| Per un Paese solidale. Chiesa Italiana e Mezzogiorno. |
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| Settimana Sociale | ||||
| Domenica 17 Ottobre 2010 16:56 | ||||
Per un Paese solidale. Chiesa Italiana e Mezzogiorno.Un documento per il bene comune del PaesePremessa Lo sfondo di questa relazione è il tema complessivo di questa 46a Settimana sociale: «Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro del Paese». Il riferimento all’Italia acquista, poi, un particolare significato nella ricorrenza dei centocinquant’anni dell’unità nazionale. Il problema: le parti contro il tutto È lecito chiedersi se il titolo del mio intervento – centrato sul tema del Mezzogiorno - non risulti, in questa prospettiva, abbastanza problematico. Oggi l’unità, proprio in quanto ebbe nell’annessione delle regioni meridionali il suo provvisorio compimento, da alcuni è letta polemicamente in termini di colonizzazione e di saccheggio da parte del Nord nei confronti del Sud (cfr. P. Aprile, Terroni, Piemme, Milano 2010), mentre da parte di altri – pensiamo alle resistenze della Lega riguardo ai festeggiamenti dell’anniversario – è guardata con estrema freddezza per opposti motivi, legati alla convinzione di fondo che lo Stato unitario (“Roma ladrona”), e in particolare il Mezzogiorno, abbiano esercitato nei confronti del Nord una sistematica opera di sfruttamento. Insomma, scatenando opposte denunzie di ruberie e di prevaricazioni, quello del Sud sembra un tema destinato a mettere in discussione, più che a confermare il senso dell’unità d’Italia e a evidenziare le preoccupazioni, più che la speranza, nei confronti del suo futuro. La risposta: cattolicità e bene comune In questo contesto, acquista un singolare significato il soggetto del convegno - i “cattolici” - , che implica una logica tesa a superare i punti di vista parziali e unilaterali oggi dilaganti, e ad abbracciare in un’ottica più ampia, “cattolica”, appunto, cioè universale, gli aspetti anche più contrastanti della realtà nazionale. E a questa “cattolicità” corrisponde la prospettiva – di per sé pienamente laica - del bene comune, che non è riducibile a interessi parziali, neppure alla loro somma o al loro equilibrio (come molti credono e come di fatto viene interpretato spesso dalla politica) - «il bene comune, infatti, è molto più della somma del bene delle singole parti» (Per un Paese solidale, n.1)* - , ma costituisce un punto di vista diverso e più alto, in cui si va oltre il gioco delle parti e si punta sulla realizzazione di quel “tutto” che è «la buona vita», cioè la realizzazione integrale, della persona umana, per quanto essa dipende dalla collettività. Una realizzazione che non coincide con la soddisfazione degli interessi egoistici, anche legittimi, dell’individuo, anzi ne può richiedere il sacrificio, ma che alla fine è la sua felicità, come è possibile raggiungerla su questa terra attraverso la vita associata. Nella logica del bene comune, non solo gli individui, ma tutte le forze e le pretese parziali – come quella di un Nord e un Sud chiusi in se stessi e contrapposti - vengono ricondotte a un orizzonte più ampio, che però non rinnega la loro unilateralità se non per compiere il loro più vero dinamismo e dare risposta alle loro esigenze profonde. È nella prospettiva “cattolica” del bene comune che il documento dei vescovi può parlare del Mezzogiorno senza rinunziare a riproporre – anzi per riproporre, attraverso questo tema – il valore dell’unità nazionale. Lo fa senza appellarsi a dogmi o certezze precostituite, ma con una pacata riflessione che vuole essere «un contributo alla comune fatica del pensare» (n.2), nello spirito di un «amore intelligente e solidale» (n.2). *** Il documento si può leggere in due ottiche, che corrispondono in fondo anche a due “parti”: la prima è quella per cui si colloca la questione meridionale nel suo contesto nazionale; la seconda è invece rappresentata da un esame più specifico dei problemi del Mezzogiorno e delle loro possibili soluzioni. In entrambi i casi, i vescovi non si muovono, evidentemente, sul piano “tecnico” proprio dei sociologi, degli economisti e dei politici, ma su quello culturale ed etico che compete al loro magistero. Noi cominceremo dalla prima tematica per passare poi alla seconda, avvertendo che la distinzione in questo come in molti altri casi non va confusa con una separazione. Prima parte Ritorno alla “questione meridionale” Della “questione meridionale” non si parla più da molti anni. Le ragioni sono tante. Ci sono state le delusioni delle politiche meridionaliste, vanificate dal clientelismo della classe amministrativa meridionale e dalle infiltrazioni della criminalità mafiosa. Parlando degli investimenti pubblici per il Sud, il documento osserva che «resta da verificare se e come queste risorse siano state effettivamente utilizzate» (n.5). Tra le cause di questo fallimento forse si potrebbe aggiungere a questa analisi la tattica per cui gli imprenditori settentrionali hanno spesso incassato i finanziamenti destinati a favorire l’industrializzazione del Meridione, avviato le industrie, per trasferire dopo tre mesi le attività produttive al Nord. E c’è stato l’insorgere della “questione settentrionale”, rumorosamente rappresentato dalla Lega. Da molto tempo, ormai, all’ordine del giorno non sono le esigenze di sviluppo del Mezzogiorno, ma quelle del Nord, mortificate – questa è stata la tesi proposta con martellante insistenza – da un eccesso di investimenti al Sud. Il risultato è che secondo molti si può dimostrare, dati alla mano, che la sperequazione è tutta a favore del Nord. Al di là dell’aspetto strettamente economico, peraltro, è indiscutibile che l’attenzione dell’opinione pubblica e dei governi è stata sempre più polarizzata sulle pretese