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A Gioiosa Jonica famiglie di profughi si integrano grazie ai «corridoi»

Da fortino dei clan a terra d’accoglienza

Da tre anni uno Sprar per 75 persone, adesso una famiglia siriana, altre due entro l’estate

di Redazione Web 07/03/2017

di Antonio Maria Mira - Da paese a rischio ’ndrangheta a paese di integrazione per i rifugiati. Da tre anni uno Sprar per 75 persone, da pochi giorni anche una famiglia siriana giunta grazie al progetto dei 'corridoi umanitari'. E entro l’estate ne potrebbero arrivare altre due. È la bella storia di Gioiosa Jonica, paese della provincia di Reggio Calabria, storia di un Sud che integra. Comunità solidale e amministrazione comunale responsabile che ha fatto della legalità la propria scelta concreta. E non è un caso che abbia subito intimidazioni. «È una scelta programmatica, fatta già in campagna elettorale: accoglienza come dimensione di corresponsabilità – ci spiega il sindaco Salvatore Fuda – . Un percorso che arricchisce profondamente la nostra comunità in termini di consapevolezza dell’altro». Una scelta netta. «Chi dice no alla ’ndrangheta non può che dire sì all’accoglienza. E 'qualcuno' sicuramente non lo vede di buon occhio. È una scelta trasparente e di coraggio, perchè le scelte autonome e libere segnano sempre un punto di forza della comunità rispetto alle organizzazioni mafiose». Ne è profondamente convinto Maurizio Zavaglia, presidente del Consiglio comunale, che viene dal mondo della cooperazione, e che ha collaborato alla Pastorale sociale e del lavoro della Diocesi di Locri-Gerace. È lui a coordinare l’accoglienza della famiglia siriana, una coppia con tre figli, che vive in un alloggio secondo il modello dell’ospitalità diffusa.
Ma il progetto è molto più ampio. È nata così la cooperativa Nelson Mandela, «per dimostrare – ci spiega Zavaglia – che bisogna superare i luoghi comuni della guerra tra poveri, guardando il migrante come un fratello con cui fare una parte del cammino insieme». Perché, ricorda, «qui da noi la disoccupazione giovanile è devastante, i nostri ragazzi vanno via. Così proviamo a mettere in piedi una sfida: coniugare le opportunità di lavoro per i giovani del territorio, anche disabili, attraverso lo strumento della cooperazione, con l’inclusione delle famiglie siriane».
Il settore è quello dell’agricoltura tipica, di qualità, e del turismo sociale e etico. Recuperando terre abbandonate, anche per frenare il dissesto idrogeologico. Un progetto che «vogliamo condividere. C’è già una rete, un tessuto soIidaristico, un terreno fertile». L’iniziativa si inserisce in un contesto già consolidato di accoglienza. È lo Sprar per 75 rifugiati che vivono in 15 appartamenti sparsi su tutto il territorio comunale. «La logica dei grandi centri non ci è mai piaciuta – ci spiega Giusepppe Ritorto, assessore con delega per le politiche per i migranti –. Le cronache dimostrano come in quelle situazioni, oltre a problemi di dignità umana, spesso si annidano cose poco chiare». Inoltre, aggiunge, «si tratta di appartamenti presi in affitto da privati e questo dà la possibilità di muovere un po’ l’economia in una terra che ne ha molto bisogno».
Una scelta che funziona, al punto che il comune a ottobre ha presentato domanda, poi accettata, per il proseguimento per il triennio 2017-2019. Domanda accettata. «Il primo anno è stato un po’ difficile ma lo avevamo messo in conto. Ora il lavoro sta dando buoni frutti – riflette Ritorto, anche lui proveniente dall’associazionismo –. L’ente gestore, l’associazione Recosol (Rete dei comuni solidali) ha lavorato bene. Anche con progetti nelle scuole e borse lavoro di tre mesi, sia in aziende private che per lo stesso comune, per spazzamento stradale e cura del verde». E questo aiuta molto l’integrazione. «Averli messi anche al servizio della comunità grazie alle borse lavoro, invece di lasciarli a non fare niente, ha fatto cambiare l’idea a tanti. C’è sempre qualcuno che dice che diamo i soldi ai neri invece che agli italiani, ma davvero l’atteggiamento della comunità è cambiato».

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