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E chiedeva finanziamenti per avviare al lavoro falsi soggetti svantaggiati

Estorceva ai dipendenti il 75% della paga

di Redazione Web 24/02/2017

di Antonio Maria Mira - La busta paga attestava la somma di quasi 1.200 euro, in realtà la giovane donna era costretta dal suo datore di lavoro a incassare solo 300 euro. «Una gravissima e abbietta condotta estorsiva », la definisce il gip di Reggio Calabria Antonino Laganà nell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Salvatore Modaffari, proprietario di una catena di supermercati. L’imprenditore, si legge ancora, «senza alcuno scrupolo, dinanzi a gravi stati di bisogno denunciati dai propri dipendenti, costringeva gli stessi, senza alternativa alcuna, a firmare compensi non effettivamente percepiti, sfruttando così lo stato di bisogno e l’intrinseca debolezza psicologica del soggetto, per ottenere più facilmente l’ingiusto vantaggio patrimoniale ». Un imprenditore davvero senza scrupoli. L’inchiesta, infatti, dimostra un doppio sfruttamento. Il Modaffari aveva presentato richiesta di finanziamenti regionali per l’avviamento al lavoro di 'soggetti svantaggiati'. E aveva ottenuto 146mila euro. Ma tra i 10 lavoratori così assunti, c’erano «persone che non possedevano i requisiti di legge» o in seguito erano sostituiti «quelli che li avevano con altri che non li possedevano». Indagando su questa truffa, anche questa sulla pelle dei più deboli, gli uomini della Guardia di Finanza della tenenza di Melito Porto Salvo, coordinati dalla procura di Reggio Calabria, hanno scoperto lo sfruttamento.
«È la classica estorsione del datore di lavoro: ti faccio firmare la busta paga per 100, ma ti do 50. Se accetti bene, se no ti licenzio – spiega di sostituto procuratore Roberto di Palma –. Così quando vengono i controlli tutto formalmente è in regola. È purtroppo un malcostume che avviene con una certa regolarità, dalle nostre parti come in altre zone del Sud. Ma purtroppo molto raramente i lavoratori denunciano ». Un fenomeno confermato, come vedremo, anche dal sindacato.
Ma questa volta tre dipendenti hanno deciso di raccontare l’estorsione. «Sono stata costretta a firmare le buste paga che erano difformi dagli importi realmente ricevuti – ha riferito G.F. (evitiamo di fare il nome riportato nell’ordinanza), la donna che riceveva solo 300 euro –, per via dell’assoggettamento psicologico continuato perpetrato nei miei riguardi da Modaffari Salvatore, il quale, essendo a conoscenza della mia situazione precaria familiare (una bimba a carico, senza ulteriori fonti reddituali di supporto), abusava di questa situazione di disagio personale, minacciando licenziamenti. Per amore di mia figlia, accettavo di lavorare in questa situazione di disagio». Racconto analogo, quello di un’altra donna, V.M., anche lei «con gravi problemi familiari ». «Mi ha chiaramente riferito che qualora non accettassi di firmare la ricezione della busta paga difforme dal denaro percepito in forma liquida, sarò oggetto di licenziamento». Ancor più duro il racconto di un uomo, G.C. «Spiegavo che avevo problemi gravi di natura personale e che avrei gradito ricevere quanto in busta paga, ma il Modaffari mi poneva davanti a un bivio: o firmavo la ricezione di buste paga o non mi avrebbe mai più fatto lavorare ». Lui accettava «tali ricatti personali pur di non essere disoccupato e poter aiutare i miei familiari ». Insomma, accusa ancora il gip, «si coglie immediatamente il fortissimo disvalore della condotta tenuta dall’indagato », in «un quadro sconfortante dal punto di vista dell’etica del lavoro». Un comportamento non raro. E che riguarda lavoratori italiani e immigrati. Così, sempre in Calabria, all’Ispettorato del lavoro, spiegano che «ormai gli immigrati sono quasi tutti con permesso di soggiorno e con contratto. C’è una parvenza di legalità con la formale assunzione. Sulla carta ricevono 45 euro al giorno, in realtà 25, quando va bene. E l’orario va molto oltre le 6-8 ore previste dal contratto. Ma per scoprire queste illegalità serve la collaborazione dei lavoratori».
Una fenomeno confermato dal sindacato. «Riguarda soprattutto il commercio al dettaglio e le piccole catene di market. Non lavoro nero, ma sommerso – spiegano alla Fisascat il sindacato Cisl del terziario, commercio e servizi –. Abbiamo sempre sostenuto la necessità di rafforzare l’attività di vigilanza del ministero del Lavoro. Soprattutto al Sud, dove la fragilità è maggiore. Non è solo nella distribuzione ma soprattutto nei servizi come quelli di pulizia, con le logiche dell’appalto al massimo ribasso. Pur di lavorare si accetta il ricatto e nel momento in cui il lavoratore firma la busta paga si annulla il potere legale sul mancato introito. Purtroppo non si arriva alla denuncia. Il lavoratore si limita a rivolgersi al sindacato per recuperare la differenza salariale». Ma servirebbe altro. Così aggiunge il sindacato, «a livello internazionale si sta ragionando sulla tutela dei lavoratori che denunciano, una sorta di protezione. Ma siamo lontani anni luce dal poterlo inserire nei contratti nazionali. Noi proviamo a tutelarli al massimo, ma ricordiamo che chi viene assunto in questo modo non è sindacalizzato». Riflessione che fanno anche alla Filca, il sindacato degli edili della Cisl. «Il fenomeno è molto diffuso, soprattutto in Campania, Puglia e Sicilia. Ma i lavoratori non lo denunciano perché perderebbero il posto. Solo alcuni in Campania dopo il licenziamento hanno fatto causa al datore di lavoro, ma solo per ottenere la riassunzione e dei contributi che mancavano. Noi li stiamo seguendo. Però non dicono che erano sottopagati». Ci sono anche altre storie che racconteremo.

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