accedi | registrati | 22-9-2017

Educare è una sfida

Il grido della mamma di Giò

di Alberto Campoleoni 21/02/2017

La vicenda del sedicenne suicida a Lavagna nel corso di una perquisizione in casa alla ricerca di sostanze stupefacenti, ha occupato i media. Tanti i commenti e le reazioni di chi si è sentito di condividere in qualche modo il dolore e i mille sentimenti legati al tragico gesto di Giò, così si chiamava il ragazzo. Non sono mancate le polemiche sulla legalizzazione delle droghe leggere: un tema serio, certamente, ma forse l’accaduto meritava che si mettessero da parte posizioni parse piuttosto strumentali.
Comunque il nodo non è qui. Piuttosto il suicidio di un adolescente, di Giò, fa riflettere – e sorgere domande – su temi come la fragilità, di ragazzi e adulti, la difficoltà di comprendersi, la tensione dello sforzo educativo, la solitudine non solo dei ragazzi, ma anche dei genitori, la drammaticità del fare le scelte.
La fragilità: quella di tanti nostri adolescenti, spesso incapaci di far fronte alla durezza della quotidianità, disabituati a reggere la frustrazione, i contrasti. Non è una colpa, ma un dato di fatto, di cui devono tener conto in primis gli educatori. Come aiutare i ragazzi a “farsi forti”? Ad affrontare le paure e le difficoltà della crescita? Ma c’è anche la fragilità dei genitori e degli educatori in generale, che non di rado si trovano ad affrontare un compito impari e controcorrente: dire anche dei “no”, indicare “paletti”… Certo che educare non è solo questo e passa anzitutto dall’ascolto, dalla comprensione e dalla condivisione del cammino dei più piccoli, con l’intuizione creativa di strade e prospettive, dei tanti “sì” della vita. Ma ci sono anche gli ostacoli. Educare è una sfida immane, per questo richiede anzitutto di lavorare “in squadra”, insieme, in modo condiviso, pur con diversi ruoli: genitori, scuola, chiesa, associazioni sportive, società civile e chi più ne ha più ne metta.
La mamma di Giò, durante il funerale, si è espressa così, con un appello commovente: “A noi genitori, il compito di capire che la sfida educativa non si vince da soli, nell’intimità delle nostre famiglie… Facciamo rete, aiutiamoci fra noi”.
Aiutiamoci anzitutto a credere nei nostri ragazzi. Ancora la mamma di Giò, agli amici del figlio: “In ognuno di voi sono presenti dei talenti che vi rendono unici e irripetibili”. Credeteci! Questo il messaggio. Rivolto ai ragazzi, perché diventino “veri protagonisti” dell’esistenza e non piuttosto ombre stordite dalla banalità e dall’abitudine del quotidiano. Rivolto agli adulti – sì, anche a loro – perché a questi ragazzi chiedano molto, chiedano lo “straordinario” e non si accontentino dell’apparente calma piatta che spesso traspare dal mondo dei più giovani.
Decodificare questa calma piatta è la vera sfida. Intuire i bisogni e le domande dietro le apparenze, dietro lo stordimento degli smartphone o degli sballi così facili e variegati (non si sono solo le droghe leggere), “normali” come si tende a considerarli. La mamma di Giò si definisce una persona “che non poteva accettare di vedere suo figlio perdersi e ha provato con ogni mezzo di combattere la guerra contro la dipendenza prima che fosse troppo tardi”. Nessuno può giudicare la profondità del dramma e del dolore vissuto, le scelte fatte. Ma il grido di questa donna deve provocare tutti. E anche la sua richiesta di perdono rivolta al figlio per “non essere riuscita a colmare quel vuoto che ti portavi dentro da lontano”. Intuire il vuoto, le domande… e provare, se non a rispondere, ad aiutare i più giovani a farlo. Senza tirarsi indietro. Qui sta il compito educativo.

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