avanzate dall’area settentrionale del Paese. Da questo punto di vista, già la scelta di pubblicare questo documento assume il significato di una coraggiosa presa di posizione controcorrente, da parte dei vescovi italiani, rispetto al political correct di questi anni. Un documento scomodo Quanto questa scelta sia impopolare lo dimostra il fatto che già sul grande convegno di Napoli, che aveva raccolto l’intero episcopato meridionale (più di settanta vescovi) e su un tema che una volta tanto non avrebbe dovuto vedere contrapposti “laici” e cattolici, sia stata esercitata dagli organi di stampa e da quelli radiotelevisivi – con la sola eccezione di «Avvenire», di Sat 2000 e di In Blu – una specie di censura. Di fatto esso è stato assai meno pubblicizzato non solo dei meeting di Rimini, ma anche di tanti episodi di cronaca nera. Forse sorprende e “spiazza” il fatto che la Chiesa si occupi, oltre che dei problemi più strettamente connessi alla sfera etica, come sono quelli della biomedicina (aborto, fecondazione assistita, eutanasia) e della famiglia (il problema dei Dico) - in cui sarebbero ravvisabili in modo esclusivo i “valori non negoziabili” - , anche di quelli relativi agli assetti sociali e politici. Un disagio condiviso sia da chi trova comodo catalogare pretestuosamente le prese di posizione pubbliche della Chiesa come una anacronistica forma di moralismo, ignorandone la ben più ampia prospettiva sociale, per certi versi “rivoluzionaria”, sia da chi si vorrebbe far passare per fedele sostenitore della visione cristiana schierandosi a suo favore sulle questioni di inizio e fine vita, salvo poi a contraddirla nettamente quando sono in gioco le altre, riguardanti l’arco di tempo che sta tra questi due momenti estremi. Un primo merito del documento dei vescovi Per un Paese solidale è, appunto, di avere sottolineato che alla Chiesa sta a cuore non soltanto la vita nel momento del suo concepimento o in quello terminale, ma anche ciò che sta tra questi due momenti estremi. Così è del destino delle genti del Meridione. «Nessuno, proprio nessuno, nel Sud deve vivere senza speranza» (n.2). Anche la solidarietà è un valore non negoziabile, come lo è la sorte di tutti i deboli e gli esclusi. È a questo titolo che la Chiesa si occupa della questione meridionale, nel pieno esercizio del proprio magistero. L’aggravarsi della questione meridionale Ma ancora più significativo è il contenuto del documento della CEI. La questione meridionale, osservano i vescovi, non è stata risolta. Senza «perdere di vista ciò che di buono è stato fatto in questi anni» (n.13), non si può sfuggire alla «constatazione del perdurare del problema meridionale» (n.1). Anzi, esso, per certi versi, rischia di aggravarsi. Con spietato realismo il documento osserva che siamo in un momento «di radicali e incalzanti mutamenti» e che «molti di essi non saranno positivi per il Mezzogiorno, se esso non reagirà adeguatamente e non li trasformerà in opportunità» (n.2). La disoccupazione giovanile e la fuga dei cervelli I vescovi citano, in particolare, due sintomi della gravità della situazione del Sud. Il primo è la disoccupazione giovanile, che condanna i giovani «a una perenne precarietà» (n.10). Il secondo la fuga dei cervelli: mentre prima erano i braccianti a emigrare, «oggi sono anzitutto figure professionali di livello medio-alto a costituire la principale categoria dei nuovi emigranti. Questo cambia i connotati della società meridionale, privandola delle sue risorse più importanti e provocando un generale depauperamento di professionalità e competenze» (n.10). Lo diceva già, spietatamente, il Rapporto SVIMEZ 2009 sullo stato dell’economia meridionale. In dieci anni, tra il 1997 e il 2008, circa settecentomila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno. Non si tratta di manovalanza generica, come era accaduto nel passato, ma dei giovani della potenziale classe dirigente meridionale, che fuggono dalle loro regioni di provenienza – l’87% viene da Campania, Puglia e Sicilia – dopo averne utilizzato le risorse per qualificarsi. E il fenomeno è in continuo aumento: «Nel 2004 partiva il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti; tre anni più tardi la percentuale è balzata a quasi il 38%», rileva il Rapporto SVIMEZ. Non solo. La fuga si verifica sempre più in anticipo. Rispetto ai primi anni 2000 sono «cresciuti i giovani meridionali trasferiti al Centro-Nord dopo il diploma che si sono laureati lì e lì lavorano». C’è poi il fenomeno dei pendolari “di lungo raggio”, che vivono al Sud e lavorano al Centro-Nord o all'estero, rientrando a casa nel week end o un paio di volte al mese. Nel 2008, dice il Rapporto, sono stati centosettantatremila gli occupati residenti nel Mezzogiorno ma con un posto di lavoro altrove, ventitremila in più del 2007 (+15,3%). Anche in questo caso si tratta di giovani con un livello di studio medio-alto: l'80% ha meno di 45 anni, quasi il 50% svolge professioni di livello elevato e il 24% è laureato. Non sembra esagerata, davanti a queste cifre, la diagnosi complessiva contenuta nel Rapporto, dove l’Italia viene definita un «Paese spaccato in due sul fronte migratorio: a un Centro-Nord che attira e smista flussi al suo interno, corrisponde un Sud che espelle giovani e manodopera». Per quelli che rimangono, il destino è segnato: nel 2008 - sempre secondo il Rapporto - solo il 17% dei giovani meridionali tra i 15 e i 24 anni lavora, contro il 30% del Centro-Nord». Lo smantellamento del sistema creditizio del Sud Si potrebbero citare altri dati, di cui il documento non parla, ma che sono altrettanto allarmanti. Per esempio, lo smantellamento del sistema creditizio del Sud, con la “colonizzazione” da parte dei banche del Nord degli sportelli della Cassa di Risparmio Siciliana, del