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La storia di Emanuele Mancuso, figlio del boss Pantaleone, che è diventanto uno dei più importanti collaboratori di giustizia

L'ex rampollo di 'ndrangheta, ora, vuole salvare sua figlia

di Domenico Marino * 08/01/2021

Ha stravolto la sua vita, dando le spalle a una delle famiglie di ’ndrangheta più potenti e temute, per offrire un futuro diverso alla figlia che stava per nascere. Oggi la bambina ha due anni e mezzo ma sarebbe ancora coinvolta negli ambienti criminali. Ecco perché Emanuele Mancuso, 33 anni, figlio del boss Pantaleone, alias l’ingegnere, ha mosso un altro passo clamoroso, denunciando pubblicamente la situazione e chiedendo aiuto alle istituzioni. Tutte. Tre pagine di sfogo e amarezza, nelle quali spiega cosa è successo e cosa intende fare. «Faldoni pieni di intercettazioni acclarano che la bambina è in mano alla ’ndrangheta ed usata come merce di scambio» dice. Il collaboratore di giustizia racconta la sua frustrazione e preoccupazione per le sorti della bimba, «poiché nonostante le pressioni da me subite per la scelta intrapresa, scaturite nel procedimento penale», la piccola, seppur sottoposta allo speciale programma di protezione, a causa del ruolo della madre con cui lei vive adesso in una località porotetta, mantiene ancora contatti con gli ambienti ’ndranghetistici.

«Non posso accettare quello che sta succedendo. Premetto d’aver chiesto alla Procura Distrettuale che la bambina, insieme alla madre, all’epoca mia compagna, venisse ammessa allo speciale programma di protezione onde evitare il loro possibile coinvolgimento in atti ritorsivi», continua Mancuso. Il peso delle organizzazioni criminali e la loro influenza sulla vita della bambina sarebbe rimasto immutato, impedendole in pratica di crescere in un «ambiente familiare sano» lontano da pregiudizi e da nette imposizioni dovute solo al «maledetto cognome » che porta, dice il collaboratore di giustizia.

«La mia scelta non è stata condivisa dalla madre, la quale ha rifiutato il programma di protezione rimanendo legata alla famiglia Mancuso, condividendone lo stesso tetto insieme alla bambina» precisa adesso l’uomo. Le testimonianze che lui stesso ha reso sono alla base di diverse inchieste e arresti contro i clan locali. La Procura minorile di Catanzaro ha perciò avanzato, nei primi mesi del 2019, al Tribunale per i Minorenni di Catanzaro, una richiesta di immediato allontanamento della minore dalla Calabria con collocazione in località protetta. Il Tribunale per i Minorenni ha però inizialmente rigettato tale richiesta, lasciando la minore nel Vibonese, incurante del grave pericolo che incombeva, seppur a conoscenza del fatto che «sulla mia testa pendeva e pende una taglia da circa un milione di euro». «La mia bambina – riprende Mancuso – è stata allontanata dal Vibonese soltanto un anno dopo l’inizio della mia collaborazione». Mancuso contesta questo allontanamento poiché, nei fatti, ha «incaricato la madre» ad occuparsi della crescita e dell’educazione della bambina, indifferente del fatto che la donna «non si è mai dissociata dalle logiche ’ndranghetistiche».

Il collaboratore di giustizia adesso è un fiume in piena. Non accetta che il Tribunale per i Minorenni abbia limitato pure la sua «responsabilità genitoriale per i miei precedenti penali. Provvedimento poi disintegrato dalla Corte di Appello. Dagli atti emerge un quadro sconvolgente e cioè l’interessamento della cosca alle sorti della mia bambina». In coda un appello accorato, da padre. «In quasi tre anni ho visto mia figlia poche volte», sempre in località terze e protette rispetto anche alla mamma, «in quanto la madre ha sempre cercato di impedirne i contatti, operando continue vessazioni nei miei confronti. Chiedo a gran voce un intervento risolutivo per strappare, definitivamente, la mia bambina dalle mani della ’ndrangheta. Chiedo solo giustizia».
 
* Avvenire

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