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Il ricordo di Mario Nasone e della sua «Vita esagerata» sempre al fianco del prossimo in difficoltà

Fausta Ivaldi che si è fatta «ospedale da campo»

di Redazione Web 31/12/2020

di Mario Nasone - Cosa dire dei tanti anni vissuti a fianco di Fausta come Agape? Della sua storia che l’ha portata a vivere esperienze straordinarie in tanti angoli del mondo? Quando me l’ha raccontata gli ho proposto di farne un libro. Lei non voleva, si vergognava, aveva paura che potessero giudicarla come una che si esibisce e non come una semplice donna, con le sue fragilità e il suo caratteraccio, che si è voluta mettere al servizio della causa dei diseredati di tutto il mondo. Poi ha accettato e mi ha chiesto di fare la prefazione e di scegliere il titolo. Non ho trovato altro che potesse riassumere la sua lunga marcia dentro i sottoscala dell’umanità: UNA VITA ESAGERATA.

Un cammino che ha voluto concludere in un'altra periferia del mondo, Reggio Calabria, che ha amato come neanche i reggini sanno fare, con i poveri di Arghillà, con le donne vittime di violenza, con gli ultimi che alla sua porta a lei bussavano. Scegliendo come sempre di stare accanto agli ultimi, a vivere il nessuno escluso mai di Don Italo Calabrò che l’ha conquistata e che gli ha fatto scegliere di venire a Reggio per contribuire a realizzare anche Lei il suo sogno. Fausta era una credente anomala con una sua spiritualità laica ma profondamente incarnata.  Sempre vicina a Vescovi e sacerdoti di vari continenti in prima linea nella lotta per la giustizia e i diritti dei più diseredati.

Affascinata e coinvolta nelle esperienze promosse da figure come Don Gallo, Don Benzi, Don Italo Calabrò, padre Pio ed in ultimo Papa Francesco che adorava con il suo messaggio di una Chiesa povera, ospedale da campo. Fausta era proprio questo, una donna che si era fatta lei stessa ospedale da campo, dove tantissime vite ferite hanno trovato in Lei le cure che cercavano e hanno visto asciugate le loro lacrime. Comprese tante coppie della Reggio Bene, in crisi, che Lei ha aiutato, accompagnato, come una mamma saggia. Un cammino che l’ha fatta incontrare negli ultimi anni anche con un sacerdote straordinario, Don Domenico de Biasi e con il suo centro di accoglienza di Pellaro per i senza tetto a cui si dedicava anima e corpo. Faceva programmi per i prossimi vent’anni, indomita, sempre in giro con la sua Twingo a curare le ferite della umanità più fragile della nostra Reggio. Fausta era una credente anomala con una sua spiritualità laica ma incarnata.                       

Fino all’ultimo. Nei giorni scorsi mi ha chiamato per l’ennesima operazione avviata di un tentativo di salvataggio della vita di un uomo travolto dalla droga e di suo figlio. Forse un ulteriore stress che gli è stato fatale. È morta in battaglia come avrebbe desiderato e come San paolo può dire: ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno.

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