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A causa delle restrizioni sanitarie, oggi gli ingressi sono molto contigentati: «La quarantena ci ha limitato»

Casa Reghellin, approdo dove consolare le vittime di violenza

di Federico Minniti 17/09/2020

Accogliere le donne in emergenza abitativa. Questo l’obiettivo dell’associazione Zedakà che da cinque anni ha aperto “Casa Reghellin”, un riparo per quante si trovano senza una casa. Fino ad oggi, 80 donne e 23 bambini ospitati; le regole sono semplici: in genere, il soggiorno dura per un semestre (alla fine del quale, comunque, verranno fatte delle valutazioni ad hoc per ogni caso), si vive secondo un principio di solidarietà e gestione autonoma. Insomma: una famiglia allargata. Tantissime le etnie che, in questi anni, si sono susseguite: rumene, marocchine, tunisine, libiche, albanesi, russe, ucraine, francesi, brasiliane, nigeriane, polacche, bulgare e tantissime italiane. Una “normalità” parzialmente interrotta dall’emergenza epidemiologica da Coronavirus, come ci spiegano Nella Restuccia, presidente dell’associazione Zedakà, e Annamaria Abrami, responsabile di “Casa Reghellin”. «Il fattore Covid–19 ha reso tutto più difficile: siamo stati costretti a rifiutare alcune richieste per motivi sanitari. Non abbiamo locali adeguati per vivere una quarantena separata. La situazione si è aggravata: fa male al cuore dire di no», ci dice Nella Restuccia. Un dispiacere acuito da un fattore che esula dalle responsabilità delle volontarie: “Casa Reghellin”, è l’unico avamposto di servizio per rispondere a questo bisogno emergente. «All’inizio, gran parte delle nostre ospiti erano donne straniere che perdevano il loro posto di lavoro come badanti e restavano senza soldi e senza casa».

Oggi, però, le urgenze sono altre: «Siamo subissate da chiamate per dare ospitalità a donne vittime di violenza. Noi ci stiamo provando, rispondendo alle richieste che ci arrivano dai servizi sociali e dalle Forze dell’Ordine, ma – specifica Restuccia – noi non siamo un centro specifico antiviolenza. Non abbiamo esperti, come psicologi, né un sistema di sicurezza adeguato per evitare che le nostre ospiti possano essere intercettate dai loro carnefici. Questa è una famiglia allargata che prova a rispondere alle richieste di aiuto». Anche perché “Casa Reghellin” è sostenuta esclusivamente dalla beneficenza dei soci di Zedakà e dai simpatizzanti. «Di spese ce ne sono tantissime – spiega Annamaria Abrami – molte delle quali esulano dalla gestione ordinaria o straordinaria della casa. Tante volte facciamo fronte a necessità sanitarie, pagando di tasca nostra le visite specialistiche per le nostre ospiti».

Sì, perché – seppure il clima che si respira è di assoluta convivialità – dietro a quei volti si nascondo storie di inaudita violenza. «Una volta abbiamo visto come sul corpo di una rafazza nigeriana ci fossero delle strisce nere, segno indelebile delle scudisciate subite nei lager in Libia». Abomini anche nostrani: «Abbiamo ospitato donne italiane che sono state abusate in famiglia, dai mariti, ma anche dai figli», racconta Abrami. Insomma, c’è grande sofferenza colmata dalla presenza silenziosa delle volontarie. Accanto alle donne vittime di violenza, oggi, tra le richieste più pressanti ci sono quelle delle donne extracomunitarie che concludono l’esperienza annuale negli Sprar. «In Città non esistono strutture adeguate – prosegue Restuccia – noi proviamo anche ad avviare dei percorsi di inserimento lavorativo, ma non è facile». C’è, anzitutto, un problema culturale: tante donne non concepiscono il lavoro come autonomia.

Ad aiutare i volontari di Zedakà è stato un progetto proprio pensato secondo la logica dell’autodeterminazione: nella cantina di “Casa Reghellin” è stato realizzato un laboratorio di cucito: un modo per mettersi alla prova che ha occupato tantissimo tempo durante l’esperienza del lockdown. «Nello stesso progetto – conclude Restuccia – abbiamo avuto la possibilità di attivare 5 borse lavoro per un anno: un’opportunità che auspichiamo di replicare».

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