Avvenire di Calabria

Lo stato dell’Italia: il presente che c’è, il futuro che ancora possiamo costruire PDF Stampa E-mail
Settimana Sociale
  
Domenica 17 Ottobre 2010 16:53

Lo stato dell’Italia: il presente che c’è, il futuro che ancora possiamo costruire

Relazione di Lorenzo Ornaghi


1. Un interrogativo come premessa: c’è il rischio di uno ‘spaesamento’ dei cattolici?
Il cattolicesimo italiano, quando lo si consideri nel suo complesso (e nella sua complessità), da tempo sembra impigliato in un paradosso, tanto pernicioso quanto ingiustificabile. Qual è il paradosso? In termini semplificati lo descriverei così: pur nella consapevolezza di poter ancora disporre di una cultura e di idee appropriate alla soluzione dei problemi del presente, oltre che di strumenti d’azione meno invecchiati o improvvisati e di un’identità popolare meglio definita rispetto a ogni altra realtà di mera aggregazione o di partecipazione attiva e diretta alla vita del Paese, ci avvertiamo a disagio e sempre più spesso dubbiosi o disorientati – quasi ‘spaesati’ – rispetto allo stato attuale dell’Italia.
Prendere coscienza di questo paradosso è necessario e utile, soprattutto se intendiamo considerare con realismo il molto che possiamo fare già oggi e per l’Italia di domani. È questo il motivo per cui ho deciso di collocare la registrazione del paradosso come premessa o linea di partenza delle riflessioni che mi appresto a svolgere e che – lo anticipo subito – avranno sempre in filigrana la seguente domanda: per quale causa, o per quale sorta di maledizione, ciò che ulteriormente può accomunare le tante ‘parti’ del Paese sembra ormai una meta senza valore, e ciò che si può fare in comune si va sempre più trasformando in una pratica di comportamento rifiutata, contrastata, o comunque ritenuta di second’ordine? Prima di incominciare le mie considerazioni, ho però da aggiungere alcune brevi notazioni sul paradosso.
Pur consapevoli delle straordinarie e spesso impareggiabili risorse di cultura e azione collettiva, di cui ancora siamo in possesso, con frequenza ci sentiamo – dicevo poco fa – disorientati e quasi ‘spaesati’. Sul rischio di uno ‘spaesamento’ dei cattolici, Giorgio Rumi concentrò – com’è noto – alcune delle sue ultime, penetranti intuizioni. Di un tale rischio egli conosceva, da grande storico qual era, i fattori remoti e le tendenze più persistenti; ne individuava anche, al tempo stesso, le cause vicine e all’apparenza più contingenti. La scelta dell’aspro termine di ‘spaesamento’, più che da un cedimento al pessimismo, era pertanto dettata dal ragionamento. Sentirsi ‘spaesati’ allarma o incupisce in misura ben maggiore dell’avvertirsi a disagio o privi di un sicuro orientamento. Spaesati, non apparteniamo pienamente e fiduciosamente al luogo in cui siamo e intendiamo restare; spaesati, temiamo che la nostra stessa identità sbiadisca e si smarrisca, ovvero corriamo il pericolo di doverla più o meno artificiosamente irrigidire e forzare, affinché non venga alterata o emarginata. Quando ci si rende conto di essere disorientati e non si vuole restare immobili, con gli iniziali passi (pur incerti, e però obbligati) cerchiamo di trovare punti di riferimento noti o nuovi per la giusta direzione. Se lo spaesamento ci attanaglia, invece, il pericolo dell’immobilità diventa più forte e incombente. Insieme con questo pericolo, cresce anche quello di una progressiva insignificanza della nostra presenza in pressoché ogni forma di ‘spazio pubblico’.