Banco di Sicilia, del Banco di Napoli. Il rapporto SVIMEZ del 2009 segnalava che questo fenomeno ha creato una «forte dipendenza del sistema bancario meridionale dal Centro-Nord» e ha reso sempre più difficile alle imprese del Sud l’accesso al credito. Senza voler negare le possibili responsabilità delle dirigenze di questi istituti di credito nella propria crisi, tuttavia la formula corrente secondo cui “i soldi delle banche del Nord devono essere investiti al Nord”, deve essere confrontata col dato di fatto che oggi “i soldi delle banche del Nord” in buona parte vengono dal Sud. Il problema non riguarda solo il Sud, ma tutto il Paese Qualcuno potrà trovare strano che non solo i vescovi delle regioni meridionali, ma l’intera Conferenza Episcopale Italiana, proponga un messaggio che a prima vista sembrerebbe riguardare solo una parte del Paese. In realtà, già nel documento della CEI del 1989, Chiesa italiana e Mezzogiorno: sviluppo nella solidarietà, si era voluto riflettere «sulla “questione meridionale” come problema di tutto il Paese» (n.1) e si era notato che «la questione meridionale implica sostanzialmente l’esistenza di una crisi che è di tutto il Paese e non solo del Mezzogiorno» (n.8). In continuità con questa impostazione, in questo loro nuovo documento Per un Paese solidale i vescovi osservano che oggi «affrontare la questione meridionale diventa un modo per dire una parola incisiva sull’Italia di oggi» (n.1). Non si tratta di invitare la comunità ecclesiale nazionale a occuparsi di una “parte” malata, ma di interrogarsi sullo stato di salute dell’intero corpo della nazione a partire da questa parte. Non è solo che bisogna curare lo sviluppo del Sud perché è indispensabile a quello dell’intera nazione: bisogna curare uno sviluppo più armonico dell’intera nazione, che comporta necessariamente lo sviluppo del Sud. Perciò il messaggio è rivolto a tutti gli italiani. Si tratta in primo luogo di un messaggio critico. I vescovi denunziano senza mezzi termini una deriva culturale che «ha fatto crescere l’egoismo, individuale e corporativo, un po’ in tutta l’Italia, con il rischio di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse, trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo» (n.5). La questione meridionale, col silenzio che è calato su di essa, è un indizio inquietante dell’eclisse del senso del bene comune che si è registrata in questi ultimi anni in Italia. «Il Paese non crescerà se non insieme» (n.1). Il problema del Sud si risolverà solo con un impegno di tutto il Paese, non per beneficenza, ma nella consapevolezza che non c’è sviluppo per nessuno se non c’è per tutti. Da questo punto di vista la posizione del documento è meridionalista in modo assai diverso da quella di chi aspira a un “partito del Sud” contrapposto a quello del Nord – una posizione che in definitiva perpetua il dualismo - , ma punta sull’unità nazionale nella logica della solidarietà tipica della Dottrina sociale cristiana. La Chiesa, che il cui rapporto con l’unificazione italiana era stato a dir poco problematico (ma è vero ancheil reciproco), ora ne è la principale paladina e chiede che i cattolici si sentano «tra i soci fondatori di questo paese» (card. Bagnasco, Prolusione alla 61 Assemblea della CEI). Va letto in questa prospettiva il riconoscimento del contributo di cui il Nord è debitore nei confronti del Sud - anche se non nei termini violentemente accusatori del fortunato libro di P. Aprile sopra citato - e del contributo che anche in futuro potrà venire al Paese da parte di quest’ultimo. Nel documento si parla delle «molteplici potenzialità delle regioni meridionali, che hanno contribuito allo sviluppo del Nord e che, soprattutto grazie ai giovani, rappresentano uno dei bacini più promettenti per la crescita dell’intero Paese» (n.1). Solidarietà, non assistenzialismo La Dottrina sociale della Chiesa, però, unisce strettamente la solidarietà alla sussidiarietà. Non si tratta di scaricare i meridionali di una responsabilità a cui solo loro possono far fronte, ma per aiutarli in questo impegno da cui dipendono le sorti di tutta la nostra nazione. Questo deve costituire l’orizzonte costante dell’impegno nazionale per il Mezzogiorno. Già nel documento del 1989 ciò si diceva chiaramente: «Sono necessari, e doverosi, l’aiuto e la solidarietà dell’intera Nazione, ma in primo luogo sono i meridionali i responsabili di ciò che il Sud sarà nel futuro» (n.15). Citando Giovanni Paolo II, il documento del 2010 dice la stessa cosa, invertendo significativamente l’ordine dei fattori: «Spetta “alle genti del Sud essere le protagoniste del proprio riscatto, ma questo non dispensa dal dovere della solidarietà l’intera nazione”» (n.2). si nota il passaggio da un clima culturale che chiedeva di sottolineare l’impegno dei Meridionali, senza dimenticare la necessità di una solidarietà nazionale, a uno in cui l’ordine delle esigenze si è invertito. Il risultato è comunque lo stesso: basta col vittimismo e con l’assistenzialismo. L’aiuto che il Paese può e deve dare il Sud è di stimolarlo a trovare in se stesso le energie e le risorse per uscire dal degrado. «Proprio per non perpetuare un approccio assistenzialistico alle difficoltà del Meridione, occorre promuovere la necessaria solidarietà nazionale» (n.8). Le opportunità oggettive non mancano. Il documento accenna a quella offerta dalla «nuova centralità Mediterraneo», che spinge a «considerare quella del Mediterraneo una vera e propria opzione strategica per il Mezzogiorno e per tutto il Paese» (n.7). Quale federalismo? Da qui il calibrato giudizio relativo al federalismo, di cui il documento non nega l’opportunità, ma stabilisce anche le imprescindibili condizioni di fondo. Alla base di questa linea c’è una tradizione che, proprio in