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«Un’azalea in via Fani», scritto da Angelo Picariello, quirinalista di Avvenire, è il racconto di un’epoca

Moro, gli anni di piombo e la «cortina di ferro» della Chiesa

di Redazione Web 22/10/2020

Dalla strage di Piazza Fontana alla morte del commissario Calabresi, dalla storia di Prima Linea e delle Brigate Rosse fino al rapimento di Aldo Moro, il volume attraversa le pagine più nere del terrorismo italiano. Angelo Picariello rilegge il fenomeno della lotta armata partendo dalla tesi di fondo – ripresa da Giorgio Bocca – che le responsabilità del terrorismo siano da addossare, in parte, alle “due Chiese”, quella cattolica e quella comunista, le quali educando i propri adepti al massimalismo li avrebbero esposti al rischio della violenza, ma allo stesso tempo spiega come i grandi movimenti cattolici siano stati un argine a quella deriva. Una ricostruzione rigorosa, ricca di documenti e testimonianze inedite, con la prefazione dello storico Agostino Giovagnoli.

Nel 1978 Giorgio Bocca parlava delle radici catto–comuniste del terrorismo addossandone la colpa alle “due Chiese”, come le chiamava lui – quella cattolica e quella comunista –, che educando al massimalismo avrebbero creato le premesse per la lotta armata. L’autore ha raccolto questa provocazione e ha svolto una lunga e accurata indagine per raccontare la complessità di quegli anni, che videro nascere in parallelo associazioni e movimenti cattolici e organizzazioni eversive, attraverso scenari inediti ai quali la cronaca e la storiografi a non hanno prestato, a oggi, la dovuta attenzione.

Il libro è diviso in capitoli che vivono ognuno di vita propria: la vicenda di piazza Fontana – che accelera la deriva violenta di una generazione – e la morte del commissario Calabresi, l’azione di Prima Linea, la storia completa delle Brigate Rosse (con il racconto di Franco Bonisoli e Alberto Franceschini) e le dinamiche proprie del terrorismo di destra. Contiene il racconto delle antiche radici comuni fra movimenti cattolici e futuri brigatisti a Milano, al quartiere romano di Centocelle, a Reggio Emilia, e la scoperta della fede per molti di loro, una volta usciti dal carcere, o all’impegno nel volontariato. Guardando al caso Moro, in parallelo ai sequestri Dozier e Cirillo, restano aperti tutti gli interrogativi sulle circostanze che ne impedirono la liberazione.

Il filo conduttore viene fornito proprio dall’insegnamento di Aldo Moro e ci dice che la sconfitta della lotta armata – e l’antidoto perché non riaccada – è nella corretta attuazione dei valori della Costituzione più che nelle leggi speciali, nel perdono delle vittime più che nel desiderio di vendetta, nella carità “spiazzante” più che nella repressione, nella ricerca della verità che porti a una memoria condivisa più che in nuove contrapposizioni ideologiche. «Faccio riferimento ad Annarumma nella parte iniziale del libro quando ricostruisco l’omicidio Calabresi: Milano aveva chiuso nel peggiore dei modi gli anni Sessanta aprendo la strada alla lunga scia di sangue del decennio successivo» con la strage di Piazza Fontana, ricorda l’autore del saggio Un’azalea in via Fani, così intitolato per la «piantina che Franco Bonisoli volle lasciare in segreto il primo maggio 2013 a 35 anni dall’attentato, proprio lì, dove lui uccise gli agenti della scorta di Moro», racconta Angelo Picariello, giornalista dell’Avvenire riproponendo una rilettura degli anni di piombo da un punto di vista cattolico.

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