Spontanea sorge allora la domanda: le ragioni, agevolmente e oggettivamente riscontrabili, del senso di spaesamento derivano tutte o in grandissima parte dallo stato attuale dell’Italia, o invece lo spaesamento si nutre anche di cause interne al complesso (e, ripeto, alla complessità) del cattolicesimo italiano di questi ultimi decenni? Cercherò di rispondere alla prima parte dell’interrogativo, sapendo che in questo caso il compito mi è relativamente più facile. Lo stato dell’Italia, ossia la sua attuale condizione, può certamente avere analisi diverse e differenti letture interpretative. Oltretutto, viviamo una stagione politica sospettosa e spesso irriguardosa nei confronti di qualsiasi tipo di riflessione o valutazione: le riflessioni diventano meritevoli di attenzione quando inclinino, o sembrano mostrare apertura e favore, verso la maggioranza di governo piuttosto che l’opposizione (o viceversa), mentre le valutazioni sono ritenute buone o cattive a seconda della loro contingente spendibilità dentro la contesa partitica e il suo rispecchiamento mediatico. Per chiunque, insomma, è assai difficile impedire che il proprio giudizio venga immediatamente assorbito e schierato dentro o in appoggio a una parte politica.
Nondimeno, un’analisi che intenda restare neutra rispetto agli schieramenti politici non solo è opportuna, ma anche necessaria. Con una tale analisi si possono individuare alcuni tratti fondamentali dell’Italia odierna, cogliendo nel contempo le più sotterranee tendenze di cambiamento. Lo stato dell’Italia mostra certamente caratteri specifici e continua a manifestare quelle che, per molti osservatori, sono le sue più antiche e insanabili anomalie. Ma in alcuni tratti e in molte trasformazioni non è per nulla difficile scorgere ciò che più avvicina e accomuna il possibile futuro del nostro Paese a quello delle altre democrazie europee. Lo spaesamento dei cattolici, in questo senso, non è troppo dissimile da quello che avvertono anche coloro che cattolici non sono o non si sentono. È infatti lo spaesamento conseguente alla convinzione o alla sensazione (poco importa quanto corrispondente, l’uno e l’altra, ai fatti della realtà) che la politica, dopo essere entrata così pervasivamente in ogni ambito della vita collettiva e anche individuale, non sia più in grado di offrire risorse e dare strumenti per cambiare in meglio le condizioni della società. Lo spaesamento di molti italiani rispecchia la perdita di senso – quindi, di significato e di chiara direzione – della politica odierna. Al tempo stesso, però, contribuisce ad alimentare quella situazione che non è improprio o eccessivo definire ‘stagnazione’ dei nostri sistemi politici.
Ai rischi di una tale stagnazione dedicherò appunto la prima parte della mia analisi, per poi considerare, conclusa questa parte, quali passi – pur magari piccoli – siano indispensabili per preparare quel futuro di cui non solo possiamo, ma anche dobbiamo restare protagonisti.