nome dell’antistatalismo e della logica della sussidiarietà, ha sempre caratterizzato la posizione dei cattolici, fin dal Risorgimento e poi nella Costituente, dove sono stati loro a volere introdurre nella Costituzione repubblicana il regionalismo. Il documento cita, a questo proposito, «la sempre valida visione regionalistica di don Luigi Sturzo e di Aldo Moro» (n.8). Ma, se la solidarietà richiede sempre la sussidiarietà, è vero anche il reciproco: «La prospettiva di riarticolare l’assetto del Paese in senso federale costituirebbe una sconfitta per tutti, se il federalismo accentuasse la distanza tra le diverse parti d’Italia» (n.8). Ciò che serve, sottolineano i vescovi, è un «federalismo solidale», che «rafforzerebbe l’unità del Paese, rinnovando il modo di concorrervi da parte delle diverse realtà regionali» (n.8). Esso, in particolare, stimolerebbe le classi dirigenti del Sud, primi fra tutti gli amministratori e i politici, ad assumersi le proprie responsabilità. «Un sano federalismo rappresenterebbe una sfida per il Mezzogiorno e potrebbe risolversi a suo vantaggio», costringendo in qualche modo gli amministratori meridionali a «rendersi direttamente responsabili della qualità dei servizi erogati ai cittadini» (n.8). Ma «l’impegno dello Stato deve rimanere intatto (…) per evitare che si creino di fatto diritti di cittadinanza differenziati a seconda dell’appartenenza regionale» (n.8). alla base sta la rivendicazione della comune cittadinanza italiana. A questo proposito il documento ricorda «l’imminente ricorrenza del centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale» (n.8). Il monito è pertinente: storicamente, dove lo si è attuato, il federalismo è stato un modo per garantire e articolare l’unità. Negli Stati Uniti l’FBI è la polizia dello Stato unitario. Il federalismo invocato oggi in Italia si pone apertamente – stando alle dichiarazioni pubbliche di alcuni suoi autorevoli sostenitori - come un’alternativa, attenuata, alla secessione, e come un modo per indebolire questa unità. Seconda parte Il Meridione può essere riscattato solo dai meridionali Guardando il problema del Sud nell’ottica delle politiche nazionali da attuare, i vescovi hanno sottolineato che il richiamo alla solidarietà non implica alcuna forma di assistenzialismo e, appellandosi alla sussidiarietà, hanno delineato un quadro in cui il bene comune esige il concorso di ciascuno, anzi è veramente tale solo se non viene calato dall’alto ma è il frutto della partecipazione di tutti. È un discorso che viene rivolto, prima ancora che ai meridionali, al Paese, e in primo luogo alle genti del Nord, per chiedere loro di aprirsi a un’ottica più ampia di quella dell’egoismo regionalistico e per chiarire, al tempo stesso, la differenza tra questo e una supina accettazione di logiche di sfruttamento da parte dei meridionali. C’è però un aspetto del documento, per cui esso si rivolge direttamente a questi ultimi e intende sollecitarli a elaborare una diagnosi e una terapia delle patologie che li affliggono. Un aspetto che comporta un invito pressante ai cittadini e in particolare alle Chiese meridionali, perché si impegnino a fondo su questa strada. «Facciamo appello alle non poche risorse presenti nelle popolazioni e nelle comunità ecclesiali del Sud, a una volontà autonoma di riscatto, alla necessità di contare sulle proprie forze come condizione insostituibile per valorizzare tutte le espressioni di solidarietà che devono provenire dall’Italia intera nell’articolazione di una sussidiarietà organica» (n.1). Gli ostacoli La fragilità sul piano progettuale e attuativo Quando si parla degli ostacoli al decollo dello sviluppo, nel Meridione, si pensa subito alla criminalità organizzata. Ed è vero che essa esercita un ruolo purtroppo decisivo. Non è solo la mafia, però, il problema. «Purtroppo i dati statistici mostrano che il Mezzogiorno non coglie gran parte delle nuove opportunità per una scarsa capacità progettuale, una ancor più bassa capacità di mandare ad effetto i progetti e mantenere in vita le nuove realizzazioni e, comunque,una radicale fragilità del suo tessuto sociale, culturale ed economico e, non per ultimo, la frequente mancanza di sicurezza» (n.7). Il problema della criminalità organizzata L’ultimo riferimento chiama in causa la criminalità organizzata. «Non è possibile mobilitare il Mezzogiorno senza che esso si liberi da quelle catene che non gli permettono di sprigionare le proprie energie» (n.9). E il documento cita «la criminalità organizzata, rappresentata soprattutto dalle mafie che avvelenano la vita sociale, pervertono la mente e il cuore di tanti giovani, soffocano l’economia, deformano il volto autentico del Sud» (n.9). Vi è in questo fenomeno un aspetto teologico che i credenti sono i soli a poter capire: «Le mafie sono strutture di peccato» (n.9). Prendendo le distanze dall’illusione di molti, che hanno creduto di vedere nei successi delle forze dell’ordine, in questi ultimi anni, il punto d’arrivo definitivo della lunga guerra con le mafie, il documento prende atto di una amara realtà: «Non va ignorato, purtroppo, che è ancora presente una cultura che consente loro di rigenerarsi anche dopo le sconfitte inflitte dallo Stato attraverso le forze dell’ordine e della magistratura» (n.9). Al fondo del fenomeno della criminalità organizzata sta un clima culturale che ne rende possibile la fioritura. Un clima che va ben oltre i confini delle singole organizzazioni criminali. Risale al 2005, ma è ancora attuale, la dura denunzia di Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia. La latitanza di Bernardo Provenzano – era allora lui il boss più ricercato, prima della cattura - «la coprono rappresentanti delle istituzioni, la coprono politici, imprenditori, forze di polizia. Non