accedi | registrati | 28-11-2020

«Fratelli tutti», chiamati a essere artigiani dell’inclusione

Una chiave di lettura sociale che amplifica i risvolti delle parole del Santo Padre a partire dalla costruzione di città più accoglienti

di Luciano Squillaci 21/10/2020

La forza del messaggio di papa Francesco è di intensità straordinaria e tocca, con la semplicità disarmante del suo amore per l’Uomo, i temi più complessi della nostra frammentata contemporaneità. È l’Uomo, ed in particolare il più fragile ed emarginato, il centro dell’enciclica «Fratelli Tutti», ed a partire dall’Uomo che si dipana l’intera riflessione.

«Se si tratta di ricominciare, sarà sempre a partire dagli ultimi». Francesco ribadisce la necessità della Giustizia sociale, senza la quale non potrà mai esservi pace. Ripartire dagli ultimi significa quindi metterli concretamente al centro di un processo di “liberazione” teso a restituire loro piena dignità umana. Ma la novità più importante dell’enciclica sta nel pensare all’Uomo nella sua dimensione relazionale. Il Papa, con parole chiare e dirette, ci ricorda che siamo tutti legati da un filo che non può essere spezzato.

Se una parte dell’umanità soffre, necessariamente prima o poi, questa sofferenza arriverà a tutti. E questo ha valore nel macro– sistema, tra i popoli, ma ha il medesimo valore anche nelle nostre comunità territoriali, nella vita quotidiana di ciascuno di noi. È quello che il Papa definisce con il concetto di “popolo”, inteso come comunità frutto di relazioni e senso di appartenenza, contrapponendolo al “populismo” di chi invece sfrutta a fini egoistici il sentimento umano, strumentalizzandolo politicamente. «I gruppi populisti chiusi deformano la parola “popolo” che invece è per definizione aperta, tesa al futuro, non negando sé stesso e la propria cultura, ma in cammino costante per essere allargato, arricchito da altri».

Solo partendo da questa straordinaria apertura alla relazione con l’altro, intesa come necessità imprescindibile, è possibile per la comunità evolversi. Una relazione che non nega, ma anzi qualifica l’eccezionale importanza di ciascun Uomo, straordinario nella sua unicità e meravigliosamente connesso con tutti gli altri. E su questo Francesco è diretto: «Sempre meno si chiama un uomo col suo nome proprio, sempre meno si tratterà come persona questo essere unico al mondo». Se questo approccio viene declinato nelle diverse dinamiche sociali delle nostre comunità, ecco che tutto acquista un senso nuovo. Se pensiamo ad esempio alle politiche sociali delle nostre città, ai servizi verso i cittadini più deboli e fragili, e proviamo a farlo attraverso le chiavi di lettura dell’enciclica, non potremo più limitarci a percorsi meramente assistenziali, diritti che appaiono come concessioni, come un lusso che non sempre ci su può permettere. Stare vicino ad una persona che soffre, accoglierla ed accudirla, è una forma meravigliosa di carità, ma, ci ricorda Francesco, è carità anche eliminare le cause della sua sofferenza. È la «carità politica», quella buona politica che non cede all’economia, troppo spesso invocata, soprattutto nei servizi sociali, per giustificare il disimpegno, ma che è tesa a superare mentalità individualistiche ricercando «vie di costruzione di comunità nei diversi livelli della vita sociale».

Ma chi è tenuto a fare politica? È qualcosa che va delegato a pochi “professionisti”? Anche qui la risposta del Papa è chiara: «C’è una “architettura” della pace nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge tutti». Siamo quindi tutti chiamati ad essere artigiani dell’inclusione, puntando al pieno e concreto riconoscimento della dignità umana di ogni persona. Non si tratta di garantire meramente “pari opportunità”, scorciatoia spesso utilizzata per giustificare privilegi di alcune classi rispetto ad altre, ma di avere uno Stato ed una società civile capaci di investire nelle fragilità, in percorsi realmente orientati alle persone ed al bene comune. È qui sta il vero cambio di prospettiva. Non servizi sociali verso pochi poveri ed emarginati, ma politiche sociali che riguardano tutti e che impegnano tutti, a partire dai più fragili e deboli, protagonisti della costruzione dei quella comunità capace di «garantire che ogni persona viva con dignità e abbia opportunità adeguate al suo sviluppo integrale».

* presidente Fict

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