2. Rappresentazioni della politica nell’età della sfiducia
Le democrazie europee – e naturalmente, fra queste, anche o particolarmente la nostra – a qualche studioso sempre più appaiono, come l’uomo di Robert Musil, «senza qualità». In una democrazia senza qualità la politica sembra guidata dalla stessa, unica e non dichiarabile finalità, che nell’opera di Musil orienta l’Azione Parallela, destinata al colossale e inutile programma di festeggiamenti per i settant’anni del regno di Francesco Giuseppe: far sembrare perenne ciò che si avvertiva come sempre più provvisorio, e far credere ancora riformabile ciò che già più non lo era, dilatando il presente e assorbendo in esso per quanto possibile le forme incerte o più inquietanti dell’immediato domani.
Fuor di metafora, ciò che in Europa rischia di far stagnare i regimi democratici è proprio la politica. Ma – ecco la questione più intricata – siamo sicuri che le nostre ‘idee’ di politica non stiano diventando totalmente dipendenti da quella che è o appare la ‘realtà’ odierna della politica, così da trasformarsi nel miglior puntello a ogni tendenza, duplice e connessa in modo non contraddittorio, di pervasività crescente e di auto-chiusura, altrettanto crescente, della politica stessa? In termini differenti, seguitando con gli interrogativi: siamo sicuri che le attuali ‘rappresentazioni’ politiche non ci allontanino dal capire la politica ‘qual è’, ossia la politica nella sua storicamente mutevole, ma sempre presente, combinazione di istituzioni e idee, di comportamenti collettivi e condotte individuali, di aspettative generalizzate e ambizioni personali, di forze inerziali e spinte al cambiamento, di risorse da redistribuire il più o meno equamente o, invece, da accaparrare a vantaggio di piccoli gruppi o mutevoli cordate d’interessi? Soprattutto, siamo sicuri che tali rappresentazioni ci siano oggi utili per operare, e operare con successo o (almeno) efficacemente, nello spazio pubblico?
Le attuali rappresentazioni della politica – vale a dire, la politica come viene percepita e valutata – sono almeno altrettanto importanti della politica effettuale. Ne sono diventate componenti costitutive, nell’identica misura in cui sta diventando parte rilevante della politica quella che Pierre Rosanvallon, nel suo libro dall’appropriato titolo La politica nell’era della sfiducia, chiama la «contro-democrazia».
La «contro-democrazia» (o, se la formula coniata da Rosanvallon ci sembra azzardata e troppo ruvida, il sostanziale disinteresse o la refrattarietà nei confronti di ogni convinta adesione ai fini e forse persino ai valori della vita democratica) si va rapidamente allargando, da quando è incominciata a crescere esponenzialmente la sfiducia non solo nel ceto politico, ma anche e soprattutto – senza ingenuità e senza gli infingimenti di una mediocre retorica, chiamiamole correttamente così – nelle ‘virtù’ della politica quale strumento con cui migliorare le condizioni della nostra vita e di quella delle generazioni che verranno subito dopo noi. Quanto più le istituzioni democratiche nel loro ordinario funzionamento e le azioni (o decisioni) del ceto politico sembrano incapaci o impossibilitate a contrastare e correggere le immagini ‘negative’ della politica, tanto più si allarga la frattura tra i cittadini e chi, essendo rappresentante e volendo essere sentito come rappresentativo dei propri elettori, ai diversi livelli di stratificazione politica ci governa o ambisce a farlo. Mentre, da un lato, governo e opposizione risultano ordinariamente «più motivati dal timore di evitare la critica per aver sviluppato una data politica, che mossi dalla speranza di essere popolari lanciandosi in grandi riforme», dall’altro i cittadini-elettori tendono a essere normalmente «più sensibili ai rischi di veder peggiorare la propria situazione che alle possibilità di vederla migliorare». La «contro-democrazia», di conseguenza, proprio con l’erodere progressivamente la necessaria distanza fra le istituzioni democratiche e la società, dà forma e vita – sono ancora osservazioni di Rosanvallon – a «una sorta di contro-politica fondata sul controllo, l’opposizione, l’umiliazione di quei poteri che non si ha più la voglia di far oggetto prioritario di conquista».
Vale la pena di rileggere le ultime parole dell’osservazione dello studioso francese, non facendosi impressionare – anche in questo caso – dalla loro asprezza. Constatare che oggi la contro-politica quantomeno banalizza, se non addirittura umilia, «quei poteri che non si ha più la voglia di far oggetto prioritario di conquista», ci richiama infatti a una semplicissima verità, che tendiamo a rimuovere o abbiamo dimenticato: non c’è azione propriamente politica che non comporti la «conquista» del potere. Al crudo termine di ‘conquista’ potremmo sostituirne altri meno rozzi o più confacenti, a partire da quello di ‘competizione’ per il potere. Ma il punto da non sottovalutare è che nessun sistema democratico – aggiungo e preciso: nessuna democrazia esposta ai rischi della crescente stagnazione della politica – può sopportare a lungo che i suoi ‘poteri’ vengano banalizzati o umiliati, in quanto non solo ritenuti meri strumenti di una lotta tutta interna alla politica, ma anche e soprattutto considerati ormai inessenziali, se non addirittura di ostacolo, alla vita e al miglioramento della società.


