Avvenire di Calabria

Quel taglio impossibile PDF Stampa E-mail
Editoriali
  
Lunedì 27 Giugno 2011 12:46
Tasse

Quel taglio impossibile


Era stato uno slogan dirompente, “meno tasse per tutti”, a far iniziare il decennio berlusconiano. Sarà, probabilmente, la mancata attuazione di quella promessa a decretarne il tramonto, ad ulteriore decennio iniziato. La pressione fiscale in Italia rimane elevatissima, e sostanzialmente invariata negli ultimi anni. Quarantatre euro su cento guadagnati finiscono nelle mani del Fisco; il contribuente fedele lavora, fino a giugno inoltrato, per... l’Agenzia delle Entrate. Da qui le fortissime pressioni che il presidente del Consiglio (e non solo lui) sta esercitando nei confronti del responsabile dell’Economia, Giulio Tremonti, affinché presenti un credibile e deciso piano di alleggerimento delle aliquote fiscali, in tempi brevi. Un invito che Tremonti però fatica ad accogliere, e non perché non voglia: semplicemente non può. Recentemente, infatti, il governo italiano si è formalmente impegnato in sede europea ad incidere positivamente sul deficit di bilancio, in modo tale che non accresca più il nostro spaventoso debito pubblico (nel mese di maggio ha toccato il record di tutti i tempi e si avvia verso i duemila miliardi di euro).
L’impegno è di riuscirci entro il 2014: il “costo” previsto è di 40 miliardi di euro.
Cioè: in Italia la spesa pubblica è superiore alle entrate. Per colmare il buco, le strade sono due: o si riducono le spese o si aumentano le tasse. Va da sé che un governo che le tasse le vorrebbe tagliare, non potrà aumentarle. Quindi sono previsti ulteriori (e non ancora delineati) tagli alla spesa pubblica, dopo i recenti che hanno fortemente toccato la scuola e gli enti territoriali (Regioni e Comuni). E fin qui, sacrifici senza un solo euro di imposte tagliate. Invece si vuole pure diminuire la pressione tributaria. A Tremonti si chiede, quindi, di far quadrare il cerchio: far calare le tasse e cancellare il deficit pubblico. Senza, ovviamente, quella macelleria sociale che la matematica in questi casi impone, e la politica aborre per motivi elettorali. Tremonti ha già fatto sapere che lui fa il ministro, non il mago Merlino. Però non gli è costato nulla, né a noi finora, abbozzare quella che potrebbe essere la riforma fiscale, se solo potesse farla. Tutte le imposte raggruppate in sole 5; tre sole aliquote Irpef (20-30-40%) su scaglioni di reddito più elevati di ora. E se si deve sognare, perché no una sforbiciatina all’iniqua Irap per accontentare pure le aziende? Il ministro ne ha parlato vagamente, spiegando che lui non ha, comunque, intenzione di «scassare i conti dello Stato».
In teoria, quel che vuole Berlusconi si potrebbe fare, e senza mandare a spasso tutti i controllori di volo o i minatori come fecero Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Il taglio delle aliquote determina un immediato calo delle entrate, che nel medio periodo verrebbe colmato dalla minore evasione fiscale (c’è meno convenienza ad evadere, in teoria) e dal rilancio dei redditi e dei consumi. Nel frattempo? Ci si arrangia gonfiando un altro po’ il debito pubblico. Cosa che però l’Italia non può proprio fare, anche volendolo. Due minuti dopo una simile decisione, i nostri titoli di Stato sarebbero preda della speculazione finanziaria che ha messo letteralmente in ginocchio la Grecia in pochi mesi. E così, più che saltare la promessa elettorale, salterebbe l’intera baracca italiana.
 

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