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Nuova retata contro la cosca egemone nel porto di Gioia Tauro

Arrestato l'anziano boss Antonio "U Catanisi" Piromalli

di Federico Minniti 21/02/2017

Ancora i Piromalli. La Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria ha messo a segno un altro durissimo colpo alla cosca di Gioia Tauro: con l'operazione “Provvidenza 2” vengono circoscritte nuove pesanti accuse ai vertici del clan, i fratelli Giuseppe “Facciazza” e Antonio “U Catanisi” Piromalli che nonostante le misure cautelari continuavano a gestire gli affari della 'ndrina. Assieme a loro in manette la rete di sodali e fiancheggiatori, in totale 12 tra cui nomi di primissimo piano dell'imprenditoria nel comparto agro-alimentare. Si tratta di Domenico e Gioacchino Careri, i “re” dell'olio extravergine di oliva negli Stati Uniti d'America, ma anche di Nicola Comerci, vero factotum nei business dei Piromalli. Assieme all'azienda milanese dei Careri, è stato sequestrato il consorzio Copam, costituito da oltre quaranta aziende e cooperative agricole operanti nella piana di Gioia Tauro, nella Sicilia orientale e nel basso Lazio.
La Copam era la scatola cinese del maxi-riciclaggio dei Piromalli: era Rocco Scarpari, tra i catturati nell'ultima retata, l'uomo attorno al quale il clan faceva girare i propri affari. Dal Mercato ortofrutticolo di Milano alle aziende dell'Est Europa, la Copam “garantiva” per i Piromalli.
Sullo sfondo il controllo asfittico del Porto di Gioia Tauro: è anche grazie alla gestione dell'infrastruttura che il vecchio boss, Antonio “U Catanisi”, quasi ottantenne, provò a ridimere la frattura con la storica famiglia gemellata ai Piromalli: i Molè. Dopo l'uccisione del rampollo, Rocco, infatti i confederati stavano ordendo una vendetta ai danni dei capi indiscussi del mandamento tirrenico della 'ndrangheta. Un fatto inconcepibile per Antonio Piromalli senior che – seppur sotto il profilo operativo aveva passato le redini al fratello Giuseppe “Facciazza” - si premurava di gestire i rapporti. Così Michele Molè è cooptato: avendo diritto sui profitti illeciti del Porto di Gioia Tauro. Una posizione di potere assoluto che – secondo l'attività degli inquirenti coordinata dal sostituto procuratore Roberto Di Palma – avrebbe portato i Piromalli assieme ai De Stefano a strutturare nel tempo l'apice strategico della 'ndrangheta. La “Santa” capace di gestire e orientare tutte le cosche.
Un'ombra che secondo il Procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, potrebbe disporre dell'accondiscendenza di quasi quattrocentomila calabresi. «Il 20% dei cittadini vota secondo le indicazioni della 'ndrangheta» e nell'imprimatur delle scelte certamente i Piromalli, come dimostra anche l'indagine “Provvidenza 2”, hanno un ruolo preminente in virtù dei rapporti privilegiati anche con il clan Muto, egemone nel cosentino.
Potere e prestigio sociale in Calabria, affari – una montagna di affari – nel resto del mondo. Così le attività ricettive tra Udine e Milano erano in mano alle donne dei Piromalli, esattamente a Teresa Cordì, sorella di Francesco Cordì, reggente della cosca durante gli anni degli arresti di tutti i vertici dei Piromalli, e moglie di Nicola Rucireta, il rais per il clan calabrese in Basilicata e Puglia, nonché di Cinzia Ferro, moglie di Alessandro Pronestì, il braccio destro di Antonio Piromalli jr.
Legami solidissimi tutti marchiati, secondo le ultime indagini, anche dall'aggravante di associazione mafiosa. La “piovra” dei Piromalli aveva allungato i tentacoli ovunque. Nel secondo troncone dell'inchiesta “Provvidenza 2” riappare ancora il nome di Rosario Vizzari, su cui pende una richiesta di estradizione dagli Usa. L'imprenditore dell'agrifood non sarebbe solo un “prestanome” dei Piromalli, ma un gancio con le istituzioni americane per conto della 'ndrina e della “Santa”.

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