3. Conglomerati di potere, gruppi oligarchici e domanda inevasa di rappresentatività politica
Il potere o i poteri della politica stanno conoscendo una stagione di profondi cambiamenti. Alla sua superficie, persino quell’‘unitarietà’ del sistema dei poteri maggiormente formali perché istituzionali, fondata sulla Costituzione e garantita nei suoi equilibri dalle regole della democrazia, sembra scomporsi e talvolta disperdersi. Nel contempo, la pervasività della politica pare produrre una ‘feudalizzazione’ di poteri, la cui concatenazione finisce con l’avere il principale criterio di riconoscibilità, se non di piena legittimazione, nella riconduzione verticale a leadership sempre più personali e personalizzate. Sotto la scorza di una tale frammentazione, lo sappiamo, sono all’opera tendenze di mutamento ben più rilevanti e spesso secolari. Il protettivo ‘guscio’ territoriale dello Stato, congiuntamente alla fictio della sua sovranità, e la perfetta recinzione della politica dentro le istituzioni della sintesi statale, con il corollario della ‘impersonalità’ nell’esercizio del potere di comando, da tempo hanno subíto trasformazioni irreversibili. E, anche quando la ‘moderna’ forma di organizzazione statale del potere pretenda di rivendicare ancora una sua ‘esclusività’, persino nel campo ‘interno’ della politica domestica i poteri dello Stato devono sempre più fare i conti con la crescente dimensione internazionale di tutta una serie di processi economico-finanziari, sociali, culturali, tecnologici. Il portolano su scala mondiale dei poteri è incompleto e provvisorio. E a costringerci a ridisegnarlo, con aggiornamenti continui o correzioni, è appunto ciò che chiamiamo ‘globalizzazione’, con i suoi nuovi assetti geo-politici e geo-economici, con i suoi differenti scenari e i suoi protagonisti antichi o nuovi, dai quali dipendono sempre più la produzione e la ripartizione ‘materiale’ dell’astratta realtà del potere. In sostanza, la frammentazione e la dispersione del potere (più o meno effettiva, quest’ultima, che sia) storicamente conseguono, e sono via via scandite, dal trasformarsi di quel ‘particolarismo’ politico che ha preso forma nella ‘moderna’ forma europea di organizzazione statale del potere e che viene ora incalzato dai molteplici fenomeni di ‘universalismo’ di cui è appunto intessuta la globalizzazione.
I nuovi gruppi di potere – spesso, le concentrazioni più forti di potere – nascono e fioriscono in queste aree di intersezione o interferenza tra ‘esterno’ e ‘interno’, dove più profittevole (o agevole) è l’uso di risorse sovranazionali e dove maggiore è il gioco di spinte e contro-spinte tra universalismo e particolarismo. Intanto, però, dentro i loro confini tutti i regimi democratici – e, di nuovo, lo stato dell’Italia può considerarsi paradigmatico – s’infittisce la rete e si consolida il potere delle oligarchie. L’esercizio di potere più o meno visibile (ma quasi sempre incertamente verificabile e quasi mai controllabile) e l’influenza crescente delle ristrette minoranze oligarchiche – dalle oligarchie del denaro a quelle della comunicazione o di ogni altro ambito dove gli interessi economici o sociali tendono quasi esclusivamente a dominare o contrastare altri interessi saldamente organizzati – certamente svuotano alcune delle principali promesse (e premesse) della democrazia, sempre più inquinando o corrompendo il corretto e ‘normale’ funzionamento di quest’ultima. La politica dei regimi democratici produce ormai oligarchie, e non di rado ne consente la mimetizzazione, in misura addirittura maggiore di quanto non capitasse nei regimi politici pre-democratici. Basterebbe imbrigliare gli odierni poteri oligarchici, per ritrovare e bene usare quel ‘potenziale di sviluppo’, che ancora c’è e non è poco, della democrazia? Temo di no. Ed è per questo motivo che, pur consapevole dell’insistenza con cui diversi osservatori richiamano ai pericoli di una crescente oligarchizzazione del nostro Paese, interconnessa e del tutto funzionale alla tendenza – anch’essa presente in pressoché tutti gli odierni regimi democratici – verso la personalizzazione populistica della leadership di vertice, ritengo più utile soffermare l’attenzione su quello che sta diventando un elemento incurabile dello stato dell’Italia: vale a dire, la caduta sempre più vertiginosa di rappresentatività. Dopo aver considerato pur brevemente questa ulteriore ‘costante’ del presente che c’è, richiamerò un ultimo processo, la cui esatta comprensione è essenziale – a mio giudizio – non solo per delineare il futuro che possiamo costruire, ma anche per indicare in quali luoghi e con quali modalità la presenza politica di noi cattolici possa essere attiva, rilevante, mai ‘spaesata’. E sarà costituito, quest’ultimo aspetto dello stato presente dell’Italia, da quella somma di processi racchiusi nella controversa e però non più aggirabile questione del federalismo.