è soltanto una copertura da parte di un'organizzazione criminale, ma è una copertura che viene da intere fasce sociali». Qualcuno mostrò, allora, di scandalizzarsi delle sue affermazioni. Ma in Sicilia la politica e l’amministrazione sono sempre state contigue alla mafia. Non che tutti i politici e gli amministratori siciliani siano mafiosi. Ma la grande risorsa della mafia sono sempre stati coloro che mafiosi, in senso stretto, non si potrebbero definire, e che tuttavia forniscono all’“onorata società” il suo brodo di coltura ideale. Persone che non aderirebbero mai a Cosa Nostra, ma che non esitano a chiedere favori ad “amici” che vi sono coinvolti e all’occorrenza si sentono tenuti a ricambiarli. In Sicilia è potuto accadere che un uomo politico indiziato ufficialmente di associazione mafiosa fosse trionfalmente eletto governatore. E non è un’eccezione. Nessuno, per un’accusa simile, si sente costretto dalla riprovazione sociale a fare un passo indietro. Sono i magistrati, se mai, sono gli esponenti delle forze dell’ordine, ad essere guardati, in molti ambienti, con sospetto e ad essere isolati. Manca, questa è la verità, un’etica pubblica condivisa, che spinga i politici a rifiutare la logica delle clientele e dei favori, i burocrati a svolgere in tempi ragionevoli le loro pratiche, senza attendere la telefonata di un “amico”, gli elettori a votare tenendo presenti le esigenze del bene comune piuttosto che la promessa di un posto per se stessi o per un parente. E manca il senso della legalità, non solo e non tanto nell’applicare le leggi, quanto nel farle. Perché, come diceva un bel documento della Cei, Educare alla legalità, «la crescita di una più viva coscienza della legalità esige che la formulazione delle leggi obbedisca innanzi tutto alla tutela e alla promozione del bene comune, come è richiesto dalla natura stessa della legge. Ciò equivale a ricondurre l’azione politica alla sua funzione originaria, che consiste nel servire il bene di tutti i cittadini, con particolare attenzione ai più deboli» (Educare alla legalità, n. 7). Come stupirsi che, in un contesto in cui “il bene di tutti i cittadini” è quotidianamente violato - dagli stessi rappresentanti delle istituzioni! - la mafia sopravviva? Come impedire che essa si nutra di legami impercettibili, che le danno tacita solidarietà e concreti aiuti a tutti i livelli? Le denunzie della Chiesa sulla mafia, la ’ndrangheta, la camorra, sono da diversi anni molto nette. Il documento cita quella, famosa, pronunciata da Giovanni Paolo II in Sicilia, nella Valle dei templi, il 9 maggio 1993. Ci piace ricordare che anche Benedetto XVI, recentissimamente, nel suo primo viaggio nell’Isola, ha definito la mafia «una strada di morte» e ne ha solennemente dichiarato l’incompatibilità col Vangelo e la vita cristiana. Ma non bastano le denunzie. Il documento osserva saggiamente che per sconfiggere la mafia «c’è bisogno di un preciso intervento educativo» (n.9). E’ su questo terreno, come vedremo più avanti, che si gioca il ruolo decisivo della Chiesa nel Sud. Il problema del Sud è culturale Nelle società meridionali ci sono alcune evidenti carenze, che «rendono difficile farsi carico della responsabilità di essere soggetto del proprio sviluppo», a cui corrispondono altrettante “urgenze”: la «necessità di far crescere il senso civico di tutta la popolazione»; l’«urgenza di superare le inadeguatezze presenti nelle classi dirigenti» (n.1), la necessità «di una cultura politica che nutra l’attività degli amministratori di visioni adeguate e di solidi orizzonti etici per il servizio al bene comune» (n.5). Come è chiaro da queste notazioni, l’accento, nel documento della CEI, viene posto soprattutto su fattori che hanno a che fare col modo di pensare, di sentire, sui criteri di scelta delle persone. Non è però una questione che riguardi solo gli individui isolatamente presi. Neppure però si può ridurre ad anonime fatalità di tipo materiale. La zona intermedia tra questi due poli estremi, quella su cui bisogna intervenire, è quella della cultura. «Il problema dello sviluppo del Mezzogiorno non ha solo un carattere economico, ma rimanda inevitabilmente a una dimensione più profonda, che è di carattere etico, culturale e antropologico: ogni riduzione economicistica – specie se intesa unicamente come ‘politica delle opere pubbliche’ – si è rivelata e si rivelerà sbagliata e perdente, se non perfino dannosa». E si menzionano, più specificamente, alcuni punti particolarmente delicati di questo quadro: «Cultura del bene comune, della cittadinanza, del diritto, della buona amministrazione e della sana impresa nel rifiuto dell’illegalità» (n.16). In mancanza di questo rinnovamento culturale, nessuna innovazione giuridica può risultare decisiva, come insegna l’esperienza: «Il cambiamento istituzionale provocato dall’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province e delle regioni, non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica» (n.5). Il corto-circuito tra la post-modernità e un arcaico contesto culturale Per sciogliere simili nodi bisogna fare i conti con le tendenze culturali oggi dominanti in tutto il Paese, tendenze che, invece di fungere da antidoto alle antiche ferite del Meridione, ne esasperano la virulenza. «Il Sud», osservano i vescovi, «ha recepito spesso acriticamente la modernizzazione, patendo lo sradicamento disordinato dei singoli soggetti da una civiltà contadina che, invece di esser distrutta, doveva evolversi» (n.6). Per tutta l’Italia, in realtà, il brusco processo di modernizzazione del dopoguerra ha costituito un trauma, travolgendo il mondo contadino con le sue tradizioni e proiettando le masse nella civiltà dei consumi, con effetti fortemente problematici. Scoppola parla a questo proposito di «salto