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Scritto da Ken Curatola
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Venerdì 25 Gennaio 2013 17:21 |
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Visita ad limina della Calabria - L’incontro del Papa con i primi 6 vescovi Nella gioia del dialogo fraterno il cuore dei problemi calabresi
Il Papa ha ricevuto lunedi scorso il primo gruppo di presuli della Conferenza episcopale della Calabria, in visita "ad Limina". E precisamente monsignor Salvatore Nunnari, arcivescovo di Cosenza-Bisignano, monsignor Domenico Graziani, arcivescovo di Crotone-Santa Severina, monsignor Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro-Squillace, monsignor Luigi Cantafora, vescovo di Lamezia Terme, monsignor Leonardo Bonanno, vescovo di San Marco Argentano-Scalea e mons. Donato Oliverio, eparca di Lungo. Oggi, giovedi 24 Gennaio, incontrerà gli altri 6 e precisamente: il nostro Arcivescovo Mons. Vittorio Mondello, che é anche il presidente della Cec, mons. Santo Marcianò, arcivescovo di Rossano-Cariati, mons. Luigi Renzo, vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, mons. Giuseppe Morosini, vescovo di Loci-Gerace, mons. Nunzio Galantino, vescovo di Cassano allo Ionio e mons. Francesco Milito, vescovo di Oppido-Palmi. In attesa che sul prossimo numero pubblichiamo quanto avverrà nell’incontro di oggi, che ci interessa più direttamente - perché vi sono coinvolte le due diocesi del nostro giornale (Reggio e Locri) - informiamo i lettori che nell’incontro di lunedi scorso, durante il quale i 6 vescovi, come ci ha raccontato mons. Salvatore Nunnari, hanno discusso con il Papa anche della ricchezza della fede dei calabresi e della forte religiosità popolare, che è un grande patrimonio, pur essendo necessario purificarlo da alcune incrostazioni. Poi, - fra i tanti temi e problemi trattati - due, fra quelli di natura non solo ecclesiale, ma anche socio-culturale, hanno avuto il rilievo maggiore: la situazione dei giovani calabresi e il peso della ‘ndrangheta sull’intera regione.. Quanto al primo tema, il Papa ha manifestato tutta la sua preoccupazione, specialmente per la disoccupazione giovanile ed ha esortato i vescovi a far sì che le loro chiese siano sempre e soprattutto la voce degli ultimi. Trovando, anche, ogni volta che sia possibile, quei sentieri concreti e quegli spazi di lavoro e di impegno, lungo i quali i giovani incamminandosi possano trovare soluzione alla loro crisi di fiducia nel futuro. |
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Scritto da Domenica Calabrò
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Venerdì 25 Gennaio 2013 17:18 |
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Nel nostro tempo sembra si siano smarrite le certezze comuni, che rendono abitabile la casa dell’uomo. La piazza degli uomini appare un brulichio di persone affannate, divorate dalla sensazione di non riuscire a trovare uno sbocco. Ciascuno cerca di salvarsi come può, creandosi una individuale verità, che gli possa far comodo per giustificare se stesso dinnanzi alla propria coscienza e alla stessa comunità umana. Nel freddo dei valori comuni ognuno persegue una propria verità. E purtroppo a seconda dell’utilità delle combinazioni, il bene comune, ridotto a chimera irrealizzabile, è trasformato in bene individuale. Noi cristiani, se lo siamo ancora veramente e dobbiamo porre ad alta voce questa domanda non possiamo rimanere inerti, muti spettatori a guardare tale scenario, ma siamo chiamati a riaccendere la fiaccola della fede. Il santo Padre Benedetto XVI ha proclamato quest’anno “anno della fede”, anno di grazia, affinché ognuno di noi ritrovi le radici della sua storia, e soprattutto faccia memoria del proprio Battesimo che ci ha innestati a Cristo. Questa esortazione la troviamo già nell’insegnamento di E. Montalbetti, che vogliamo ricordare nel 70° della sua morte. Accingendosi con energia, in una fase molto difficile aggravata dalle vicende belliche, ad un’opera di purificazione e rinnovamento di strutture, mentalità e consuetudini spesso devianti, E. Montalbetti ne ricercò tracce ed ispirazioni nei predecessori arcivescovi reggini che nei secoli XVI-XVIII avevano tentato di adattare alla Calabria la riforma propugnata dal Concilio tridentino. Occorreva dunque creare una nuova società attraverso l’educazione di un uomo nuovo. Da pastore, educatore e guida E. Montalbetti, ha avuto una particolare attenzione per i giovani come attesta il suo testamento spirituale.
