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Il 'gotha' dei clan calabresi è al centro del procedimento nato dopo il maxi-blitz di Gratteri del 2019

’Ndrangheta, al via il processo dei record

di Redazione Web 13/01/2021

Edificata a tempo di record nell’area industriale di Lamezia Terme, la gigantesca aula bunker si staglia contro il cielo di Calabria come un Leviatano giudiziario. Inaugurata a dicembre dal Guardasigilli Alfonso Bonafede e dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, che l’ha definita «una vetrina per la lotta alle mafie», è lunga 103 metri, come un campo di calcio. L’attesa è finita: dopo le udienze preliminari celebrate nel carcere romano di Rebibbia, questa mattina l’aula di Lamezia si affollerà di magistrati, avvocati, imputati, pentiti, testimoni e agenti di pubblica sicurezza, protagonisti e comparse del ' processone' alla ’ ndrangheta costruito sugli atti dell’inchiesta Rinascita- Scott della procura antimafia catanzarese.
«La più grande operazione dopo il maxiprocesso» a Co- sa nostra del 1986, aveva detto Gratteri dopo gli oltre trecento arresti del 19 dicembre 2019 in Italia, Germania, Svizzera e Bulgaria. E il paragone con la macchina processuale messa in piedi da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino torna per via dei numeri: 325 imputati (ma c’è chi ne conta di più) con 400 capi d’accusa, 913 testimoni, 58 pentiti e 5 testimoni di giustizia. Al centro del processo, c’è una fetta del gotha di ’ndrangheta, a partire dai Mancuso di Limbadi, che dal Vibonese hanno colonizzato il mondo.
Ma a processo vanno pure colletti bianchi dell’impresa, ombre grigie della massoneria deviata, politici come l’ex sindaco di Pizzo Gianluca Callipo, mentre è stata stralciata la posizione del colonnello dei carabinieri Giorgio Naselli, che verrà giudicato a Catanzaro. E il sipario si apre già con un colpo di scena: la Corte d’Appello ha accolto la richiesta della Dda di ricusare la presidente del collegio giudicante Tiziana Macrì, che verrà rimpiazzata da un’altra collega del collegio del tribunale di Vibo Valentia.

Un processo, più tronconi.
Da oggi dunque, davanti ai giudici compariranno gli imputati di associazione mafiosa o concorso esterno, detenzione di armi, narcotraffico, usura e tentati omicidi. Alla sbarra, oltre ai Mancuso, vanno i Pugliese di Vibo, i Bonavota di Sant’Onofrio, i Cracolici di Maierato e altri ancora. Presunti capi e gregari, killer e sottopanza, pagine di un romanzo criminale in cui alle generalità si sovrappongono le ingiurie (i soprannomi): u ’ngegneri, u sapituttu, a bandera. Alcuni hanno chiesto il rito immediato, altri 91 saranno processati con rito alternativo il 27 gennaio. E un troncone su 5 omicidi partirà il 10 febbraio dinanzi alla Corte d’Assise di Catanzaro.

Pentiti e donne-coraggio.
In aula deporranno 5 testimoni di giustizia, comprese alcune donne, come la coraggiosa polacca Ewelyna P., ex moglie di Domenico Mancuso. Non ci sarà un Tommaso Buscetta, ma la lista di collaboratori di giustizia è lunga: 58, calabresi, pugliesi e siciliani. Da Pino Scriva all’ex boss siciliano Gaetano Costa a Michele Iannello (condannato per l’omicidio del piccolo Nicolas Green) al palermitano Gaspare Spatuzza, autoaccusatosi dell’uccisione di don Pino Puglisi e del furto dell’autobomba usata nella strage di via d’Amelio.

Nel bunker niente riprese.
Nei suoi 3.300 metri quadri, il Leviatano prevede per gli avvocati 600 posti, distanziati un metro e 20 centimetri, per le norme anti-Covid, con scrivanie e sedie fissate al pavimento. L’elenco di giornalisti accreditati è lungo. L’interesse è globale (Times, Bbc, Ap, France Presse). Come i tentacoli della ’ndrangheta che 'fattura' 50 miliardi di euro con cocaina e altri traffici. Eppure le udienze, ha deciso il collegio giudicante, non potranno essere riprese dai media. E qui l’accostamento col maxiprocesso siciliano vacilla: nel 1986, le riprese vennero consentite, favorendo la creazione di uno straordinario archivio documentale e permettendo agli italiani di vedere le facce e sentire le voci di chi aveva insanguinato il Paese. Chissà cosa ne pensa il procuratore Gratteri: sotto scorta da trent’anni, ha la stima del suo pool e non si cura di minacce e frecciate, che pure Falcone ebbe a sopportare. «La ’ndrangheta è la mafia più pericolosa d’Europa. Io la conosco bene, da piccolo andavo a scuola coi figli dei capimafia, ne conosco il modo di ragionare – ha dichiarato a France Presse –. Da bambino ho visto i morti a terra e ho pensato: da grande devo fare qualcosa perché questo non si ripeta».
 
* Avvenire

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