in un vuoto etico che non ha riscontro in altri momenti o aree geografiche della storia europea»1. Ma nel Mezzogiorno questo trauma è risultato particolarmente violento. La crisi di trasformazione, infatti, ha sorpreso il Meridione in uno stadio assai più arretrato di quello di altre aree del nostro Paese. Come ha osservato una volta padre Sorge, «da noi (...) il premoderno è giunto fino ai nostri giorni. E oggi il Sud passa al postmoderno, senza aver condiviso con il resto del Paese quei processi di modernizzazione che hanno mutato il volto dell'Italia negli ultimi decenni»2. Ciò ha reso ancora più repentino il “salto” dai costumi tradizionali a quelli imposti dalla cultura mediatica. Recentemente, parlando della crisi della famiglia, è stato notato che «quello che in Italia è avvenuto in cinquant’anni, in Calabria sta avvenendo in quindici anni». E poiché, proprio per il suo ruolo pressoché esclusivo, la famiglia, nel Meridione, «ha costituito e continua a costituire uno dei luoghi fondamentali dove si producono normative valoriali»3, si può facilmente comprendere quali effetti ciò abbia prodotto a livello etico. Anche da un punto di vista lavorativo, nel Sud lo spostamento al terziario, normale come esito di una fase di alta industrializzazione, ormai pervenuta ad una mentalità imprenditoriale-efficientista, ha visto come protagonisti ceti da poco tempo inurbati e protesi, più che ad assicurare una rete efficiente di servizi, a cercare sicurezza all'interno delle strutture pubbliche, a cui hanno potuto accedere non sulla base di effettive competenze, ma di un clientelismo a cui li predisponeva la loro mentalità arcaico-feudale. Analogamente, la crisi dello Stato - che altrove è stato il punto d’arrivo di un lungo itinerario di esperienza politica e amministrativa – nel Sud è stata vissuta da una società che ha sempre avvertito le istituzioni pubbliche come realtà estranee da cui difendersi. Già da un punto di vista sociologico si può leggere, insomma, la storia del Mezzogiorno come quella di un immenso “corto-circuito” tra arcaismo e post-modernità, che ha reso particolarmente violenti e incontrollabili, nel Sud, processi comuni ad altri ambienti d'Italia e forse d'Europa. Questo passaggio, privo della mediazione che c’è stata in altre regioni d’Italia, ha avuto effetti dirompenti. Al Sud, osserva il documento, da sempre «erano largamente presenti, accanto a valori di umanità e di religiosità autentici, forme di particolarismo familistico, di fatalismo e di violenza che rendevano problematica la crescita sociale e civile. Su questo terreno arcaico ha fatto irruzione la modernità avanzata che, paradossalmente, ha potenziato quegli antichi germi innestandovi la nuova mentalità, segnata dall’individualismo e dal nichilismo (…) In questo modo, una società che non aveva attraversato i processi della modernità si è trovata a superare tali prospettive senza averle assimilate in profondità» (n.6). La Chiesa ha dato una risposta, fondata sul martirio e sull’impegno della sua “parte migliore” Proprio a questo livello culturale la comunità cristiana sa di dover fare sempre più coerentemente la propria parte, traendo precisamente dal Vangelo – e non da un generico codice etico - l’ispirazione per un impegno sempre più pienamente umano. Il documento cita l’episodio evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci, sottolineando che «Gesù dà ai suoi discepoli l’incarico di sovvenire ai bisogni della gente che lo seguiva: “voi stessi date loro da mangiare” (Mt 14,16)» (n.3). Il documento ricorda che «le comunità cristiane del Sud hanno visto emergere luminose testimonianze, come quella di don Pino Puglisi, di don Giuseppe Diana e del giudice Rosario Livatino, i quali - ribellandosi alla prepotenza della malavita organizzata - hanno vissuto la loro lotta in termini specificamente cristiani: armando, cioè, il loro animo di eroico coraggio per non arrendersi al male, ma pure consegnandosi con tutto il cuore a Dio» (n.9). Essi non hanno combattuto solo una piaga sociale ma, in essa, hanno affrontato, da credenti, «la configurazione più drammatica del “male” e del “peccato”» (n.9). Ma c’è stato anche dell’altro. Il Sud ha visto in questi anni delle battaglie civili, condotte soprattutto dai giovani, per «sconfiggere la sfiducia» (n.11), denunziando la mafia e lavorando per vincere il degrado. «In questo impegno di promozione umana e di educazione alla speranza si è costantemente spesa la parte migliore della Chiesa del Sud, che non si è solo allineata con la società civile più coraggiosa, rigettando stigmatizzando ogni forma di illegalità mafiosa, ma soprattutto si è presentata come testimone credibile della verità e luogo sicuro dove educare alla speranza per una convivenza civile più giusta e serena» (n.11). in questo impegno «le Chiese (…) hanno coinvolto numerosi laici e tante aggregazioni laicali, sia tradizionali sia di recente creazione, come le associazioni antiusura e antiracket» (n.11). Il documento cita a titolo di esempio del coinvolgimento ecclesiale il Progetto Policoro, che «costituisce una nuova forma di solidarietà e condivisione, che cerca di contrastare la disoccupazione, l’usura, lo sfruttamento minorile e il “lavoro nero”» (n.12). Però ci sono i problemi del “piano terra” Resta, però, lo scandalo di un territorio su cui i cattolici hanno un capillare e profondo radicamento, più che al Nord, forse (si confrontino i dati dei non avvalentisi dell’ora di religione, specie nelle grandi città, le frequenze alle messe e alle processioni, etc.). Ci sono i martiri. Ci sono le denunzie. Ma spesso sono rimaste al “piano nobile”. C’è un “piano terra” – quello della pastorale ordinaria, della vita e dei problemi quotidiani delle parrocchie, dei gruppi, delle confraternite, dove