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Scritto da P. Bruno Mioli
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Venerdì 25 Gennaio 2013 17:16 |
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Parrocchia S.Agostino - Presieduta da Mons. Mondello la Giornata del Migrante Reggio, scenari sempre nuovi della “festa dei popoli”
“E’ come una festa dei popoli”, e “è qualcosa di più”: questa la sintesi di uno scambio di battute, al termine della celebrazione per la Giornata del Migrante e del Rifugiato, che ho orecchiato domenica sera fra due signore, l’una brasiliana l’altra filippina. L’una e l’altra avevano ragione. La molteplicità di etnie, il coinvolgimento di singoli e di gruppi, il variopinto abbigliamento di tante signore di oltremare o oltreoceano, i gioiosi ed espansivi complimenti reciproci alla fine del rito, tutto dava aria di soddisfazione e di festa. Come appunto alla Festa dei popoli di primavera in piazza S. Agostino. Ma c’era qualcosa di più. La festa infatti la si è celebrata in chiesa non in piazza, fra credenti che, pur condividono solidariamente con tutti i migranti le durezze di un esodo più o meno forzato, trovano nella loro fede in Cristo ulteriori ragioni di coesione fraterna e di speranza. Tanto più che in circostanze come questa ci si trova fianco a fianco anche con fedeli italiani che fanno capire tutto il calore della loro vicinanza e condivisione fraterna. Va al di là del folclore l’accoglienza fatta all’Arcivescovo alla porta della chiesa da bambini che, sventolando le bandierine del loro Paese di origine, lo accompagnano fino al presbiterio. Con un prolungato sorriso egli si mostra compiaciuto per questa scorta infantile e ripeterà il suo sorriso quando al momento della pace quando questo gruzzolo di bambini, al di fuori di ogni cerimoniale, salirà di corsa all’altare per avere anch’essi l’abbraccio del Vescovo. Ai piedi del presbiterio egli è atteso da Maria, una congolese immigrata da lungo tempo, che saluta e ringrazia Sua Eccellenza, e poi si sfoga con lui con tono vibrato, in sciolta lingua italiana senza il supporto di qualcosa di scritto, parlandogli a nome di tutti gli immigrati delle dure esperienze della loro vicenda migratoria, particolarmente in questi tempi di crisi. A più di uno è sembrato di cogliere sul volto del Vescovo, che fissava attentamente l’interlocutrice, i segni di una partecipazione che con parola più esplicita si chiama commozione. Non meno toccante, nella sua semplicità, |
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Scritto da Ken Curatola
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Venerdì 25 Gennaio 2013 17:14 |
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L’omelia di Mons. Mondello “La mia gioia nel servire e la fatica del Signore nel sostenermi”
Ha iniziato chiedendo scusa a tutti i presenti Mons. Mondello per la fatica che é stata loro richiesta di ritrovarsi qui stasera nel 35 ° del suo episcopato. E’ nel suo stile infatti - da sempre – evitare di creare agli altri qualsiasi disagio. Ma stasera lì – i tantissimi preti presenti, i tanti religiosi, e i tanti diaconi e la folta rappresentanza del laicato reggino – si era ben felici di vivere un momento di forte comunione con il Pastore di tutti in un giorno così significativo. Il Pastore. Proprio sul significato dell’essere Vescovo, Mons. Mondello si é soffermato, non mancando di mettere in luce quella che é una costante delle sue riflessioni: la gratitudine a Dio e alla Chiesa per il Concilio Ecumenico Vaticano II. E’ nel Concilio - ha detto mons. Mondello - che è stato riscoperto il significato più pieno dell’episcopato. Il Vescovo non é uno che ha la potestas ordinationis e la potestas iurisditionis, come era comunemente affermato da Trento in poi prima del Vaticano II. Non é la ‘potestas’ il distintivo del Vescovo. Il profilo della potestas anzi, aveva finito con il farlo considerare uno dei potenti del mondo. Gesù, invece, a Pietro e agli Apostoli disse di “pascere” il gregge, di nutrire ogni persona con la Parola e i Sacrament. Il Concilio ha voluto riscoprire il tutto parlando non più di potestas ma di munus. I tria munera (docendi, sanctificandi et regendi) sono “doni, “compiti”, “servizi” con cui il Vescovo sorregge e guida il popolo di Dio. Questa é stata sempre la mia convinzione – ha continuato Mondello – non sempre sicuramente incarnata nella vita. Perché un conto e la teoria e un conto la prassi. Ed io chiedo al buon Dio perdono di tutte le mie colpe, dei miei limiti, delle mie debolezze. Chissà quanto lo avrò fatto affaticare, il buon Dio, nel dovermi sorreggere per far camminare sui sentieri giusti questa sua Chiesa! Eppure al termine del mio ministro episcopale sono felice anche del fatto che a 75 anni un Vescovo debba presentare le sue dimissioni. Non va messo infatti “vino nuovo in otri vecchi”; né si rattoppa un vestito vecchio con un pezzo di stoffa nuova”. Il rinnovamento é sempre necessario. Ma ci vogliono volti nuovi. |
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