Che la caduta di rappresentatività sia veloce e sempre più pericolosa, ce ne rendiamo conto da tempo per una folla di grandi o minuscoli (e però significativi) segnali. Ce ne accorgiamo dalle nostre reazioni psicologiche o umorali (sempre meno individuali e sempre più estese collettivamente) a ciò che le quotidiane cronache – non importa qui valutare quanto infedelmente – della politica e del ceto politico raccontano e rendicontano. D’altro canto, neanche le più esasperate partigianerie possono bilanciare il fatto che indifferenza o rassegnata acquiescenza accompagnano con sempre maggiore intensità non solo lo svolgersi delle vicende politico-partitiche, ma persino le fasi di tornata elettorale. Agglomerare gli umori sembra più premiante del far convergere opinioni o aggregare un consenso durevole perché convinto. Il gesto del voto sta così diventando, per molti, una scelta di terz’ordine. E, quanto più ci si sente distanti o irritati da questa situazione della politica, tanto più rischiano di rivelarsi alla fin fine inadeguate persino le proposte tecnicamente migliori di riforma del sistema elettorale. Su queste riforme, non meno che su quelle costituzionali o istituzionali, grava ormai la cappa della radicata persuasione che, più che al generale interesse del Paese, servano come strumento di regolazione di una competizione, o lotta, tutta interna al ceto politico e al gioco dei suoi contrastanti interessi di partiti o fazioni. Le rappresentazioni più negative della politica, in tal modo, finiscono col rovesciare o vanificare quell’argomento che, sostenuto con forza da Albert O. Hirschman, nel suo ultimo libro – L’economia giusta – Edmondo Berselli richiamava e riassumeva così: «in ogni condizione c’è una riforma possibile».
Ogni riforma elettorale o costituzionale, per essere realmente ‘utile’ e per essere sentita come tale, non può non avere tra i suoi obiettivi primari quello di bloccare e invertire il deficit crescente di rappresentatività. Di rappresentatività, aggiungo e preciso, politica. Associazioni, movimenti, enti e corpi intermedi, forme e organizzazioni di volontariato, in cui si sentiamo sufficientemente o soddisfacentemente rappresentati, sono oggi più numerosi che in passato. Per molti aspetti, anzi, proprio queste fonti diffuse di rappresentanza sociale hanno compensato la caduta di rappresentatività politica, impedendo che si producesse un cortocircuito nel sistema complessivo di credibilità (e di legittimazione sostanziale) del Paese. Bloccare e invertire la caduta di rappresentatività politica, credo, sarà – prima ancora che impossibile o assai poco probabile in queste condizioni – del tutto inutile, se ogni tentativo in una tale direzione non terrà conto del fatto che sono principalmente le rappresentatività sociali a poter ridare vitalità alle tradizionali forme di rappresentanza politico-partitica. Come lo sguardo sul futuro prossimo della democrazia sarebbe incerto o affetto da miopia, se non riuscisse a ricomprendere tutto ciò che va sotto il nome antico ma ancora non inappropriato o inattuale di ‘democrazia economica’, così il deficit di rappresentatività politica non riuscirebbe mai a essere adeguatamente affrontato, quando si continuasse a considerare la rappresentanza sociale in termini ‘naturalmente’ subordinati (e del tutto strumentali) al generale primato della rappresentanza politico-partitica. A spingere, seguendo una tendenza di fondo, verso forme nuove di articolazione tra i due tipi di rappresentanza, è la fuoriuscita della politica – lo dimostrano appunto i processi, or ora considerati, di frammentazione e incerta identificazione dei poteri e di consolidamento delle oligarchie – dalle tradizionali recinzioni dello Stato e dei sistemi di partito che si sono ubicati dentro, e spesso sopra, le istituzioni statali. Ma, a far crescere la necessità di queste forme nuove, meno asimmetriche e più paritarie di articolazione tra le due rappresentanze, è soprattutto il dislocarsi – anch’esso ormai irreversibile – del confine tra ciò che sino a poco tempo fa pensavamo essere ‘politica’ e ciò che sembrava ‘non politica’. Alla dislocazione in atto lungo un tale confine presterò la dovuta attenzione tra poco, anche perché proprio da qui possono incominciare i primi, piccoli passi di un nostro impegno pubblico, rinnovato e più unitario. Ora ho invece da concludere la parte sullo stato dell’Italia, guardando ai gravi rischi insiti negli attuali, crescenti divari territoriali.


