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Abbiamo varcato il cancello della Comunità terapeutica del Cereso per conoscere da vicino la realtà del cammino di liberazione dalle dipendenze

Droga e catene, l'Aspromonte è lontanissimo da ''SanPa''

di Federico Minniti 20/01/2021

L’Aspromonte ci accoglie con un’aria assorta e frizzantina. Non è la prima volta che varchiamo il cancello della Comunità terapeutica intitolata al dottore reggino, Totò Polimeni, fondatore del Cereso (la grande famiglia a cui appartiene il centro di recupero di Sant’Alessio) assieme a don Piero Catalano. Entriamo telecamera in spalla - il video è disponibile sui nostri canali Social - incuriositi dal racconto che un colosso dei media come Netflix ha dedicato a San Patrignano, la più grande comunità d’Europa dipinta a tinte fosche dagli ex ospiti.

I ragazzi che stanno vivendo il percorso riabilitativo ci aspettano in cortile. Avremo una sorta di “angelo custode”: si tratta di un venticinquenne, Salvatore (nome di fantasia, ndr): si vede lontano un miglio che ha vogliadi raccontarsi. «Ho cominciato già da ragazzino una vita rocambolesca tra comunità e carcere minorile; con quello stile di vita inizi a farti del male, è inevitabile; - dice Salvatore - per fortuna, oggi, sono qui. Ho iniziato sette mesi fa: mai avrei scommesso di resistere così a lungo. Forse è la volta giusta che cambierò vita. Tutto quello che facciamo ha un senso; ci “pressano” tanto però questa fatica è fondamentale per il nostro futuro».

Pandoro e succo di frutta. Il break è servito: quando la responsabile chiama «la famiglia al piano» tutti gli ospiti si radunano nel salone “staccando” qualche minuto dalle loro attività. Restiamo con loro a chiacchierare: il Coronavirus ha sospeso la possibilità delle visite con le famiglie, chi ha figli risente particolarmente di questa misura.

Luigi (nome di fantasia, ndr) è il responsabile del servizio lavanderia. Lo troviamo intento a stendere i panni. «Sono in comunità da quasi un anno; questa esperienza è importante perché sto conoscendo me stesso. Prima vivevo, ma non sapevo dove andavo. È una scuola di vita: tutte le persone avrebbero bisogno di conoscere Progetto Uomo. Ho commesso tanti errori: io ho avuto una vita negativa però mi sento molto cambiato».

«A volte capitano giornate in cui una persona si sente triste. Penso spesso ai miei figli, ormai sono grandi, ringrazio Dio che sono cresciuti sani, onesti e lavoratori. Loro, per fortuna, sono diversi da me», ci dice Luigi con gli occhi lucidi e la voce rotta dall’emozione: «Penso a mia mamma che da 40 anni mi rincorre per aiutarmi a cambiare vita...».

Sono storie forti. Vedi alcuni trentenni che hanno già da raccontarti chissà quante vite vissute. Sempre al limite, anzi oltre il limite. Quella casa di Sant’Alessio per loro rappresenta la normalità perduta. «Da luglio, ho trovato una famiglia. Posso dire che finalmente sto bene: vivere coi miei compagni è piacevole, gli educatori sono sempre al nostro fianco», ci racconta Francesco mentre cucina il primo di giornata: melanzane e pesce spada. Lui, come altri utenti, sta scontando la sua pena. Da 12 anni entra ed esce dai carceri del Sud Italia: «Vorrei rivolgermi ai ragazzi che non si accorgono di quanto male facciano le droghe alle loro teste: “Fatevi aiutare”. Non ci deve essere vergogna, tutti abbiamo bisogno di un’opportunità e di una vita diversa. La droga non “si gestisce” mai, si diventa schiavi. Personalmente, sono quì per mia moglie e i miei figli: voglio farcela».

Stare alle regole è duro, ma qui è chiaro che non c’è nessuna forma di costrizione. Lo vedi da come scherzano educatori e ragazzi, lo percepisci da come ti raccontano la vita lì dentro.

Ci colpisce, in particolare, la storia di un ragazzo poco meno che trentenne. Lui in comunità ci è entrato con le sue gambe. Nessuna condanna, ma solo aver percepito «che stavo raschiando il fondo».

Nicola (nome di fantasia, ndr), arriva da un’altra provincia calabrese, dove «i ragazzi si consumano, ma nessuno interviene». Raccontando di sé ci dice: «Non si riesce a capire l’importanza delle comunità: il mio percorso mi sta aiutando a vedere gli errori commessi e che spesso nascondevo a me stesso. Io ho iniziato a tredici anni, dopo la morte di mio padre: prima fumando le canne, poi “pippare” cocaina fino a 18 anni. Poi fumavo cocaina, tantissima, fino ad arrivare all’eccesso: sono arrivato in basso e lì ho capito che dovevo chiedere aiuto». «Perdi tutto: il lavoro, la famiglia, gli affetti. Non nascondo che faccio fatica a perdonarmi. Però oggi mi sto impegnando a portare a termine il mio obiettivo: fare pace con me stesso e riuscire nella mia rinascita », conclude Nicola.

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