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A un mese dalle urne, le forze politiche si preparano al voto (''caro'' a M5s) che ridisegnerà il Parlamento

Taglio degli eletti, il referendum divide partiti e schieramenti

di Redazione Web 26/08/2020

Un mese dal referendum per il taglio dei parlamentari che si terrà, insieme alle elezioni regionali, il 20 e 21 settembre. Una consultazione che i sondaggi hanno sempre accreditato come – sostanzialmente – scontata e che tuttavia è decollata in queste ultime settimane, man mano che – al di là dello schieramento per il Sì in tutti i partiti maggiori – sono emerse singole prese di posizione per il No, con uno schieramento agguerrito in difesa delle prerogative del Parlamento.

La legge che si intende modificare è quella del 1963 che ha dato un assetto definitivo ai componenti di Camera e Senato. In base alla norma di modifica costituzionale approvata dal Parlamento, i deputati passerebbero ora da 630 a 400 (con un calo ulteriore degli eletti nella circoscrizione Estero, da 12 a 8) e i senatori da 315 a 200, al netto dei senatori a vita. Nel voto parlamentare il testo ha superato i due terzi solo nell’ultimo passaggio alla Camera, di qui la necessità della consultazione confermativa.

Ad aumentare il consenso a favore della modifica nell’ultimo passaggio parlamentare fu l’ingresso anche del Pd nel fronte del sì, dopo aver votato 3 volte no, a seguito della nascita della maggioranza giallo-rossa che inserì il taglio dei parlamentari nell’accordo di governo. Tuttavia, nel Pd restano numerose resistenze e, d’altro canto, fra le opposizioni cresce, inconfessabile, la voglia di fare uno sgambetto alla maggioranza, specialmente dopo che il premier Conte si è schierato apertamente nell’auspicare il passaggio del sì.

A tenere alta la bandiera del No fra i dem è soprattutto Matteo Orfini: «Per tre volte in Parlamento abbiamo votato no al taglio», ricorda. «Poi su richiesta di Zingaretti abbiamo votato a favore. Non capisco. Abbiamo detto che questa riforma era sbagliata. Abbiamo accettato di votarla perché integrata da altri impegni. Quegli impegni non si sono realizzati. E ora come se niente fosse votiamo lo stesso sì? E addirittura si annuncia che forse nemmeno ci sarà libertà di coscienza?», ha lamentato Orfini su Facebook suonando la carica.

Nel Pd non è solo, al di là di maldipancia silenti e diffusi, schierati apertamente per il no sono anche, su sponde diverse fra loro, Gianni Cuperlo, Giorgio Gori e Tommaso Nannicini, oltre a intellettuali "d’area" come Massimo Cacciari e Mario Tronti. Schierato decisamente per il sì, invece, è il costituzionalista Stefano Ceccanti: «Dopo la legge del 1963, si sono consolidate altre rappresentanze del territorio, con le elezioni regionali prima e le Europee poi. Il taglio – ricorda – ricalca perfettamente la riduzione prevista all’inizio degli anni Novanta dalla commissione De Mita–Jotti. Non vedo in che cosa consista l’attacco alla democrazia», conclude Ceccanti. Per il sì è anche l’ex segretario Maurizio Martina, che definisce «di sinistra» il taglio dei parlamentari.

Fra le opposizioni è soprattutto dentro Forza Italia che si registrano defezioni rispetto alla posizione ufficiale. Schierati ufficialmente nel comitato per il No – insieme a +Europa – ci sono i deputati Andrea Cangini e Simone Baldelli, ai quali si aggiungono Lucio Malan e Giorgio Mulè: «Che il Parlamento così funzioni meglio è solo un’illusione», dice Mulè, portavoce dei gruppi parlamentari. Si schiera anche Gianfranco Rotondi: «Trattandosi di referendum – dice l’ex ministro – non tocca ai parlamentari orientare il voto. Ma io sono decisamente per il no». Per il taglio è invece la capogruppo alla Camera, Maria Stella Gelmini, «in linea – spiega . con le battaglie per l’efficientamento della macchina pubblica che Fi ha sempre sostenuto».

Fra i più agguerriti, nel fronte del No, è il senatore Gregorio De Falco, ex M5s ora nel misto, impegnato con un gruppo di giovani in una battaglia che considera coerente con lo spirito iniziale del Movimento, di riduzione dei costi, ma non della democrazia. E ritiene che la polemica sui 600 euro di sussidio percepiti da alcuni parlamentari sia stata usata «per cavalcare un comportamento indegno a scopo propagandistico, dopo gli scricchiolii che si registrano nel fronte del Sì».

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