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Ornella Occhiuto, presidente dell'Ac diocesana dal 2011 al 2017, saluta tutta l'associazione attraverso le colonne de L'Avvenire di Calabria

«Con gli occhi e con il cuore ricolmi di volti»

di Ornella Occhiuto 12/02/2017

I sei anni in servizio da Presidente di Azione Cattolica sono stati per me un intenso itinerario personale, una grande occasione di crescita. Tempo di umanità incontrata, ritrovata. Occasioni, fatiche, incontri, scelte sono servite, innanzi tutto, a farmi maturare come persona, ad aiutarmi ad intraprendere con umiltà e coraggio il cammino della mia piena umanità, fatta di entusiasmi e sfide vinte ma anche di ferite e delusioni. Un tempo fecondo in cui stare alla scuola dello Spirito perché, nella Chiesa, chi è a capo, serve. E non è stato esattamente sempre facile. E questo perché tutto passa attraverso la nostra umanità che si disvela, fino in fondo, quando fino in fondo ci facciamo coinvolgere da quello che siamo e facciamo.

È stato un tempo ricco di incontri e relazioni buone, anche istituzionali, ma sempre franche. Termino questi sei anni con gli occhi e il cuore colmi di volti. I nostri soci, prima di tutto, dagli accierrini delle associazioni più lontane geograficamente agli adulti del prima Concilio, coloro che mi hanno insegnato più di tutti. Gli amici del centro diocesano, infaticabile famiglia che ha condiviso con me la responsabilità dell’Associazione. I tanti sacerdoti assistenti incontrati e stimati. Tutti gli amici dell’associazione regionale e nazionale, con cui abbiamo condiviso strada e progetti. Penso anche a tutte le aggregazioni laicali, gruppi e movimenti con i responsabili dei quali abbiamo costruito relazioni buone, nutrite di reciproco rispetto e stima. Penso ad un tessuto entro il quale è stato custodito il mio servizio e per il quale non posso non dire grazie.

Questi sei anni sono stati per me soprattutto il luogo di un’entusiasmante esperienza ecclesiale. La cura dell’Ac diocesana è passata attraverso il contatto, la familiarità, il confronto con tutta la nostra ricca realtà diocesana. Alla scuola di Mons. Mondello, nel mio primo triennio, ho potuto imparare quanto è bella una chiesa partecipata, dove gli organi di partecipazione sono occasioni non solo di scelte condivise e orientamenti pastorali ma, soprattutto, luoghi per costruire quella rete di relazioni che costruiscono la chiesa e la rendono bella, varia, vivace. Con l’arrivo dell’Arcivescovo Morosini siamo stati travolti e accolti dalla sua energia pastorale, dalle sue intuizioni, dalle scommesse cui ci ha sollecitati, le sfide in cui ci ha coinvolti. Ciò mi ha permesso di sentirmi parte di alcuni processi importanti della pastorale diocesana, grazie al coinvolgimento e alla stima che padre Giuseppe ha voluto dimostrare nei confronti di tutta l’Associazione.

L’esperienza di ecclesialità, che già di per sé caratterizza l’identità di un socio di Ac in ambito parrocchiale, ha trovato per me in diocesi un luogo fertile in cui maturare. Certo il tema della formazione, che è al cuore della proposta associativa, è stato centrale in questi sei anni. Il Laboratorio diocesano della Formazione è stato un osservatorio privilegiato sul tema: scuole associative, seminari di approfondimento, sussidi, campi formatori, esercizi spirituali, tutte occasioni offerte alle associazioni parrocchiali a sostegno della formazione dei formatori. Una formazione che passa, prima di tutto, attraverso il cammino nei gruppi di appartenenza e che si nutre di spiritualità, catechesi e studio dei testi associativi. Eppure ancora non è abbastanza. Registriamo nelle parrocchie un ricambio continuo dei formatori, istanze formative urgenti e questo ci sollecita a continuare a proporre con determinazione il primato della vita spirituale, come radice della nostra ministerialità e ritornare allo studio e alla piena condivisione degli strumenti fondanti dell’Associazione, per riscoprirne l’identità, la natura e le finalità: lo Statuto, il Progetto formativo, i Sentieri di speranza. Perché si faccia bene l’AC bisogna conoscerla bene.

