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Il suo racconto: «Custodire un tesoro in un vaso di creta»

«Il mio grande grazie alla scuola dei laici»

di Federico Minniti 13/02/2017

Diciannove anni in Ac. Don Salvatore Santoro, per tutti don Sasà, non nasconde la sua emozione. «Una grande famiglia associativa», ci dice parlando della “sua” Ac. Dal 1998 ad oggi «un’esperienza entusiasmante – ci spiega facendo ricorso alle sue proverbiali metafore – come custodire un tesoro in un vaso di creta». Nel passaggio di testimone tra lui e don Pasqualino è necessario, per don Santoro, fare una tappa obbligata dinnanzi al ricordo di don Lillo Spinelli. «Un padre, un fratello e un amico sul piano dell’esemplarità».

Ripartiamo da qui: cosa ha trovato in Ac?

«L’amore per la Chiesa che diventa obbedienza, fiducia e rispetto; il grande “bisogno” di responsabilizzazione dei laici e l’ostinata necessità di lavorare insieme».

Percorrendo insieme il suo impegno, dal 1998 ad oggi, un focus particolare va fatto sul mondo dei giovani di Ac.

«Vorrei ripartire dalla grande intuizione dei vescovi italiani col documento “Annunciare il Vangelo in un mondo che cambia”. C’è una necessità: ‘trasmettere una speranza affidabile’ è il punto qualificante di ogni processo educativo. Non esiste, perciò, una pastorale giovanile che non abbia un risvolto vocazionale».

Poi, però, c’è il confronto coi “numeri”: 8 ragazzi su 10 si definiscono credenti, ma solo il 15% di questi sono praticanti.

«I fenomeni di “confusione valoriale” ini- ziano a insinuarsi anche nella nostra diocesi. C’è però, dalle nostre parti, una buona “preoccupazione” delle famiglie e dei sacerdoti sulla vita dei nostri giovani. Ciò che serve è provare a intercettare le loro domande di senso. La Chiesa deve sempre porsi come un faro che dia speranza e chiarezza, soprattutto rispetto alle fragilità di carattere etico».

Proprio su questo versante l’Arcivescovo intende “ri–calibrare” i cammini di iniziazione cristiana rispetto alla riaffermazione dei valori cristiani nel novero della sessualità.

«Se c’è un “proprium” dell’Azione Cattolica è l’educazione. Abbiamo, in questo senso, rimodulato i cammini dell’Acr puntando la nostra attenzione sui processi dell’età evolutiva. Occorre dire parole vere in un calderone di bugie».

Temi affrontati nel Sinodo diocesano dei giovani.

«È stata una grande scuola di ecclesiologia efficace tanto quella studiata in seminario».

C’è però una fascia d’età che rischia di diventare “invisibile”. Quella dei giovani– adulti.

«Questa preoccupazione ha occupato le energie della nostra associazione negli ultimi dieci anni. Abbiamo impegnato tanto tempo per studiare il fenomeno e siamo in fase molto avanzata di progettazione. Oggi l’Azione Cattolica presenta una proposta molto più “informata”; anche se, più in generale, bisogna lavorare a fondo su come stare accanto ai giovani–adulti. Forse occorre puntare di più sulla formazione dei formatori».

Azione Cattolica e dinamismo territoriale. Quali attività poste in essere?

«Sono cresciute le esperienze in impegno su diversi fronti, da quello politico a quello sociale. Ciò che serve è l’attenzione ecclesiale a queste persone che si assumono delle responsabilità importanti. C’è il pessimo vizio di lasciarle da sole; deve crescere il coraggio di essere “un uomo di parte”. Dalla parte del Vangelo».

Si chiude la sua esperienza in Ac. Cosa si porta nel cuore e cosa augura al suo successore?

«La grande capacità di allargare la mente e il cuore rispetto ai bisogni della comunità diocesana. Un sacerdote di Ac impara ogni giorni di più a essere prete grazie alla grande scuola dei laici. Questo auguro a don Pasqualino: di vivere un servizio faticoso, ma che sarà fonte di ricchezza».

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