ci sono «le chiusure prodotte da inerzie stanchezze, da una prassi pastorale ripetitiva» (n.15) e dove le cose non cambiano neppure dopo un bel documento o una grande convegno ecclesiale. Da questo punto di vista, «si deve riconoscere che le Chiese debbono ancora recepire sino in fondo la lezione profetica di Giovanni Paolo II e l’esempio dei testimoni morti per la giustizia. Tanti sembrano cedere alla tentazione di non parlare più del problema o di limitarsi a parlarne come di un male antico e invincibile. La testimonianza di quanti hanno sacrificato la vita nella lotta o nella resistenza alla malavita organizzata rischia così di rimanere un esempio isolato» (n.9). Il primato dell’educazione e il ruolo delle Chiese del Sud Che fare dunque per il Meridione? Che fare, soprattutto, da parte dei meridionali, per uscire da questa situazione? La risposta del documento è chiara: «I veri attori dello sviluppo non sono i mezzi economici, ma le persone. E le persone, come tali, vanno educate e formate» (n.16). Si era detto che non si tratta di invocare una assistenzialismo che sarebbe fatale, ma di suscitare, partendo dalle potenzialità già presenti, nuove mentalità e nuovi stili di comportamento da parte della stessa gente del Sud. «La prospettiva della condivisione e dell’impegno educativo diventa in questa ottica l’unica veramente credibile ed efficace» (n.1). Ma prioprio a questo livello è evidente il contributo che il Vangelo può dare allo sviluppo del Mezzogiorno. Il documento sottolinea che «il primo, insostituibile apporto che le Chiese nel Sud hanno da offrire alla società civile» è costituito dalle «risorse spirituali, morali e culturali che germogliano da un rinnovato annuncio del vangelo e dall’esperienza cristiana» (n.14). Non un apporto di tipo sociologico, dunque, o genericamente etico, ma in linea con la logica del Vangelo. La società meridionale non ha bisogno di un ente assistenziale in più, o di un supporto alla lotta contro la mafia che venga in soccorso alle istituzioni politiche, esercitando una funzione di supplenza. Non si tratta, perciò, di assumere, come fanno alcuni presbiteri e laici, modelli profani di linguaggio, mutuati dai “valori comuni” della morale corrente, quale si esprime nella cultura “laica”, o più banalmente nei mass-media. Si tratta di imparare a dire, in maniera argomentata, le “ragioni” cristiane dell’impegno per la promozione umana e per un rifiuto radicale della mafia4. Certo, c’è un modo di annunciare il Vangelo che lo tradisce, isolandolo dalla realtà umana. Il Dio di Gesù Cristo non chiede di cercarlo fuggendo dalla storia, ma entrando fino in fondo nel cuore di essa. La cultura della mafia e del degrado può essere sconfitta solo se lo si segue sulla via dell’incarnazione e della croce. In altri termini, solo se si è disposti a «riconoscere pienamente valore di luogo teologico alla storia»5. Ma questo è il cristianesimo! Perciò il Sud non ha tanto bisogno di “preti anti-mafia”, quanto di presbiteri come don Pino Puglisi, che non lo fu mai, perché scelse di essere fino in fondo solo un sacerdote. Proprio nello svolgimento di questa sua missione, portandola fino in fondo, «egli seppe magistralmente coniugare, soprattutto nell’impegno educativo tra i giovani, le due istanze fondamentali dell’evangelizzazione e della promozione umana, che configurano l’orizzonte di quell’umanesimo integrale, che trova nell’Eucaristia origine e compimento» (n.18). «L’impegno sociale di don Puglisi non può essere separato dalla fede cristiana che lo animò e lo sostenne» (n.18). Oltre il fatalismo e l’individualismo Si diceva prima di un “corto-circuito” tra il tradizionale fatalismo del Sud e un nichilismo che vanifica il senso della storia nella post-modernità. E’ attingendo alla prospettiva della speranza cristiana, che fa della storia un perenne tempo di avvento, non da questa o quella ideologia, che «le comunità ecclesiali devono avvertire l’urgenza di testimoniare questa attesa di novità per una speranza che guardi con fiducia al futuro», irradiando sulla società la certezza che, a dispetto del fatalismo tradizionale del Sud, «il cambiamento è possibile» (n. 14). Altrettanto pernicioso, per il Sud è l’altro “corto-circuito”, quello che coniuga la tradizionale carenza, nei meridionali, del senso del bene comune, con l’individualismo odierno. È mettendo in atto veramente, e non solo a parole, lo spirito di comunione ecclesiale, che si potrà diffondere una nuova cultura della fiducia reciproca e della cooperazione, così carente al Sud e ormai anche nel resto del Paese. «D’altra parte, se non saranno per prime le nostre comunità a sentire il desiderio dello scambio e del mutuo aiuto, come potremo aspettarci che le disuguaglianze e le distanze siano superate negli altri ambiti della convivenza nazionale?» (n.15). In questa prospettiva, la vitalità dei cristiani «sul piano spirituale pastorale diventa fermento, motivazione e incoraggiamento perché tutta la vita sociale, anche nelle su dimensioni economiche e politiche, sia spinta verso traguardi sempre più alti di giustizia e solidarietà» (n.15). Solo una Chiesa fedele fino in fondo a Cristo e a se stessa può essere il sale e il lievito di cui il Mezzogiorno ha bisogno per rinnovarsi. La presenza costruttiva della Chiesa nel meridione non è affidata solo ai documenti ufficiali e alle figure eccezionali dei suoi martiri, ma allo stile di vita delle comunità ecclesiali. Esse, esorta il documento, «continuino» - ma forse il verbo benevolmente usato dai vescovi potrebbe esser sostituito, in un buon numero di casi, con “comincino” - «a essere luoghi esemplari di nuovi rapporti interpersonali e fermento di una società rinnovata, ambienti in cui crescono veri credenti e buoni cittadini» (n.1). Per un nuovo stile