4. L’orizzonte possibile del federalismo
Un federalismo bene inteso e correttamente applicato costituisce la principale e forse ormai unica soluzione alle lacerazioni che, anziché comporsi, spesso si allargano e moltiplicano tra il Nord e il Sud dell’Italia. Un federalismo ideologicamente inteso e realizzato è inevitabilmente destinato a spezzare l’unità sostanziale del nostro Paese. Le due affermazioni simmetriche, nella loro autogiustificazione, sono all’apparenza scontate e ridondanti. Ma forse conviene partire da esse per cercare di far luce su una questione tanto più arruffata, quanto più formulata sulla base di pregiudizi e impostata in termini schematicamente conflittuali.
Tutti gli indicatori a disposizione – inerenti aspetti macroeconomici, del welfare e del lavoro, dell’istruzione – evidenziano tra il Nord e il Sud squilibri territoriali di carattere strutturale, rimarcando in specifico deficit e carenze nell’offerta e nella qualità di servizi rilevanti e spesso essenziali per il benessere della popolazione e per lo sviluppo economico delle aree territoriali del Meridione. È questa la realtà da cui, pur tenendo conto di alcuni suoi aspetti contraddittori e di alcune differenziazioni ‘interne’, occorre partire per valutare il federalismo come possibile composizione politico-istituzionale di una frattura che sempre più incombe sull’intero Paese. E che sempre più condizionerà non solo le prossime configurazioni dei partiti e i loro bacini di ricerca del consenso elettorale, ma anche, alla fin fine, le residue probabilità di non cadere definitivamente nella stagnazione dell’attuale politica, seppur dopo un tempo che è difficile prevedere quanto possa essere lungo o, all’opposto, assai breve.
In un suo recentissimo lavoro, Luca Ricolfi, dopo aver indicato vuoti e limiti dei dati ufficiali, introduce quattro concetti-chiave attorno ai quali articolare un differente schema di contabilità nazionale: «il concetto di parassitismo netto, che permette di misurare il grado di dipendenza di un territorio dalla spesa pubblica corrente; il concetto di reddito comandato, che permette di valutare il grado di esosità del fisco; il concetto di spreco, che permette di valutare la dissipazione delle risorse pubbliche, e quindi l’output effettivo della Pubblica Amministrazione; e infine il concetto di potere di acquisto locale, che permette di confrontare i consumi effettivi di territori caratterizzati da differenti livelli dei prezzi». Fatte le misurazioni e valutazioni, il quadro che ne esce è tanto realistico, quanto desolante. Possiamo ragionevolmente ritenere che questo stato di divario crescente fra Nord e Sud possa protrarsi a lungo, senza produrre conseguenze irreparabili? Personalmente penso di no. E sono anzi convinto che un federalismo autenticamente «solidale» – come ebbe a indicare, già quasi quindici anni fa, un documento della Diocesi di Milano – potrebbe avere due importanti effetti positivi per il futuro che si intende costruire. In primo luogo, richiamerebbe sia il Nord sia il Sud (i loro abitanti, le loro più consolidate rappresentanze sociali, le loro classi dirigenti più ‘locali’) a far crescere e praticare quella virtù della ‘responsabilità’ – spesso evocata e raramente praticata – non solo nei confronti dell’intero Paese, ma anche rispetto a se stessi: ‘pensare (e provvedere) a se stessi’ – responsabilmente, non egoisticamente, e quindi in un convinto orizzonte solidale – si rivelerà decisivo per la nostra intera comunità nazionale, quantomeno allo scopo di non rannicchiarci, perché impauriti dalle innovazioni che ci verranno richieste dalla competizione internazionale e dagli inediti universalismi della globalizzazione, nella mera gestione del presente e nella sempre più difficoltosa ‘conservazione’ di ciò che sembra meglio, o meno peggio, fra l’esistente. In secondo luogo, per essere applicato con successo, un federalismo solidale comporterà di necessità la formazione e il radicamento di un ceto politico che, se vorrà essere realmente ‘territoriale’, dovrà saldamente raccordarsi alle diffuse rappresentanze sociali e – in ognuna di quelle ‘politiche pubbliche’ che sono sempre più complesse, anche perché sempre meno generalizzabili a ‘tutti’ e sempre più faticosamente ‘distributive’ – dovrà operare in comune con esse.
Lavorare già da oggi al futuro che ancora possiamo costruire richiede ai cattolici italiani, credo, l’intelligenza e la capacità di individuare e curare i ‘luoghi’ – ambientali e generazionali – in cui sta crescendo, pur magari indistinta, la domanda di sentirsi ascoltati e politicamente rappresentati. Richiede l’intelligenza e la capacità di saper collegare e magari aggregare tutte quelle ‘aree’ dove, subito sotto la superficie delle odierne rappresentazioni della politica, maggiormente si condensa il bisogno di una risposta – ‘pubblica’, anche perché autenticamente ‘popolare’ – alla necessità crescente di non essere soli, di sentirsi uniti ad altri, di pensarsi ed essere realmente soggetti ‘partecipanti’ delle politiche, anziché destinatari generici e passivi. Richiede, infine e particolarmente, un rinnovato impegno a far crescere la classe dirigente dell’incombente domani, ad attrezzare già nei ‘luoghi’ dell’amministrazione e della rappresentanza – con una educazione specifica e non generica – alle competenze indispensabili per la politica, a preparare i giovani all’esercizio di quella leadership che difficilmente può essere inventata e mai improvvisata. Molto opportunamente le pagine introduttive del Documento preparatorio di questa Settimana Sociale ci ricordano quanto frequente sia il monito di Benedetto XVI, e quanto spesso venga richiamato dal Cardinale Presidente della Conferenza episcopale italiana, sull’urgenza di lavorare alla formazione di una «nuova generazione» di credenti capaci di assumere e di bene esercitare responsabilità pubbliche nella vita civile e in quella politica.
Sono in tal modo giunto alla parte conclusiva di questa relazione. E, dopo le ultime considerazioni in cui mi riallaccio a riflessioni già svolte in una recente circostanza, brevemente ritornerò sull’interrogativo che mi auguravo si potesse vedere in filigrana lungo l’intera relazione: ossia, che cosa rende talmente difficile da sembrare impossibile o inutile, oggi, lavorare ‘in comune’? Lo farò, al termine di una notazione che avverto ora come doverosa, e che contemporaneamente è (per dire, un po’ scherzosamente, così) ‘metodologica’ e ‘politica’.


