accedi | registrati | 27-11-2020

Inizia un'esperienza di condivisione con la Caritas diocesana di Reggio Calabria - Bova. Per un po' di settimane, infatti, il direttore don Nino Pangallo proverà a rileggere la nuova enciclica del Santo Padre ponendo l'accento sui risvolti sociali che questo documento assume

«Fratelli tutti», parla di amicizia sociale. Cos'è? Scopriamolo

di Antonino Pangallo 21/10/2020

“Fratelli, coltelli”, così un monsignore chiosava nei giorni scorsi, accostando la firma dell’enciclica “Fratelli tutti” ai fatti dolorosi delle dimissioni del card. Becciu.

Partirei da questa provocazione per cercare di raccontare l’impressione suscitata nel “mondo caritas” dal testo firmato sulla tomba del Poverello di Assisi.  Se oggi il papa chiede di focalizzare l’attenzione sui temi della fraternità e dell’amicizia sociale è perché c’è bisogno di nutrire la globalizzazione di un cibo solido di relazioni aperte, urge attuare l’ecclesiologia conciliare nella concretezza dell’incontro. La fraternità, oggi come ieri, è ferita. Caino uccide Abele. Giacobbe scappa da Esaù. Oggi la fraternità rischia di sciogliersi non tanto e non solo per l’avanzata del virtuale, ma per un deteriorarsi delle relazioni. Vi è un virus toglie il respiro all’incontro con l’altro.

Vorrei fermare l’attenzione in questo articolo sui temi dell’accoglienza e della povertà, a partire da una rilettura d’insieme del testo, sperando di poter nelle prossime settimane ritornare sui contenuti, se il nostro Avvenire avrà la pazienza di ospitarci.

Con Fratelli tutti un altro tassello magisteriale viene posto e questa volta è per fermare l’attenzione sulla fraternità e l’amicizia sociale. Per essere evangelico l’amore deve andare “al di là delle barriere della geografia e dello spazio”(1)

Francesco desidera fare un passo in avanti verso lo sviluppo umano integrale, verso l’ecologia integrale. A chi lanciava insinuazioni di ‘ecologismo’ ecco il richiamo: “San Francesco, che si sentiva fratello del sole, del mare e del vento, sapeva di essere ancora più unito a quelli che erano della sua stessa carne. Dappertutto seminò pace e camminò accanto ai poveri, agli abbandonati, ai malati, agli scartati, agli ultimi”(2). La cura del creato va di pari passo con l’accoglienza e la custodia della persona e della società intera.

Siamo dinanzi ad una enciclica sociale che non pretende di dire tutto sull’amore fraterno ma si sofferma “sulla sua dimensione universale, sulla sua apertura a tutti”. Non si tratta di un irenico richiamo al vogliamoci bene ma dell’urgenza di porre un antidoto “di fronte a diversi modi attuali di eliminare o ignorare gli altri, siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole”(6).

San Francesco rimane l’ispiratore del magistero papale. Ad otto secoli dall’evento, il papa rilegge il viaggio e l’incontro del Poverello con in Sultano mostrandone la paradossalità evangelica. In un mondo pieno di mura difensive e torri di guardia, con guerre sanguinose tra potenti e la crescita dei miserabili nelle periferie escluse, “Francesco ricevette dentro di sé la vera pace, si liberò da ogni desiderio di dominio sugli altri, si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti. A lui si deve la motivazione di queste pagine”(4).

Un altro elemento è degno di nota. San Francesco capì che occorreva ripartire dall’incontro e farlo evangelicamente. Per questo la sua appariva come una richiesta straordinaria: “senza negare la propria identità… evitare ogni forma di aggressione o contesa e anche di vivere un’umile e fraterna “sottomissione”, pure nei confronti di coloro che non condividevano la loro fede(3). Nell’isolamento e nell’aggressività dilaganti il santo di Assisi “non faceva la guerra dialettica imponendo dottrine, ma comunicava l’amore di Dio…. In questo modo è stato un padre fecondo che ha suscitato il sogno di una società fraterna” (4).

E’ significativo che sia la Laudato si come Fratelli tutti abbiano una fonte di ispirazione nel dialogo ecumenico ed interreligioso. Il papa scrive che per la prima enciclica si è ispirato al Patriarca Bartolomeo, sempre attento alla custodia del creato, e per la seconda ha ripreso in gran parte sviluppandoli i contenuti della Dichiarazione  di Abu Dhabi firmata con il  Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb dove c’è scritto: “ Dio ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro”(5).

La Caritas si prepara a celebrare il 50° della sua fondazione. Paolo VI volle dare all’organismo pastorale una prevalente funzione pedagogica affinché la testimonianza della carità non fosse episodica, né delegata agli specialisti, ma divenisse stile evangelico, modalità concreta di vivere la fede coinvolgendo tutta la comunità cristiana. La Fratelli tutti è da questo punto di vista uno strumento ottimo per l’animazione delle nostre comunità, nel tempo in cui la pandemia ci ha smascherati. Non siamo stati capaci di agire insieme ma si sono acuite le distanze.

Ma qual è il desiderio del papa per questo tempo? E’ il riconoscimento della dignità di ogni persona umana al fine di “far rinascere tra tutti un’aspirazione mondiale alla fraternità”(8).

Oggi urge tornare a sognare insieme la fraternità universale, non rimanendo nell’isolamento della morte, pur rivestiti del paludamento narcisista della sicurezza. Da soli si rischia di cadere nell’illusione del miraggio. I sogni invece si costruiscono insieme: “Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!”(8).

Una citazione di Eloi Leclerc mi ha particolarmente colpito: “solo l’uomo che accetta di avvicinarsi alle altre persone nel loro stesso movimento, non per trattenerle nel proprio, ma per aiutarle a essere maggiormente sé stesse, si fa realmente padre”. Mi chiedo se oggi non siamo tutti a rischio di paternità non l’impossibilità di accompagnare altri ma per la pretesa di esercitare una paternità che non sia passata dalla fratellanza. E’ il complesso del figlio unico che vuole sempre pilotare tutto e non sa mettersi in gioco nel rischio dell’incontro con l’altro, la demoniaca illusione di plasmare il mondo.

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