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Non ci sono più prestanome e funzionari complici, «i colletti bianchi» sono parte integrante delle ’ndrine

L’indifferenza è l’arma in più dei boss

di Federico Minniti 21/02/2017

«Direi che il dato più probante e preoccupante della corruzione italiana non tanto risieda nel fatto che si rubi nella cosa pubblica, quanto nel fatto che persone di assoluta mediocrità si trovino al vertice di pubbliche imprese». Sono passati trentacinque anni da questo pensiero di Leonardo Sciascia. Il Paese, a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80, stava conoscendo i risvolti nefasti delle mafie così il Mezzogiorno divenne oggetto di attenzioni particolari volte nella maggior parte dei casi verso una repressione “militare” del fenomeno malavitoso. In questi decenni è certamente maturata una maggiore consapevolezza circa la co–interessenza tra notabili e mondo criminale. È quindi chiaro a tutti che le mafie, e tra esse la più temibile di tutte la ‘ndrangheta, si nutre di rapporti privilegiati con pezzi della Pubblica amministrazione e del mondo dell’imprenditoria.
C’è però un cambiamento radicale: non vi sono più impresari “prestanome”, ma veri e propri cartelli produttivi legati ai clan sotto le rigide regole della “copiata”, il verbo dello ‘ndranghetista. Parimenti burocrati e funzionari non risultano essere, secondo quanto emerso dalle indagini e dai relativi processi, solo “a busta paga” dei boss. Ma sono intranei, diventano “consigliori” degli stessi, guidando investimenti e procedure.
Il reato di corruzione, ormai, sta assumendo una definizione differente. Sta diventando un processo asfittico dell’economia attraverso metodi subdoli, spesso molto distanti dai plateali gesti di minaccia violenta che ha contraddistinto il tempo in cui viveva e scriveva Sciascia. Alla mediocrità culturale dei funzionari si sta sostituendo l’insufficienza morale degli stessi. Ovvio: è corretto non generalizzare. C’è tanta gente che vive il proprio servizio allo Stato in modo integerrimo. Proprio a loro il cittadino– contribuente rivolge le speranze.
Perché «il complice del crimine della corruzione è spesso la nostra stessa indifferenza ». A dirlo “Miss America”, Bess Myerson, donna nata e cresciuta nel Bronx.
Proprio l’indifferenza è l’arma in più nella fondina delle cosche. L’accontentarsi della mediocrità condanna la libertà di un popolo. Così il tema della corruzione, e in particolar modo di quella legata agli affari tra ndranghetisti e politicanti, è di pregnante attualità. Oltre che un fatto giudiziario ne deriva un fattore culturale.
Per debellare la ‘ndrangheta, infatti, bisognerebbe ripartire proprio dal contrasto di ogni forma di corruzione, anche intellettuale, che si perpetua nella quotidianità: dalla scuola al lavoro fino allo sport e nelle attività sociali. Un malcostume che sta sfigurando il volto di una generazione che – abituata al «puzzo nausabondo del compromesso », per citare Paolo Borsellino – ha deciso di dirigere la propria vita altrove.

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