5. Lavorare insieme, guardando al futuro
Guardare al futuro che possiamo ancora costruire non significa affatto mettere tra parentesi i piccoli o grandi problemi del presente. Né l’aver or ora sottolineato la necessità del nostro impegno nel campo della preparazione di leadership per il domani è, per i tempi mai brevi che una simile educazione comporta, l’ennesima fuga in avanti. Non è più stagione di fughe in avanti. Men che meno, è stagione in cui ripetere sempre più stancamente gli stereotipi di rimpianto consolatorio o gli alibi del crescente spaesamento politico di una consistente parte dei cattolici. I problemi del presente richiedono certamente giudizi franchi e valutazioni differenti o anche contrastanti. Con altrettanta certezza, sollecitano un nostro contributo fattivo e scevro (per quanto possibile) da preconcetti, sia esso – per riprendere questioni già accennate – sul federalismo, sulla riforma elettorale, o sulla scuola e su tutte le quotidiane traduzioni di un welfare che per un tempo imprecisabile sarà costretto a fare i conti con risorse limitate. Ma le nostre valutazioni e il nostro contributo, anziché – ecco la nota di metodo – restare chiusi nel presente rivelandosi incapaci di oltrepassare le attuali contrapposizioni partitiche-politiche, devono guardare e orientarsi al futuro che noi intendiamo costruire. Tutta la straordinaria storia e l’altrettanto straordinaria capacità di pensiero e azione del ‘cattolicesimo politico’ hanno conosciuto i loro momenti più alti, quando – dentro lo svolgersi delle vicende, non di rado drammatiche, del Paese – il vigore e il rigore dell’aggettivo (‘politico’) hanno saputo trarre continuo alimento dai valori fondamentali e dai caratteri essenziali del cattolicesimo. Pur stando dentro la politica di oggi, al futuro che intendiamo costruire dobbiamo guardare con una visione che è innanzitutto – e genuinamente – ‘cattolica’. Questa, mi sembra, è anche l’anima del Progetto culturale orientato in senso cristiano, promosso e attuato dalla Chiesa italiana. Senza una tale visione genuinamente cattolica, ogni pur rinnovata forma della nostra presenza pubblica e politico-partitica (trasversalmente ai partiti, o anche – in termini quantitativamente prevalenti – dentro un solo partito) diventerebbe una mera ‘parte’ fra la pluralità delle parti, destinata, più che a ‘contare’, a essere contata.
Credo di potermi immaginare non poche delle possibili obiezioni a questa mia osservazione. E penso anche di conoscere, sulla base della storia più recente del cattolicesimo italiano, quali e quante possano essere le difficoltà – già tra noi – di tradurre in atto una simile indicazione. La strada, a mio giudizio, è però obbligata.
Non diversamente dalla nostra e dalle società europee, che già da lungo tempo sono ‘al plurale’, anche gli Stati – sotto la spinta, soprattutto, del sistema internazionale e degli universalismi della globalizzazione – sempre più saranno ‘al plurale’. Ciò che – ormai cento anni fa, nel suo discorso inaugurale dell’anno accademico 1909-1910 all’Università di Pisa – Santi Romano lucidamente registrava e connetteva a una «specie di crisi dello Stato moderno», ossia il moltiplicarsi e fiorire con vita rigogliosa ed effettiva potenza di «una serie di organizzazioni ed associazioni, che, alla loro volta, tendono ad unirsi e collegarsi tra loro», secondo le scansioni di una tendenza di lunga durata ci ha condotto a quella redistribuzione di poteri e a quella rete di rappresentanze sociali, descritte poco fa.
Ma la strada è obbligata per un’ulteriore ragione. Accanto alle trasformazioni della ‘moderna’ organizzazione statale del potere (e forse ancor più importante, oggi, di simili trasformazioni), soprattutto il dislocarsi del confine tra politica e ciò che tradizionalmente sembrava non dover pertenere al campo politico ci chiede di operare nelle contingenze del presente, guardando di necessità al prossimo futuro. Veniamo da un secolo in cui la politica si è fatta sempre più invadente. Quasi per sua stessa ‘natura’, la politica – anche quando non invada massicciamente la sfera economica o sociale – tende comunque a essere ‘pervasiva’. Lo è stata nei millenni di storia a noi nota. Come non vi è questione che abbia storicamente goduto, o possa oggi fruire, di una garantita ‘indifferenza’ (o del riconoscimento di una perenne ‘irrilevanza’) da parte del potere politico, così l’area politica frequentemente si estende ad altri ambiti della condotta umana, sino talvolta a pretendere di inglobarli in sé. Richiamare taluni di questi ambiti – dalla religione all’etica, dall’economia e dalla salute all’ambiente – serve non solo a sottolineare quanto sia critico questo confine, ma anche e soprattutto ad ammonirci come nei confronti della pervasività della politica le reattività collettive di natura culturale-sociale (e, in particolare, le acquiescenze o le pronte disponibilità) siano variabili nel tempo e sempre oscillanti, oggi in particolare, con facilità.