L’Ac ha dedicato molte risorse ed energie per la realizzazione del Sinodo dei giovani, in quell’esperienza che si configura, adesso, come solo l’inizio di un tempo ulteriore che la chiesa diocesana dedica ai giovani. Un’occasione da non perdere, un’occasione a cui dare significato, profondità e spessore. Il contributo del Settore giovani diocesano per la costruzione del Sinodo è stato importante in termini di tempo e risorse ed ha avuto come immediata ricaduta una bella esperienza di pastorale giovanile, una cooperazione che ha visto i giovani più impegnati dei diversi gruppi, associazioni e movimenti della diocesi lavorare insieme per un progetto concreto. Questo per me è già un successo e un dato in attivo. Su questa base si può costruire tutto il resto.

L’ambito della missione ha visto un tempo prolungato dedicato alle For- missioni, esperienze di formazione sotto forma di missioni in alcune parrocchie della diocesi. Aldilà dei risultati immediati e delle risposte entusiaste delle associazioni parrocchiali incontrate, quella delle For-missioni è stata l’occasione che ha fatto emergere con forza la difficoltà di alcune periferie e la distanza che, talvolta, si può creare tra la proposta che in associazione si fa e il bisogno della gente che vive esperienze molto diversificate nei territori della diocesi. Tuttavia è lì che ancora l’associazione diocesana deve spendersi: l’Azione cattolica vive nelle parrocchie ed è lì che il Centro diocesano deve essere presenza discreta ma significativa, formativa, stimolo e incoraggiamento.

E poi il rinnovato impegno accanto alla famiglia che nell’ultima parte del triennio ha aiutato l’Associazione a riscoprire una sua dimensione costitutiva: l’essere famiglia di famiglie, luogo in cui ci deve essere posto per tutti, dove i genitori che si accostano alle comunità per i sacramenti dei figli trovano comunità di famiglie accoglienti e pronte a dare ragione di un’appartenenza che è frutto di un’esperienza di comunione. Itinerari e proposte diversificate hanno scandito il cammino associativo delle famiglie in tantissime associazioni parrocchiali.

Inizio la mia esperienza al centro diocesano come membro del settore giovani. È stata quella per me un’esperienza particolarmente significativa, che ha orientato la mia vita. È stata significativa perché ha coltivato e cementato una relazione con Dio che mi ha concesso di vivere la dimensione del servizio come un fatto naturalmente dovuto, una risposta di gratitudine per tutto ciò che ho ricevuto. I giovani, da allora, sono già cambiati mille volte, perché mille volte le dinamiche sociali e personali, nelle generazioni, producono cambiamento. Sono cambiate solo in parte le nostre proposte tenendo conto però che non è cambiata la sete d’infinito che caratterizza l’età dei giovani, la ricerca di quel senso su cui puntare e vincere per la propria vita. Si può ancora e si deve fare molto. I giovani hanno fame e sete di giustizia, per loro e per il mondo. Diritti, studio, lavoro, vita affettiva. Bisogna provocare i giovani, non stancarsi di proporre loro la vertigine dell’infinito, il paradosso della povertà per essere veramente liberi. Il Sinodo dei giovani che abbiamo celebrato in diocesi ha gettato una luce di interesse condiviso sulla realtà giovanile della nostra diocesi e l’Arcivescovo si è dimostrato profetico nel desiderio incalzante di non perdere tempo discutendo su quanto e come fossimo o non fossimo pronti. Con la lettera di recente pubblicazione si aprono nuovi scenari e tutti noi che nella chiesa lavoriamo con e per i giovani possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo.

Siamo piccolo gregge. Viviamo un tempo in cui non è facile sostenere i ritmi di vita, gli stili diffusi e i contesti di indifferenza nei confronti della fede. Ma è in questi contesti che si gioca la nostra identità. Pur sentendo il peso dell’indifferenza nei confronti della fede, mi preoccupa maggiormente il rischio che coloro che servono in prima linea talvolta possono correre, ovvero perdere il senso del loro fare, il centro propulsore del loro essere e non avere sempre un riferimento che sia di accompagnamento spirituale nelle stagioni della loro vita. Nelle comunità parrocchiali la gente si ferma ai margini se non vede persone serene, appassionate, che si vogliono bene, che hanno del tempo da dedicare. C’è bisogno di incontrare il Signore, di ascoltare parole di speranza e di libertà. In questa dimensione di custodia diventa più semplice affrontare insieme, come comunità e come associazione, un tempo scristianizzato e portare, nell’ordinario della propria vita, nel lavoro e negli impegni giornalieri il gusto buono del Vangelo.