educativo nella pastorale Questo significa che le Chiese del Sud sono chiamate a dare il loro essenziale contributo, con la loro pastorale ordinaria, prima ancora che con singole denunzie, mettendo mano ad «un grande progetto educativo» (n.16) che affronti alla radice, partendo dalla formazione delle persone, i problemi culturali di cui si parlava sopra. Per fronteggiare adeguatamente la situazione, «la Chiesa deve alimentare costantemente le risorse umane e spirituali da investire in tale cultura per promuovere il ruolo attivo dei credenti nella società» (n.16). Questo passa per una profonda trasformazione della pastorale, in particolare della catechesi che, «nelle parrocchie e in ogni realtà associativa, va ripensata e rinnovata» (n.17). La ovvia constatazione che «ai fedeli laici, in particolare, è affidata una missione propria nei diversi settori dell’agire sociale e della politica» (n.16) «sollecita un’azione pastorale che miri a cancellare la divaricazione tra pratica religiosa e vita civile e spinga a una conoscenza più approfondita dell’insegnamento sociale della Chiesa» (n.16). Troppe volte ancora la nostra pastorale è affetta da una schizofrenia che da un lato neutralizza la valenza laica dei fedeli quando si trovano all’interno del tempio e assegna loro esclusivamente un ruolo di vice-preti (accoliti, lettori,ministri straordinari della comunione, catechisti), ignorando la loro dimensione professionale, familiare, politica; dall’altro, proprio per questo, li abbandona, fuori delle mura del tempio, a una logica puramente secolaristica, per cui essi alimentano la loro cultura non attingendo al vangelo e alla Dottrina sociale della Chiesa, ma ai grandi quotidiani laicisti e alla televisione, comportandosi nella vita priva e pubblica di conseguenza. È su questa radice perversa che fiorisce la mala pianta di una criminalità mafiosa che spesso osa rifarsi a simboli e temi religiosi, pretendendo di aver un posto di rilievo nell’organizzazione di feste patronali processioni religiose, mentre nella vita secolare perpetra omicidi e prevaricazioni di ogni genere. «Bisogna dunque favorire in tutti i modi nuove forme di partecipazione e di cittadinanza attiva, aiutando i giovani ad abbracciare la politica, intesa come servizio al bene comune ed espressione più alta della carità sociale» (n.11). Ciò implica la formazione di coscienze capaci di operare autonomamente, secondo una coscienza cristiana adeguatamente formata dalal frequenza col Vangelo e con la grande tradizione della Chiesa. Ai laici, infatti, come dice Benedetto XVI, citato dal documento, spetta il compito di costruire la città terrena, non come strumenti della gerarchia, ma, dice il Papa, in quanto «operano come cittadini sotto propria responsabilità (…) illuminati dalla fede e dal magistero della Chiesa e animati dalla carità di Cristo» (n.16)6. Il Mezzogiorno come “laboratorio” Se si attribuirà «alla dimensione educativa, umana e religiosa, un ruolo primario nella crescita del Mezzogiorno» e si prenderà atto che «uno sviluppo autentico e integrale ha nell’educazione le sue fondamenta più solide» (n.16) e si collaborerà da tutte le parti a operare in questa direzione, allora il Mezzogiorno non sarà più una “questione”, ma «un laboratorio in cui esercitare un modo di pensare diverso rispetto ai modelli che i processi di modernizzazione spesso hanno prodotto, cioè la capacità di guardare al versante invisibile della realtà e di restare ancorati (…) al gratuito e persino al grazioso, e non solo all’utile e a ciò che conviene; al bello e persino al meraviglioso, e non solo al gusto e a ciò che piace; alla giustizia e persino alla santità, e non solo alla convenienza e all’opportunità. Per far maturare questa particolare sensibilità, spirituale e culturale a un tempo, è necessario impegnarsi in una nuova proposta educativa» (n.17). Il riferimento al “laboratorio” rimanda al fatto che al modello interpretativo basato sulla «bipolarità che contrappone Settentrione e Mezzogiorno d’Italia», si è sostituita, «sul volgere dagli anni settanta agli ottanta», «una visione non più monolitica o ideologica dello sviluppo sempre uguale a se stesso, o come continua rincorsa di quello già realizzato altrove», ma «una tipologia di sviluppo endogeno e tuttavia collegato a dinamiche non solo localiste, ma reciprocamente aperte (…) In questa maniera si fa perno più che sugli interventi dall’alto, sulla collaborazione con altri, con una particolare risorsa alle proprie risorse (comunque diverse da luogo a luogo) e alle tipicità locali, per trasformarle in fonti di produzione di beni, che non sono, né possono essere solo quelli di natura monetaria, ma vanno inquadrate in più complesso discorso di progresso effettivo della qualità della vita (cultura, dimensione artistica e spirituale, tempo libero, ecc.)» 7. Da questo punto di vista, il Meridione può diventa un ambiente dove non si tratta solo di adeguarsi ai modelli altrui, ma possono maturarne di nuovi, da proporre a tutta la nazione. È soltanto un sogno? Non abbiamo una risposta. Essa può venire solo dagli uomini e dalle donne del Sud, in particolare da quelli di loro che si riconoscono nell’appartenenza ecclesiale, che devono decidere se lasciare scorrere il tempo, mentre i documenti si succedono, oppure prendere sul serio l’invito al cambiamento.
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Editoriale
“I martiri di Otranto aiutino il caro popolo italiano a guardare con speranza al futuro, confidando nella vicinanza di Dio che mai abbandona, anche nei momenti difficili”. Così, con grande semplicità, Papa Francesco ha sintetizzato il senso della canonizzazione di 800 cittadini della splendida cittadina salentina. Leggi tutto...
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