Avvenire di Calabria

...Se non si estirpa la mentalità mafiosa... PDF Stampa E-mail
  
Sabato 06 Marzo 2010 12:08

Documento della Cei - Nostra intervista al Presidente dei Vescovi Calabresi, Mons. Vittorio Mondello

Nemmeno mettendo in carcere tutti i mafiosi sarà sconfitta la mafia...

...Se non si estirpa la mentalità mafiosa...


Eccellenza, vorrei domandarle la cortesia di un dialogo piuttosto ampio, in modo che possiamo affrontare tutta una serie di problemi che sono in qualche modo presenti in questo Documento.
D'accordo, di' pure...

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Eccellenza, questo documento esce a circa vent'anni dall'altro, rimasto celebre, dal titolo "Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno". Quali sono i motivi che ne hanno richiesto la stesura? Può dirci come si sia pervenuti alla decisione di scrivere un nuovo documento e quali fasi abbia attraversato la sua stesura? Cosa c'è di nuovo rispetto all'altro in questo documento?
Questo Documento è nato dalla volontà dei Vescovi del Sud di ricordare proprio quell’altro di venti anni fa. Da parte sua, il Presidente della Cei, Card.Bagnasco, in una Prolusione dello scorso anno aveva accennato all’opportunità che ciò avvenisse. Nel frattempo, i Vescovi del Sud – d’intesa con la Cei – hanno organizzato il noto Convegno di Napoli del Febbraio 2009, i cui Atti vennero offerti anche come un possibile contributo alla stesura del nuovo documento. Questo Documento ebbe una prima approvazione della Cei nell’Assemblea generale del Novembre 2009, che affidò al Consiglio Permanente il compito di rivederlo prima della pubblicazione ufficiale. La revisione venne fatta nel corso del Consiglio Permanente del gennaio 2010. Al termine del quale si sono attesi gli eventuali ultimi suggerimenti dei membri del Consiglio Permanente; una volta pervenuti, si è proceduto alla pubblicazione.

Le chiedevo: cosa c’è di nuovo?
Di nuovo c’è la sottolineatura che questo documento si propone come indirizzato non solo al Sud, ma a tutte le chiese d’Italia, perché si rifletta insieme per aiutare il Sud nel tentativo di dare soluzione ad alcuni annosi problemi che ne rallentano lo sviluppo economico e sociale.

Anche se si rivolge a tutti, ci sono delle persone alle quali eventualmente il documento viene prioritariamente rivolto?
Prioritariamente viene rivolto alle comunità cristiane, perché è anzitutto la loro unanime testimonianza che deve trascinare la società in una esperienza di autentico rinnovamento. In secondo luogo, al mondo politico, auspicando che nasca una nuova classe di politici cattolici che abbiano la passione del bene comune. Infine viene rivolto anche ai soggetti affiliati alle organizzazioni mafiose per invitarli alla conversione, sia per il loro bene personale, sia per il bene del Sud, sia per il bene dell’Italia intera.

Dal 1989 ad oggi, dopo il celebre documento "Sviluppo nella solidarietà", V.E. pensa che il Paese abbia vissuto un generale sviluppo e lo abbia realizzato nella solidarietà? Se ciò é accaduto può indicarci qualche segno?
Credo che oggettivamente quel Documento non sia stato valorizzato come meritava né al Sud, cui era particolarmente rivolto, né nel resto del Paese.

Se ciò non è accaduto, quale crede sia stata ugualmente l'utilità di quel documento, che in qualche maniera può giustificare anche la pubblicazione di questo nuovo?

L’utilità di quel documento è davvero tanta da suscitarne questo nuovo che vuole finalmente indurre alla giusta valutazione dei problemi lì discussi ed ora ripresi.

Il documento creerà interesse e dibattito nelle chiese locali e, dentro ognuna di esse, nelle singole parrocchie e nei singoli movimenti. Ma, atteso che i problemi che affronta non è facile vengano risolti rapidamente, cosa si attende la Cei dalla riflessione comune che faranno le singole chiese?

