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Ecco le prime anomalie dell’Ente

La MetroCity salva le partecipate

di Antonino Spadaro 01/03/2017

Gli studiosi convengono sul fatto che la metropoli sia una città con altissimo numero di abitanti, tendenzialmente concentrati territorialmente. Non mancano persino aree metropolitane “interstatuali”; comeVienna–Bratislava (Austria– Repubblica slovacca) e Copenaghen– Malmö (Danimarca–Svezia).
Il carattere diffuso e mondiale del fenomeno dell’urbanizzazione è fin troppo evidente e ben studiato: com’è noto, nel globo, su circa 7,5 miliardi di persone, più di 3 miliardi vivono in centri urbani. Se, fino a un secolo fa, solo 16 città nel mondo superavano il milione di abitanti, oggi le metropoli con più di un milione di abitanti sono più di 400. In particolare, nei 28 Paesi dell’Unione Europea l’80% circa della popolazione ormai risiede in agglomerati o aree urbane.
Le città metropolitane italiane – genericamente previste dalla riforma costituzionale del 2001 – sono ora disciplinate dalla legge Delrio del 2014.
Sono molto diverse fra di loro: una (Roma) gode dello statuto particolarissimo di città capitale; cinque (Palermo, Catania, Messina, Cagliari e Trieste) di regimi peculiari, essendo istituite da regioni a Statuto speciale; e, infine, nove (Milano, Napoli, Torino, Firenze, Bari, Bologna, Genova, Venezia, Reggio Calabria) di un comune regime, nonostante l’abisso di differenze esistenti fra le stesse.
In realtà 15 città metropolitane sono forse troppe per l’Italia: probabilmente sarebbero bastate Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova, Palermo, Bari. Le differenze fra loro sono enormi: si oscilla dai 4 milioni di abitanti di Roma e Milano ai soli 550.000 di Reggio Calabria, passando da Napoli (3 milioni), Torino (più di 2 milioni), Firenze e Bari (più di 1 milione), Bologna, Genova e Venezia (meno di un milione). Così pure, quanto a frammentazione municipalistica, si passa dai 315 Comuni di Torino ai 42 di Bari. Quanto a superficie territoriale, si va dai quasi 7000 km di Torino ai soli 1.171 Km di Napoli, con tassi di densità della popolazione profondamente diversi, visti i dati demografici.
Ma è l’intero sistema degli enti locali che andrebbe ridisegnato: non si capisce perché la Valle d’Aosta, con una superficie ristretta di 3263 km e appena 128.062 abitanti, è una Regione e può fare leggi e la città metropolitana, per di più capitale, di Roma, con 4 milioni di abitanti concentrati su 5.380,95 km, non può far leggi. Anche sorvolando sulla Valle d’Aosta (la presenza di minoranze linguistiche che ne spiegano la “specialità”), perché ben 3 altre Regioni con meno di 1 milione di abitanti – Molise (312.726), Basilicata (574.752) e Umbria (893. 957) – possono darsi “leggi” e le Città metropolitane di Milano (quasi 4 milioni) e Napoli (più di 3 milioni) no?
Il caso della città metropolitana di Reggio è poi del tutto peculiare: essendo troppo piccola, si è fatta coincidere con l’intera provincia (97 Comuni dispersi su un ampio territorio), ma – visti la contiguità geografica e gli strettissimi legami di integrazione economica, culturale e commerciale – avrebbe forse avuto più senso creare una Città metropolitana dello Stretto, comprensiva di Reggio Calabria, Messina e comuni limitrofi. Purtroppo, non è stato possibile perché tale nuovo ente sarebbe stato non solo interprovinciale, ma addirittura interregionale, e avrebbe dovuto essere creato con legge costituzionale, vista la natura giuridica dello Statuto della Sicilia, Regione a regime speciale.
V’è, poi, la stranezza che in tutte le città metropolitane – ad eccezione di Roma e Genova (dove la prevalenza demografica del capoluogo è indiscutibile: rispettivamente 65,5 % e 68,5 %) – il capoluogo comunque ha un numero di abitanti assai inferiore rispetto a quello residente nel resto della Provincia: si va dal 23,8 % di Firenze al 38,8 di Torino.
Non si vede dunque perché la legge preveda che l’elezione del Sindaco e del Consiglio metropolitani – che dovrebbero rappresentare tutti, e non solo una parte, degli abitanti della città metropolitana – sia affidata appunto non a tutti gli abitanti stessi, e nemmeno alla maggioranza di questi (cioè gli esterni al Capoluogo), ma addirittura automaticamente ai soli cittadini maggiorenni residenti nel Comune capoluogo, ossia alla minoranza dei cittadini residenti nella città metropolitana.
Ancor più strano, è il fatto (incostituzionale, ma la Corte costituzionale ha glissato sul punto) che la legge renda facile l’elezione diretta nei grandi Comuni (Roma, Milano e Napoli, che infatti la prevedono) e difficilissima nelle altre città metropolitane, proprio quelle in cui invece sarebbe stata assolutamente necessaria.
Ad ogni modo, Reggio è ormai città metropolitana e va aiutata a far bene il lavoro di integrazione e razionalizzazione dei servizi e delle attività sull’intero territorio della ex provincia. Tuttavia, non si capisce perché la Conferenza metropolitana (composta dai 97 sindaci) ha approvato lo Statuto del nuovo ente con alcune criticità. Anzitutto mantenendo un inutile richiamo alla possibile segretezza dei lavori, poi rinunciando all’introduzione dell’obbligatorietà (e talora vincolatività) dei pareri; altresì non prevedendo l’introduzione del bilancio sociale partecipato. Ed ancora: escludendo di fatto la previsione di un effettivo, e corretto, inizio di procedura per l’elezione diretta del Sindaco e del Consiglio metropolitano e – infine – conservando le società partecipate, che presentano rischi di clientelismo e corruzione.
A questo quadro, non esattamente idillico, si aggiunge infine una certa freddezza della Regione e delle “altre” Province calabresi, che probabilmente – sentendosi “realtà minori” – tenderanno ad ostacolare, invece di facilitare, lo sviluppo della Città metropolitana di Reggio. Assisteremo, ancora una volta, alla fratricida prevalenza delle “Calabrie” sulla “Calabria”?

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