Per sottrarsi ai rischi di stagnazione della politica, e per far crescere la ‘sostenibilità’ stessa dei regimi democratici (ossia la loro capacità di durare, senza farsi corrodere troppo dall’usura del tempo), decisiva sta appunto diventando la dislocazione di alcune linee del confine tra la politica e ciò che direttamente non le pertiene. È soprattutto il caso, per esempio, del dislocarsi del rapporto tra politica e quella che per l’antropologia del filosofo Helmuth Plessner sarebbe stata la parola (e la questione) chiave dal Novecento in poi: vale a dire, la ‘vita’. La politica, negli odierni regimi democratici, viene ‘scossa’ da tutti quei valori della vita della singola persona e della collettività che antecedono, e per natura eccedono, ogni principio e contenuto del ‘materiale’ bene-essere, sia esso individuale o invece condiviso da strati sociali più o meno ampi. Per parte loro questi valori, ritenuti per lunghissimo tempo ‘neutri’ rispetto a quelli scolpiti in cima alle tavole di legittimazione della democrazia (o, almeno, scarsamente influenti rispetto allo svolgimento e all’esito della competizione democratica) alimentano forme di consenso e reale aggregazione non facilmente e mai interamente orientabili dai partiti, proprio perché esterne e sempre più estranee a ogni schema di base su cui restano costruite le ideologie di questi ultimi. In termini pressoché identici a quelli acutamente individuati da Ernst-Wolfgang Böckenförde, secondo cui «lo Stato liberale, secolarizzato, vive di presupposti che esso di per sé non può garantire», anche la democrazia, infatti, vive di ‘ragioni’ (e di ‘valori politici’) che senza un ancoramento antropologico essa riesce, di per sé, a garantire con sempre maggiore difficoltà.
Del resto, proprio l’assenza di una tale base antropologica genera anche molte delle cause della frattura tra etica e politica. Regole e comportamenti etici, pur nel caso – non così frequente – che non vengano soltanto retoricamente o interessatamente invocati, riescono a essere un rimedio provvisorio del malessere della democrazia. E lo saranno, fintantoché la cosiddetta ‘etica pubblica’ resti confinata all’esterno della politica, in quella sfera sociale che è peraltro sempre esposta alla pervasività della politica e alle sue tendenze di corrompimento. Ogni volta – occorre aggiungere – che l’etica non sia ‘costitutiva’ della politica, anche la sfera sociale è più debole nell’affermare la sua eticità complessiva, così come più gravoso e pubblicamente assai meno efficace è l’operare eticamente dei singoli che la compongono. Nel suo rapporto di distinzione-contrapposizione rispetto alla politica, allora, la sfera sociale sembra costretta a dover ricorrere alla manifestazione degli umori non più trattenibili e dei sentimenti più o meno esasperati, anziché far valere il rispetto del suo ethos autentico e della sua più profonda identità.
Di nuovo: non ci servono dichiarazioni d’impegno retoriche o fughe in avanti. Occorre invece che cominciamo a muovere i primi, piccoli ma indispensabili passi. E che li muoviamo con un lavoro insieme. Un lavoro in comune con tutte quelle ‘parti’ della società disponibili a perseguire un obiettivo – un ‘bene’ autentico – più alto degli interessi frazionali. Un lavoro insieme, prima e soprattutto, tra noi. Ci sarà meno difficile se, con uno scatto di orgoglio, scioglieremo il paradosso dalla cui registrazione ho preso avvio per queste riflessioni. Solo così abiteremo ogni ‘spazio pubblico’, con la convinzione e la responsabilità di dovere e sapere impiegare al meglio i talenti di cui in abbondanza disponiamo.

 

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 Numero 17 del 11/5/2013

Editoriale

Addio a Giulio Andreotti

Ho conosciuto personalmente Giulio Andreotti nella fase forse più delicata della sua vita, nel 1993, quando già era stato inquisito a Palermo, e divenne direttore del mensile 30Giorni, nella cui redazione lavoravo.
Credo sia stato uno statista cattolico, capace di incarnare il realismo cristiano in politica, in totale sintonia e persino simbiosi con la visione internazionale della Santa Sede. Leggi tutto...

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