La Cei si attende su questo documento una riflessione approfondita che non rimanga solo riflessione teorica, ma che induca – non solo i cristiani ma tutti i soggetti impegnati in politica – a dare una svolta seria e coraggiosa nella impostazione e soluzione dei problemi del Sud.

Una delle cose più belle che ho trovato scritte in questo documento é il riferimento alla Caritas in veritate, lì dove si afferma che "lo sviluppo dei popoli si realizza non in forza delle sole risorse materiali di cui si può disporre in misura più o meno larga, ma soprattutto grazie alla responsabilità del pensare insieme e gli uni per gli altri". Eccellenza, questo invito a "pensare insieme"  "e gli uni per gli altri", che la Chiesa fa all'intero Paese, crede che venga vissuto già all'interno della Chiesa stessa, nella molteplicità delle sue realtà locali? In Calabria, ad esempio, nel rapporto fra le diocesi, esiste questo "pensare insieme, e gli uni per gli altri"?
Devo riconoscere che un certo interesse verso un “sentire comune” e un “lavorare insieme” viene già realizzato dalla Conferenza episcopale calabra - della quale ho esperienza diretta - anche se non si può dire che tale stile abbia raggiunto finora tutti i livelli ecclesiali. Ma si è in cammino verso questa piena realizzazione. Diversi ne sono i segni: dall’Istituto Teologico Regionale unico per tutti agli annuali Convegni regionali uno per il clero, l’altro per i seminaristi; fino a quell’insieme di incontri e convegni - sempre regionali - fra i quali lo scorso anno è ovviamente emerso quello di tutte le chiese calabresi svoltosi a Le Castella. Un Convegno, i cui atti sono stati celermente pubblicati; e nel quale forte è stato l’appello rivolto ad ogni cristiano perché sia personalmente e comunitariamente testimone della fede nel mondo, attraverso anche un rinnovato impegno in politica.

Il documento parla della necessità che nel Paese ci sia uno "scambio di uomini, idee e risorse" che attraversino - da una parte all'altra - l'Italia intera. Mi domando - e Le domando - come si può conciliare questo con il federalismo fiscale, che lascia sostanzialmente ogni realtà locale nella sua solitudine, favorendo, probabilmente, da una parte, l'egoismo e dall'altra l'impoverimento?
Si può conciliare se il federalismo non viene egoisticamente considerato come il farsi ciascuno gli interessi propri, ma come una esperienza per la quale le regioni economicamente più agiate avvertano il dovere di venire incontro alle necessità di quelle meno agiate. Una sorta di federalismo mitigato, che non separi, ma unisca gli italiani nel nome della solidarietà.

Il documento elenca in maniera ampia e precisa i problemi del Mezzogiorno: dallo stravolgimento del mondo dell’agricoltura al fenomeno delle ecomafie, dal particolarismo familistico al fatalismo, alla falsa onorabilità, all’omertà diffusa; dallo svantaggio delle donne nel superamento della disoccupazione e dell’inattività alla radicale fragilità del suo tessuto sociale, culturale ed economico;  dal divario nel livello dei redditi, nell’occupazione, nelle dotazioni produttive, infrastrutturali e civili al fenomeno delle mafie che avvelenano la vita sociale, pervertono la mente e il cuore di tanti giovani, soffocano l’economia, deformano il volto autentico del Sud; ed infine dalla povertà alla disoccupazione, all’emigrazione interna. Uno scenario straordinario ed insieme sconvolgente. Quali fra questi problemi, Eccellenza, ritiene debbano essere affrontati per primi? E da chi?
Io ritengo che tutta questa serie di problemi vadano affrontati ad un duplice livello: a livello nazionale, attraverso l’impegno dello Stato a realizzare nel Sud le infrastrutture necessarie per lo sviluppo (che da solo il Sud non può darsi); a livello regionale attraverso l’impegno non a richiedere assistenzialismo, ma a trovare strade concrete e percorribili per la soluzione dei problemi. In altre parole, il Sud non può semplicemente attendere l’intervento dello Stato, ma deve darsi da fare con le energie proprie (che sono tante) e programmare autonomamente e realizzare concretamente quanto è necessario per il suo sviluppo. Che, poi, abbia queste capacità è dimostrato anche dal fatto che molti intellettuali calabresi - non trovando lavoro al Sud - emigrano e occupano posti di rilievo al Nord, diventando paradossalmente artefici dello  sviluppo di quelle terre.

