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Don Pasqualino nuovo assistente unitario «Bisogna essere lievito della comunità ecclesiale»

Ripartire dal Sinodo dei giovani, «luogo di comunione»

di Gaetana Covelli 13/02/2017

Don Pasqualino Catanese, parroco di Santa Maria Odigitria, succede a don Salvatore Santoro come assistente diocesano dell’Azione Cattolica. Inizia un nuovo percorso, si guarda al futuro, facendo tesoro della storia passata. Abbiamo posto a don Pasqualino alcune domande in una nostra breve intervista.

Come nuovo Assistente Unitario dell’Ac, accoglie da don Sasà e da quanti lo hanno preceduto una e- redità di grande rilievo. Come pensa di conciliare questo impegno con il ministero di parroco per il quale da quasi 40 anni dona tutta la sua vita?

«Non è semplice, questa nomina per me è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Come tutte le cose importanti che arrivano dall’alto e non scegli, credo che il Signore possa dare la forza, il tempo e le capacità per potermi mettere a servizio. Confido nella Provvidenza. Il vescovo, inoltre, ha promesso che mi darà un aiuto perché comprende la mia situazione, essendo parroco di una parrocchia popolosa e importante».

L’Ac è l’associazione che attraversa la vita dei suoi membri dall’infanzia all’età adulta: l’Acr, i giovani, gli adulti, gli educatori; per non parlare della Fuci e del Mlac. Ha in mente interessanti iniziative – sul sentiero della formazione – da proporre o da mettere in cantiere?

«Sicuramente. L’Ac ha i suoi programmi; quest’anno, addirittura, ricorre il centocinquantesimo di fondazione, quindi sarà un anno particolarmente intenso. Naturalmente è l’associazione stessa che progetta e offre la possibilità a tutti di spaziare all’interno di un percorso: rispettiamo i progetti dell’Ac nazionale che si concretizzano poi nelle realtà diocesane e nelle parrocchie. Io credo che lo sforzo da parte di tutti debba essere quello di crescere e di migliorare, cioè di essere “lievito” all’interno della Chiesa italiana; e vogliamo farlo da laici nel rispetto dell’insegnamento del Concilio».

L’Ac di fronte e dentro il mondo. Oggi si parla tanto di Chiesa in uscita, di periferie da raggiungere. Come immagina di fare avvertire ai membri dell’Ac il fascino ma insieme il rischio di questa avventura?

«Credo che questo sia una sorta di “nodo culturale” – definiamolo tale – nel senso che Cristo è antico e moderno ed è anche la realtà del futuro. Gesù con i suoi insegnamenti non passa mai di moda; la “Chiesa in uscita”, dunque, non è altro che un adeguarsi sempre di più, non alle esigenze del mondo, ma di Cristo. Allora, si tratta di uscire, per fare entrare, non di uscire per stare fuori. Io credo che la modernità consista comunque nel far si che la Chiesa, oggi, possa rappresentare una realtà che in qualche maniera soddisfa, accoglie, consola, fa stare bene interiormente, esprime gioia e fa crescere tutti, dai più piccoli ai più grandi».

Una delle frontiere sempre aperte, ma forse anche fragili, della vita delle associazioni diocesane è il fatto di trovarsi bene ognuna nel proprio recinto. L’Ac reggina, che ha ormai 130 anni di vita, può fare qualcosa di più per una fraternità più estesa e vissuta, in piena comunione con la chiesa diocesana?

«Sì, senz’altro. Teniamo conto di quanta ricchezza che c’è stata nel corso di questi anni, delle tante persone che hanno sostenuto e hanno vissuto la realtà dell’Ac. Penso “all’icona vivente dell’Ac”, che è la professoressa Maria Mariotti. Mi vengono i brividi se penso quale eredità mi viene offerta da questo punto di vista e quale “profondità e altezze” devo guardare per potermi mettere a servizio. Sicuramente, il discorso di una comunione e di un confronto con le altre associazioni è uno dei temi su cui bisogna stare sempre molto attenti, per far progredire tutti, nella misura in cui ciascuno si apre al servizio. Credo che un contributo forte ci possa essere dato dal Sinodo dei giovani, perché “quello” lo vedo come un luogo di confronto per la comunione. Io ho molta speranza da questo punto di vista. Personalmente amo il dialogo, il confronto, l’ascolto e a questi punti ci tengo molto».

Come diocesi stiamo vivendo l’anno dedicato alle vocazioni di speciale consacrazione: da sacerdote, se dovesse lanciare un messaggio a un giovane cosa direbbe?

«Non è facile dare una risposta immediata, ma di una cosa sono convinto, la chiamata di Cristo può sembrare esigente per certi aspetti, ma alla fine si rivela una donazione così coinvolgente, da poter offrire solo gioia nel cuore. Se una persona vuole seguire il Signore e dentro porta dubbi, perplessità, paure, alla fine, se si abbandona fiduciosa, ne esce realizzata. Sento di poter ripetere le parole di Giovanni Paolo II: ‘Non abbiate paura’, è il Signore che offre la possibilità di essere felici. L’importante è fidarsi: degli altri possiamo diffidare, ma di Dio mai. Se non ci si fida, non ci si realizza da nessuna parte, né come preti, né come suore, né come sposi».

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