Ho avuto grandi maestri, sacerdoti a cui guardare e imparare. Primo fra tutti il mio parroco, mons. Nicola Ferrante, che con la sua presenza radicata nella parrocchia senza burocrazie e presenzialismi, con la fedeltà al suo ministero senza riconoscimenti, col suo silenzio che non lasciava spazio a chiacchiere e con tutti i suoi limiti, mai celati, di squisita umanità, ha nutrito la mia formazione. Con lui, don Lillo Spinelli, al quale devo la consapevolezza di cosa significhi essere laica, la responsabilità, la sfida e l’impegno che derivano dal nostro battesimo. La sua esperienza, la caparbietà e la semplicità, mi hanno concesso di capire quanto l’Ac appartiene alla Chiesa ed è a lei dedicata, ma con tutta quella carica di libertà che ti fa stare con la schiena diritta e la capacità di coltivare un pensiero critico sulla storia e sulla stessa Chiesa, mai di sterile polemica, sempre di ragionevole equilibrio. E don Sasà, il mio Assistente al settore giovani dei primi anni, amico prete che ha saputo accompagnare le stagioni della mia vita personale e del servizio che, via via, mi veniva richiesto. In lui riconosco una profonda passione per l’Associazione vissuta come luogo dove costruire relazioni belle, vere, durature; spazio in cui discernere gli orizzonti della propria vita e del proprio futuro. Da Assistente unitario ho apprezzato in lui quella profonda capacità di intuizione che sa mescolarsi all’esperienze dei laici, in un confronto sempre costruttivo, di chi sa che i progetti, soprattutto quelli più ambiziosi, hanno bisogno di una piena condivisione. Mi ha insegnato a credere e mi ha fatto sperimentare che i luoghi di servizio possono e devono essere fucine di idee, luoghi in cui non ci si accontenta del “si è sempre fatto così” ma si interrogano strade nuove, assumendosi tutti i rischi che ciò comporta. Compreso l’insuccesso. Dinamiche virtuose attraverso cui tanto è cresciuta l’Ac in questi anni.

Ai sacerdoti assistenti posso solo dire grazie per ciò che sono stati, che sono e sapranno essere per i laici che incroceranno le loro vite. Che i laici possano vedere in loro prima di tutto l’uomo e il padre, che possano riconoscere in loro persone libere, serene, equilibrate. Gli auguro di imparare a cooperare con il laicato con tutto il senso del proprio e dell’altrui limite. Ascoltando, avendo fiducia, rispettando, coinvolgendo non tanto e non solo in ciò che c’è da fare ma, soprattutto, nel pensiero e nel progetto pastorale. È lì che si gioca la vera attuazione del Concilio rispetto il ruolo del laicato, proprio perché i laici vivono la dimensione del servizio immersi nella loro specifica vocazione di figli, sposi, genitori, gente impastata di strade e uffici, fatiche, orari e questioni.

Servire la Chiesa, attraverso un’associazione come l’Azione Cattolica, non è un impegno tra i tanti. È una vocazione, una particolare forma di ministerialità e come tale va custodita, coltivata, nutrita. Che viva inoltre questo impegno con “l’entusiasmo del sogno e la fedeltà dell’impegno” …per citare don Sasà. Essere persone entusiaste, capaci di vivere, pur nel ritmo sostenuto di un impegno gravoso, la leggerezza evangelica che è fiducia nella provvidenza ed è gioia vera; persone che sappiano guardare con verità, coraggio e speranza al presente; che vivano in modo appassionato questo servizio perché è attraverso questo servizio che si fa bella la propria vita e quella di altri, che si può facilitare e coltivare un Incontro che cambia la vita, che si impara ad amare la Chiesa, con tutte le sue contraddizioni, le sue fragilità, le sue imperfezioni.

Al nuovo Presidente consegno la ricchezza di una continuità che ho sperimentato da subito. In questi sei anni sono stati accanto a me tutti i Presidenti degli ultimi cinquant’anni, con discrezione, disponibilità e affetto. Ettore, Carmine, Gianni, Roberto, Maria. Con loro, sebbene solo per un pezzetto, la mia amatissima Franca Sesti. Questo credo sia un fatto rilevante, che consente di sentirsi dentro una storia, essere una parte di questa storia che ha scritto pagine significative per la chiesa di Reggio, esprimendo un laicato che, nelle parrocchie e in diocesi, costituisce un deposito di esperienza ecclesiale affidabile. Al nuovo Presidente, ai Consiglieri, a tutti i soci, riconsegno con fiducia le parole che san Giovanni Paolo II rivolse all’Ac qualche anno fa: “Azione Cattolica, non temere! Tu appartieni alla Chiesa e stai a cuore al Signore che non cessa mai di guidare i tuoi passi verso la novità mai scontata e mai supera del Vangelo”. Buon lavoro!

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