Nel documento si invita a guardare ai tanti volti di uomini e donne capaci di esporsi in prima persona, perché cominci una storia nuova nel Sud. Mi chiedo - e Le chiedo - sta facendo qualcosa la chiesa perché questi volti nuovi escano dall'anonimato?
Sia nel convegno di Le Castella, sia nei nostri convegni diocesani annuali, più volte è stato rivolto un appassionato appello ai laici cristiani perché con il coraggio dei pionieri vivano il loro compito di testimoni dentro gli ambiti della politica, dell’amministrazione, della formazione, dell’economia. La Chiesa non attende altro che tali volti davvero emergano.

Turismo, agricoltura, cultura, accoglienza, solidarietà sono gli ambiti dentro i quali il documento legge la possibilità di un grande impegno della gente del Sud. Ma può mai verificarsi un impegno simile se non viene prima estirpato quello che il documento definisce cancro della mafia?
In questi settori - specialmente in quello del turismo - si è fatto poco o nulla rispetto alle grandi attese e possibilità. Mancano in sostanza i progetti delle pubbliche amministrazioni. Se il turismo viene lasciato in mano alle iniziative di un singolo, è facile che la mafia intervenga; se viene programmato dagli Enti locali, con tutte gli accorgimenti legali e le necessarie supervisioni, diventa tutto un altro discorso. Ma è proprio qui che si è stati finora carenti.

Quale lotta alla mafia pensa sia coerente con le pagine del Vangelo che da una parte gridano la necessità di lottare per la verità e per la vita degli ultimi di questo mondo; e dall'altra insieme esigono l'amore perfino dei nemici?
Direi anzitutto che noi non lottiamo contro i mafiosi, ma contro la mafia. La Chiesa lotta contro il peccato, ma vuole salvare il peccatore. E tuttavia la nostra lotta contro la mafia - l’ho detto anche in altre circostanze - non avrà mai partita vinta se non si elimina la mentalità mafiosa presente purtroppo in ogni ceto del popolo calabrese. Si potranno mettere in carcere tutti i mafiosi, ma - se non si elimina la mentalità mafiosa - non si estirperà la mafia. Penso …

Pensa?
… Penso alla risposta di quell’innocente bambino cui fu chiesto: ‘Cosa vuoi fare da grande?’ e rispose ‘Diventare come Totò Riina!’. Non era ovviamente mafioso quel bambino, ma respirava una mentalità mafiosa.
Tale mentalità si potrà combattere e vincere solo attraverso una formazione ed educazione che cominci fin dalle scuole primarie e faccia capire che il mafioso è solo un delinquente che in realtà non ama né la famiglia, né la città, né la regione, né il Paese. Ama solo il potere e il guadagno. Ed in realtà è uno schiavo che non deve essere in nessun modo imitato.

Grazie per la chiarezza, Eccellenza.

 

 

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 Numero 27 del 17/07/2010

Editoriale

Pensieri sui “castelli di sabbia”

Stagione di ferie, di tempo libero da orari e da impegni stringenti, stagione che conduce al gioco che rilassa e libera da tensioni e tossine e riporta all’infanzia e alla sua creatività.  Leggi tutto...

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