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Il frate polacco che offrì la sua vita al posto di un padre di famiglia condannato a morte nel lager dai nazisti

Oggi si ricorda san Massimiliano Kolbe il martire di Auschwitz

di Redazione Web 14/08/2020

di p. Pasquale Triulcio - Silenzio, stupore, vita, speranza aleggiavano misteriosamente tra le file impietrite del blocco, mentre Gajowniczek preso a calci dal comandante fattosi piccolo innanzi al gigante, rientrava nelle file. Di quegli istanti ricorderà: «Potei solo cercare di ringraziarlo con gli occhi. Ero stravolto e facevo fatica a capire cosa stesse succedendo. L’immensità del gesto: io, il condannato, dovevo vivere e qualcun altro, volontariamente e con gioia, aveva offerto la sua vita per me, un estraneo. Era un sogno o era realtà?». Era proprio realtà. Morirà all’età di 94 anni il 13 marzo 1995, dopo aver girato il mondo a raccontare ciò che gli era accaduto, una sorta di resurrezione.

Finalmente la macabra selezione viene completata. Gli ufficiali delle SS verificano accuratamente i numeri dei condannati presenti nella loro lista. Mentre sono assorti per adempiere tutto alla perfezione, ecco accadere ciò che secondo il pensiero nazista non sarebbe mai potuto succedere in un campo di sterminio, un evento che sta per ribaltare e sconfiggere la logica di quel sistema di morte, un fatto in grado di rivelare il fallimento di ogni sistema improntato sulla violenza, un episodio capace di ribadire la vittoria del bene sul male. Una delle vittime esplode in un grido misto a lacrime. Le SS lo ignorano. È Francesco Gajowniczek che era stato un sergente dell’esercito polacco. Lasciamolo raccontare: «Mi trovavo in una stessa fila con Padre Kolbe; ci separavano 3 o 4 prigionieri. Il Lagerführer Fritsch circondato dalle guardie si avvicinò, e cominciò a scegliere nelle file dieci prigionieri per mandarli a morte. Il führer indicò anche me col dito. Uscii dalla fila e mi sfuggì un grido, che avrei desiderato rivedere ancora i miei figli. Dopo un istante, uscì dalla fila un prigioniero, offrendo se stesso in mia vece. Si avvicinò cioè, al Lagerführer e cominciò a dirgli qualche cosa. Una guardia lo condusse al gruppo dei condannati a morte e mi fece rientrare nella fila». Trascorsero così due settimane. «Nel frattempo i prigionieri morivano uno dopo l’altro; tantochè al termine della terza settimana, ne rimasero soltanto quattro, fra i quali il padre Kolbe. Ciò sembrava alle autorità che si protraesse troppo a lungo; la cella era necessaria per altre vittime. Per questo, un giorno (14 agosto) condussero il dirigente della “Sala degli infermi”, un tedesco, il criminale Boch, il quale fece ad ognuno le iniezioni endovenose di acido velenoso al braccio sinistro. Il padre Kolbe con la preghiera sulle labbra da sé porse il braccio al carnefice. Non potendo resistere a quello che i miei occhi vedevano, e sotto pretesto di dover lavorare in ufficio uscii fuori. Partita la guardia con il carnefice, ritornai nella cella dove trovai padre Massimiliano Kolbe seduto, appoggiato al muro, con gli occhi aperti e la testa chinata sul fianco sinistro. La sua faccia serena e bella era raggiante. Portai insieme con il barbiere del blocco, signor Chlebik da Karwina, il corpo dell’eroe al bagno. Qui fu posto in una cassa e trasportato nella cella mortuaria della prigione. Così morì il sacerdote, l’eroe del campo di Oswiecim, offrendo spontaneamente la sua vita per un padre di famiglia, quieto e tranquillo, pregando fino all’ultimo momento».

Così moriva Padre Massimiliano Maria Kolbe, alle 12,50 del 14 agosto 1941, vigilia della Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. Beatificato come Confessore della fede da Paolo VI il 17 ottobre 1971 e canonizzato come Martire da Giovanni Paolo II il 10 ottobre 1982. La sua storia sarà anche oggetto delle riflessioni di numerosi pensatori del calibro di Jean Guitton, affascinerà i pontefici da Montini a Wojtiła, Ratzinger e Bergoglio. Ma soprattutto sarà da modello all’uomo di ogni età, provenienza e condizione che seppur non troverà in nessun luogo né il suo corpo né le sue ceneri potrà percepire l’universalità del suo amore. Ad Auschwitz, su un bassorilievo, all’ingresso del blocco 11 è scritto: “Homo homini” ovvero “Un uomo per un altro uomo” a memoria del “novello San Francesco” che è stato più forte della morte.

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