risponde Giuliet- ti –. I Cammini sono innumerevoli e alla portata di tutti.

Tocca a te scegliere modalità e tempi». E adesso, nel tempo post coronavirus? «Usciamo. Usciamo dal guscio fisico delle nostre case. Il pellegrinaggio è lo strumento perfetto per una grande riflessione sulla nostra vita e sul senso da darle». Chi “esce” da una vita è don Paolo Gussago, un veterano dei pellegrinaggi, soprattutto mariani in Italia e Francia, sei anni a Lourdes e poi via, a piedi e in bicicletta, tre volte a Santiago e migliaia di chilometri macinati lungo i Cammini italiani, «e sia chiaro che le tappe io le faccio tutte, non ne salto neanche una». I suoi viaggi diventano guide edite da Itl, ultima in ordine di tempo Benedetto il cammino. A piedi con san Benedetto da Norcia a Montecassino (pagine 117, euro 13) ma senza dimenticare Il viaggio del pellegrino. Vivere è camminare verso l’infinito (pagine 95, euro 12), di un anno fa. Il cammino è una «metafora della vita », ovviamente, ma una metafora che può far male ai piedi, alle gambe, dappertutto e ti mette alla prova non solo metaforicamente: «La vita è così, ogni conquista costa fatica. A piedi gusti ciò che incontri, in auto o in aereo non vedi niente...». B isogna provare. E se siamo ai primi passi, o vogliamo far le cose davvero sul serio, ci si può rivolgere a chi al cammino e ai Cammini dedica la propria vita.

La “Compagnia dei Cammini” (www.cammini.eu) è un gruppo di guide di professione che ogni anno organizza 150 viaggi a piedi. Propone un «turismo di prossimità» che consiste nel ripartire camminando vicino a casa, «a ritmo lento – scrive Luca Gianotti, presentando il recentissimo Cammina Italia. 20 viaggi a piedi per tutti nelle regioni italiane (Ediciclo Editore, pagine 144, euro 14) – senza correre, per poter entrare meglio nello spirito dei luoghi. Così il cammino diventa un’esperienza di vita, terapeutico e con una forte valenza spirituale». Sempre in apertura di questa guida, Luigi Nacci invita a riscoprire «la parte nomade che è in noi». A sentir lui, infilare scarpe e zaino e partire è la migliore terapia del post coronavirus: «Il cammino è ciò che inizia a un passo dal buio. È una seconda possibilità, è un tempo senza paure, è un rischio a cui mi affido, un progetto di libertà, un’idea di salute, un vento che spazza via i pensieri scuri, uno stato di veglia, una leggerezza palpabile, una speranza che non cessa di sperare». E sia chiaro che un Cammino non è “vacanza”, che deriva da “vuoto”, perché è pienezza. I l responsabile editoriale di Ediciclo – il nome non inganni, si occupa di itinerari tanto in bici quanto a piedi – è Vittorio Anastasia e, va da sé, è un camminatore. I suoi lettori, assicura, sono un pubblico molto variegato. C’è chi è attento soprattutto alla cultura e all’arte, chi alla spiritualità; ma tutti sono aperti alla sorpresa, perché quando cammini ti imbatterai sempre nell’inaspettato. Qual è l’attesa legittima di un viaggiatore a piedi? «Per me, la disponibilità all’incontro». E quella illegittima? «La pretesa che tutto sia prevedibile e programmato. Potrebbe piovere. Potrebbero farti male i piedi. Il viaggiatore deve essere pronto all’imprevisto e all’inedito». Come don Gussago – coincidenza tutt’altro che strana – anche Anastasia scherza sul timore di smarrire i sentieri: non sempre sono ben segnati ma che importa? Perdersi è anch’essa un’occasione per scoprire borghi e paesaggi e persone imprevisti; e poi siamo in Italia, non in Amazzonia, al massimo fai qualche chilometro in più ma la strada si ritrova sempre, e il ricordo dell’imprevisto spesso è il più nitido: ah, quella volta che ci siamo persi e poi... Ma chi incontriamo sul Cammino? Anastasia ricorda il tratto di Francigena tra Siena e Bolsena percorso due anni fa con la moglie: «Abbiamo incontrato solo due persone concentrate sull’aspetto agonistico. Gli altri erano mossi da altri intenti, anche spirituali. Ricordo una famiglia torinese, padre madre e due figlie adolescenti». Riuscivano a far camminare con loro due adolescenti? Anastasia sorride: «So che non è facile, vedremo quando toccherà a me. Ma è troppo bello per non provarci, e scoprire che lungo la strada accadono cose, incontri e pensieri ed esperienze, impossibili durante l’anno, quando andiamo sempre di corsa senza poter neppure guardarci attorno» .

Quindi in cammino con i figli, magari aspettiamo che abbiano almeno 10 anni prima di proporre loro un’esperienza “nomade”. Ma senza paura: chi ci ha provato (per non cercar lontano: chi scrive, in bici) ha ricevuto una risposta positiva anche al di là delle attese. E allora in cammino lungo i Cammini. Cammini chi ha il cuor contento, per farlo cantare ancor meglio. Cammini chi, dopo troppe settimane gravate di solitudine e cupi pensieri, sul cuore avverte un peso e vorrebbe alleggerirlo. «Non c’è dolore, sofferenza o esperienza amara – scrive Roberta Russo in L’arte di camminare. Per fare ordine nella propria vita ( Edizioni Terra Santa, pagine 268, euro 16) – in grado di resistere alla pratica costante della camminata quotidiana. Il sentiero scioglie l’ansia, sgombrando gli scaffali della mente, pulendoli e rimettendoli in ordine (...). Sulla strada si ritrova la luce, talvolta la fede. E prima ancora della fede in un altrove, sarà fede nell’esistenza, negli altri e in se stessi». In cammino, dunque, seguendo l’ottimo consiglio di don De Marco: «Quest’estate sarebbe bello che le realtà educative, sportive e turistiche, soprattutto quelle di ispirazione cristiana, progettino, organizzino e realizzino percorsi lungo gli antichi e nuovi Cammini... ».

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