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Domenica 23 agosto, di fronte alla chiesetta di Santa Venere, si festeggeranno i 50 anni dall’inizio dei campi estivi dell’Azione Cattolica Diocesana

La grande «impresa» dell'altopiano di Santa Venere

di Redazione Web 20/08/2020

di Giorgio Neri - Sarà festa grande, domenica 23 agosto, a Santa Venere, piccola frazione sulle alture di Reggio. Si festeggeranno i 50 anni dall’inizio dei campi estivi dell’Azione Cattolica Diocesana. Un progetto che, dal 1970 al 1974, consentì, «con pochi mezzi, senza soldi, ma con tanta disponibilità, sincera amicizia, grande condivisione», come raccontano i testimoni dell’epoca, la costruzione della chiesa parrocchiale.
Alle 10.00 davanti alla chiesetta per la celebrazione della S.Messa, si ritroveranno i tanti, oggi non più giovani, che allora diedero vita ad un’opera straordinaria di solidarietà, di impegno sociale, di carità cristiana.
Fu l’intera Azione Cattolica diocesana sotto la guida e l’entusiasmo dell’assistente diocesano don Lillo Spinelli a mobilitarsi in massa per realizzare il sogno che la piccola comunità di Santa Venere desiderava realizzare da tempo: avere una chiesa, un luogo dove pregare, un luogo dove ritrovarsi, dove essere e sentirsi «ecclesia». Anche se non era quella l’unica necessità di un comunità isolata, chiusa, abbandonata. Mancava un presidio medico, una scuola, una strada decente di collegamento con la città, carente ancora oggi, tanti servizi. Persino l’acqua potabile, in un’area ricca di fonti, arrivava in autobotte dalla città. “Le altre cose verranno da sole” dicevano gli uomini e le donne di quella minuscola frazione montana e delle contrade circostanti: Embrisi Mannarella, Catriga e Salice, che diventarono parte della nuova Parrocchia di Santa Croce.
Si era all’indomani del Concilio Vaticano II concluso in quegli anni da Papa Paolo VI. La Chiesa invitava ad ‘uscire’ dai luoghi di culto. Invitava a guardare ai bisogni dell’uomo: spirituali e materiali. «Dall’interdipendenza sempre più stretta e piano piano estesa al mondo intero deriva che il bene comune diventa vieppiù universale, investendo diritti e doveri che riguardano l’intero genere umano», era il motto della Chiesa contemporanea sancito nell’encliclica “Gaudium et spes”.
Furono vagliate diverse idee progettuali da realizzare in città, ma quello di Santa Venere si impose immediatamente. Santa Venere era un luogo da vivificare, in cui creare identità e dignità sociale. Era un’impresa difficile. Forse impossibile. Ma bisognava provarci. Partì così una grande opera di solidarietà che coinvolse complessivamente oltre 400 giovani, studenti delle scuole superiori e universitari, ragazzi, ragazze, tra Azione Cattolica e gruppi Scout. Un’opera corale che ebbe come capofila le parrocchie di S. Maria del Soccorso e del Sacro Cuore di Gesù ai ferrovieri, guidate, rispettivamente da Don Salvatore Nunnari e da don Umberto Lauro del S. Cuore di Gesù ai Ferrovieri, alle quali via via si aggregarono, la Candelora, Gallico, e Duomo, e tanti altri parroci con le rispettive parrocchie: Don Italo Calabrò, Mons. Giuseppe Agostino, Don Mimmo Morabito, Don Domenico Giacobbe, Lillo Spinelli, Don Antonino Iachino, Don Mimmo Marturano, Don Domenico Farias.
Nel luglio 1970, in piena rivolta, fu avviato il primo campo di lavoro, preceduto da settimane di lavori preparatori per reperire fondi e gli attrezzi necessari per il cantiere, che fu diretto dai vecchi “mastri” di Santa Venere. Muratori, carpentieri, piastrellisti che con grande pazienza e comprensione guidarono quei ragazzi in attività per loro sconosciute. C’era, tra loro, anche chi aveva ‘esperienze familiari’, che mise a disposizione del gruppo di lavoro. Le donne si occuparono della mensa, della logistica, dell’ospitalità dei volontari, ma anche di organizzare momenti di condivisione con il territorio: catechismo ai bambini, aiuto alle donne, nei campi, e nella cura delle anime. Furono quattro anni intensi, straordinari che via via diedero forma e bellezza ad un tempio che oggi è il fulcro spirituale di quel territorio. E lo furono tra gli stessi giovani, che ebbero l’opportunità di stringere amicizie, crescere insieme, confrontarsi, e… innamorarsi.
Scavo delle fondazioni, opere murarie, impiantistica, rivestimenti e rifiniture scandirono i turni di lavoro che dal luglio 1970, si susseguirono fino al 1974, anno in cui, l’Arcivescovo Mons. Giovanni Ferrò emanò il Decreto dell’elevazione della nuova Parrocchia. Non mancarono gli intoppi, come il cedimento del tetto, appena realizzato, danneggiato dal maltempo. Ma il crono programma non subì intoppi. Il 24 Agosto 1974, con accanto Don Italo Calabrò, Mons. Giovanni Ferrò benedì solennemente il tempio che era stato abbellito da vetrate disegnate e realizzate da Marino De Luca; i banchi donati dalla parrocchia del Sacro Cuore, ed, in parte, dalla Congrega di San Francesco. La croce della facciata donata dalla Parrocchia del Crocefisso. Il portone donato da un artigiano di Santo Stefano in Aspromonte. Il ceppo sui cui poggia l’altare, il leggio e gli sgabelli, ricavato da un eucaliptus del cortile dell’episcopio. Le appliques donate dall’allora cappellano degli Ospedali Riuniti, e persino una icona di Santa Venere proveniente dal Monte Athos, portata personalmente da un giovane volontario, studente del Sacro Collegio Greco di Roma. L’ultimo tocco, le due campane che adornano il campanile: una proveniente dalla Chiesa baracca del Soccorso, l’altra dell’antica chiesetta di SS.Cosma e Damiano di via Furnari, al rione Ferrovieri.
Quelle campane suonano ancora…

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